Di Francesco Bevilacqua
Provo uno strano imbarazzo nel leggere articoli e saggi sulla mafia in Calabria. Anche se sto, senza tentennamento alcuno, dalla parte della legalità, dello Stato, delle forze dell’ordine, di chi si ribella contro la mafia. Credo di aver capito cos’è quell’imbarazzo e perché lo provo. Ho la sensazione che ciò che sto leggendo sia una verità parziale e temporanea, un’analisi monca. Perché, solitamente, si basa su inchieste giudiziarie, su dati e statistiche temporalmente ben racchiuse. Perché, insomma, non fa i conti con la memoria. E quindi è anche senza prospettiva. Esistono utilissimi saggi che ricostruiscono la storia del fenomeno mafioso in Calabria (fra tutti quelli pionieristici di Sharo Gambino e poi quelli, più attuali, di Enzo Ciconte). Eppure, la loro lettura, per quanto indispensabile, non basta, secondo me, per capire.
Perché proprio di questo si tratta: capire come sia stato possibile che in una regione fatta per lo più di persone umili e gentili (per come le ho conosciute in più di trent’anni di peregrinazioni pedestri) si sia potuta radicare un’associazione segreta che ha come scopo quello di delinquere e che usa il terrore, la forza bruta, il sangue per imporsi. Lasciate perdere i luoghi comuni del Sud come un paradiso abitato dai diavoli. Non fate caso alla tradizionale idea che ci vede ancora come eredi di feroci briganti. Leggete gli scritti che dipingono la Calabria come un inferno con le dovute contestualizzazioni. E non vi fissate sulla leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i mitici fondatori della mafia, con tutta la conseguente ricostruzione leggendaria. Mettete da parte, per un attimo, l’efferatezza del fenomeno che ci restituisce l’attuale cronaca giudiziaria. È tutto vero, per carità, e va appreso. Ma non basta a capire perché.
Durante la mia lunga esperienza alla ricerca dell’identità (mi si passi il termine infido) della Calabria e nello stesso tempo delle mie radici, ho ritenuto che una narrazione ben fatta valga ben più di un saggio. A me pare che chi scrive saggi, in molti casi, abbia una gran paura di cimentarsi con il racconto. Perché i saggi pretendono di dire verità precostituite (spesso legittimamente e scientificamente), mentre il racconto affida al lettore il compito arduo di riflettere, dubitare, immaginare, elaborare, decodificare, in una parola, capire.
E così è – a mio parere – per il fenomeno mafioso in Calabria. In questa rubrica abbiamo recensito almeno tre romanzi fondamentali che si imperniano su questo argomento: La famiglia Montalbano di Saverio Montalto, Impallidisco le stelle e faccio giorno di Domenico Strati, Zephira di Gioacchino Criaco. Oggi ne aggiungiamo un altro, altrettanto importante: Un giorno in Aspromonte di Domenico Gangemi, pubblicato nel 1995 da Rubbettino. Gangemi (con il nome di Mimmo) è assurto agli onori della cronaca letteraria italiana nel 2009 per un libro, Il giudice meschino, edito da Einaudi, che ha avuto un buon successo di critica e di pubblico. Considero la lettura di Un anno in Aspromonte, di estremo interesse per chi voglia davvero comprendere il fenomeno mafioso in Calabria e, attraverso esso, anche alcuni aspetti essenziali della nostra società.
La vicenda narrata da Gangemi si dipana in un piccolo paese alle falde occidentali dell’Aspromonte all’epoca degli ultimi rapimenti di persona avvenuti in Calabria. Il paese è una tipica comunità calabrese semirurale, solo apparentemente trasformata da una modernizzazione fraintesa e coatta, una comunità che si ripiega su se stessa, dalla quale le persone continuano ad emigrare come un’emorragia inarrestabile, dove invidie, rancori, legami d’onore, pettegolezzi, familismo (non saprei giudicare se quello del Sud sia davvero “amorale” come dice Banfield in un famoso saggio sociologico del 1963) sono il nutrimento quotidiano della gente.
Tra i tanti tipi che compongono l’asfittica società del paese vi è un borghese, un professionista giovane, onesto, affermato, Gino Parisi, che vive con la moglie e i figli in una bella villetta. L’ingegner Parisi è uno di quegli uomini che ha deciso di restare e che è riuscito a realizzarsi nel suo paese d’origine, anziché emigrare. Ma ha un difetto: non è un eroe. Come quasi tutti in paese. Come quasi ovunque in Calabria. Dinanzi alla corruzione, all’inefficienza, all’insipienza della pubblica amministrazione, la gente, da secoli, si arrangia da sola. I più “furbi” si affidano a consorterie ndranghetiste, i più “fessi” (ricordate la famosa distinzione tra furbi e fessi di Prezzolini?) ne riconoscono, comunque l’autorità, e, per non essere spazzati via, si piegano come i giunchi al passaggio del vento (metafora di un vecchio proverbio calabrese). Oggi, i professionisti dell’antimafia – uso la famosa locuzione di Sciascia – chiamerebbero questa gente rassegnata “zona grigia”, intendendo quelli che “pavidamente” non stanno tutti i giorni a fare cortei antimafia e che, per sopravvivere, si adattano.
Non c’è bisogno di scomodare antropologi e sociologi per sapere che l’adattamento è il primo strumento di un uomo per vivere in un determinato ambiente. Ma gli “eroi”, comunque, chiamano chi si adatta “zona grigia”.
Bene, il libro di cui stiamo parlando è il romanzo che più d’ogni altro cerca di indagare sulle caratteristiche di questa “zona grigia”, in un’epoca, per altro, nella quale, tutt’al più si parlava di omertà, ma di questa nuova categoria in voga durante le odierne conferenze stampa degli inquirenti, non si discuteva proprio. In qualche modo, il libro di Gangemi è premonitore e per questo va letto e riproposto, ancor più delle sue opere più recenti.
Ma, accanto a ciò, occorre dire che siamo di fronte ad un libro “bello”, cioè ben scritto, ad una trama sapientemente organizzata per avvincere. Uno di quei romanzi calabresi (e non solo), insomma, che definirei fondamentali. Torniamo al protagonista, l’ingegner Parisi. Un giorno, la sua vita serena viene squarciata da una richiesta estorsiva e da un attentato intimidatorio. Dinanzi all’insipienza e all’impotenza delle locali forze dell’ordine, l’ingegnere, pur con riluttanza, pensa di rivolgersi ad una famiglia di ndranghetisti del paese, quella emergente. Altrimenti non se ne verrebbe a capo e sarebbe costretto a pagare. A parte il pericolo che correrebbe la sua famiglia.
E mentre Gino si rivolge allo ndranghetista Micu Barrese, l’autore ci svela sin da subito chi sono gli autori del tentativo di estorsione: quattro giovani, cani sciolti più o meno impavidi, ovviamente nullafacenti, stufi