Calabria e guerra del Vespro

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio
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francesco_vescio.jpg La conquista angioina del Regno normanno – svevo in seguito alla vittoria di Carlo d’Angiò contro Manfredi, figlio di Federico II, ucciso nella battaglia di Benevento (22 febbraio del 1266), ebbe ripercussioni politiche ed istituzionali non solo nell’Italia meridionale, ma in tutta la Penisola in quanto il nuovo sovrano si schierò con la parte guelfa contro quella ghibellina, mutando l’equilibrio dell’intero Paese, ma anche i rapporti con l’Impero germanico cambiarono radicalmente, essendo caratterizzati da una situazione di reciproca ostilità, se non di veri e propri scontri armati. Per chiarire, nei termini generali, le linee di azione politica angioina in Italia si riporta il brano successivo: “La definitiva vittoria di Carlo d’Angiò ebbe immediate ripercussioni nell’Italia centro-settentrionale, risollevando un po’ dovunque le sorti della parte guelfa. A Firenze, i ghibellini furono nuovamente cacciati dalla città, ma non fu restaurato l’ordinamento popolare. Nominato podestà per sei anni Carlo costituì in Toscana una lega guelfa; e lo stesso fece in Lombardia e in Piemonte, alleandosi con i signori locali” (Rosario Villari, Mille Anni di Storia- Dalla Città Medievale all’Unità dell’Europa, Laterza, Roma - Bari, 2000, p.64). Una certa continuità politica si registrò nell’area mediterranea nei confronti dell’Impero bizantino ad est e con i governanti musulmani del Nord- Africa a sud: nei confronti del primo si nutrivano aspirazioni espansionistiche come avevano fatto i sovrani normanni - svevi, verso gli islamici si alternavano momenti di tensioni e di tregue non disgiunti da conflitti e relazioni di scambi commerciali più o meno ufficiali; nel testo seguente si offre un sintetico panorama della problematica prima trattata: “Riprendendo la tradizione dei sovrani suoi predecessori nel Regno di Sicilia, Carlo mirò anche ad espandere la sua influenza in Oriente.

Dopo la restaurazione bizantina, infatti, egli cercò di inserirsi nei contrasti politici dell’impero appoggiando l’imperatore latino spodestato e i principi franchi, che avevano conservato dei territori in Peloponneso e nell’Acaia. Convinse inoltre il fratello Luigi IX il Santo a dirigere una nuova crociata. La spedizione fu un fallimento per il sovrano francese, che morì di peste, mentre il fratello ottenne concessioni politiche dal sultano di Tunisi” (Rosario Villari, ibidem ). Fatto questo rapido cenno al quadro complessivo in cui operò Carlo d’Angiò nel Regno dell’Italia meridionale, nel presente scritto ci si soffermerà, in modo specifico, sulla Guerra del Vespro e sulle peculiari conseguenze che essa provocò in Calabria. Sulle cause, sullo svolgimento e sulle conseguenze complessive della Guerra del Vespro si riporta il testo successivo: “Già sotto gli svevi le popolazioni avevano avuto motivo di lagnarsi per la politica fiscale del governo. Carlo, bisognoso di denaro, la resa più aspra e accrebbe il malcontento affidando, come del resto era inevitabile, le più alte cariche a Francesi arricchiti con le spoglie dei feudatari indigeni ch’erano rimasti fedeli a Manfredi. La situazione era particolarmente grave in Sicilia, dove alcune parziali rivolte in favore di Corradino erano state domate con particolare severità. Ma tutto questo non sarebbe bastato a produrre nell’isola una ribellione come quella che va sotto il nome di «Vespro», se non si fosse aggiunto, atroce offesa al decoro e agli interessi della Sicilia, il trasporto della capitale da Palermo a Napoli. In questo stato di cose, appunto, è assai verosimile che molti nobili guardassero a Costanza, figlia di Manfredi e moglie, come si è detto, di Pietro III d’Aragona, il quale, già padrone delle Baleari, aspirava a maggiori conquiste nel Mediterraneo. Certo è che alla corte di Barcellona trovavansi alcuni profughi del regno, Giovanni da Procida, per esempio, antico consigliere di Manfredi, e Ruggero di Lauria, audace ed esperto soldato di Basilicata, e che Pietro sembrava disposto ad attaccare la Sicilia appena Carlo fosse partito per l’Oriente. Ma, comunque, l’insurrezione popolare di Palermo fu spontanea, preparata soltanto dal disagio economico in cui la città era caduta per l’abbandono di Carlo.

Il 31 marzo 1282, secondo giorno di Pasqua, l’offesa fatta da un soldato ad una popolana durante la funzione del vespro nella chiesa dello Spirito Santo, diede il segnale del moto che da Palermo, subito sostenuto dai nobili, si diffuse vittorioso nelle altre città e portò in meno di un mese, tra feroci massacri di soldati e funzionari francesi, alla liberazione dell’isola. Il 30 agosto Pietro III, invitato dai nobili e dal popolo, sbarcò a Trapani e, il 3 settembre, fece il suo ingresso in Palermo, dove ricevette la corona regia dopo aver promesso di rispettare le franchigie godute dalla Sicilia ai tempi di Guglielmo il Buono. Il 2 ottobre Carlo, ch’era intanto venuto ad assediare Messina, fece ritorno nel continente, mentre Martino IV scomunicava Pietro III e lanciava l’interdetto contro l’isola ribelle. All’insurrezione seguì la guerra del Vespro, alla quale parteciparono anche, in vario modo, i Comuni, la Chiesa e la Francia […] I Siciliani non si adattarono a tornare dotto il dominio degli Angiò, in una posizione subordinata al governo di Napoli, e proclamarono loro re Federico di Aragona, fratello di Giacomo. Le ostilità furono quindi riprese e si protrassero sino al 1302 […]. La pace di Caltabellotta (29 agosto 1302) stabilì quindi che Federico conservasse, col titolo di re di Trinacria, il possesso dell’isola, con la condizione che questa alla sua morte o quand’egli avesse ottenuto un altro regno, fosse restituita agli Angioini, i quali intanto conservavano il titolo di re di Sicilia. In realtà, però, questa restituzione non avvenne mai. La guerra del Vespro ebbe conseguenze importanti per la storia interna delle due regioni [ Si deve intendere: Sicilia e parte continentale del Regno, N.d.R.] ( Francesco Lemmi, Storia d’ Italia fino all’Unità, Sansoni, Firenze, 1965, pp.113-115 ). Di seguito si tratterà, in modo specifico, delle conseguenze che la Guerra del Vespro ebbe in Calabria, in quanto la regione fu teatro di scontri tra Angioini ed Aragonesi, ma anche un’area di rivolte interne, di cambiamenti repentini di alleanze, di sostituzioni di feudatari e di frequenti tradimenti… Tale situazione molto intricata e confusa ebbe ricadute assai negative sulla vita complessiva della regione, da come si evince dal passo che segue: “Su quella guerra è bene intrattenersi un poco; perché essa è in diretta relazione colla decadenza della vita calabrese, e in Calabria ebbe anche la sua preparazione e il suo massimo svolgimento […].

Dopo l’intervento di Pietro d’Aragona a favore dei Siciliani, Carlo d’Angiò tentò di prevenire una invasione del continente invadendo la Sicilia. Fallita l’impresa, parte della Calabria rimase a discrezione della flotta aragonese. Nel novembre del 1282, essa operava nello Stretto, facendo strage di nemici alla Catona, e minacciava la stessa Reggio. Nello stesso mese, La Scalea per la prima si dichiarava a favore dell’Aragonese; mentre un nuovo elemento di feroci invasori, gli Almugavari [Si tratta di milizie volontarie, per lo più catalane, al servizio degli Aragonesi, ma autonome; erano particolarmente spietate e predatrici, N.d.R.], scorrazzando da’ boschi dell’Aspromonte, costringevano l’Angioino  a portare il quartiere generale nel Piano  di Sa Martino e Terranova. Egli stesso abbandonava la Calabria. Nel febbraio di quell’anno Reggio si dichiarò per l’Aragonese; Gerace ed altre terre ne seguirono l’esempio. In questo re Pietro fu costretto ad abbandonare l’impresa di Calabria per correre in Sicilia e sventarvi un grave complotto di feudatari di parte angioina. Intanto il principe Carlo correva a’ ripari. Nel 30 Marzo 1283 teneva nel Piano S. Martino un parlamento, al quale intervennero tutti i prelati, i baroni, tutti i feudatari ed i rappresentanti di tutte le università. [Con tale termine erano allora definite le comunità locali- corrispondenti , grosso modo, ai Comuni odierni, N.d.R.] del Reame, ed in esso furono promulgati quarantasette Capitoli co’ quali, mentre si assicurava l’appoggio del clero e del baronato, si mitigava pure l’asprezza de’ pubblici tributi”.  (Oreste Dito, La Storia Calabrese – E la Dimora degli Ebrei in Calabria Dal Secolo VI alla Seconda Metà  del Secolo XVI – Nuovo Contributo per la Storia della Quistione Meridionale, Edizioni Brenner, Cosenza, 1979, pp. 104 - 107; Ristampa). La lotta tra le parti continuò ancora per quasi un ventennio, nei termini più o meno simili a quelli sopra riportati, provocando devastazioni e lutti nell’intera regione, in quanto venivano costantemente coinvolti i civili, oltre che i militari.

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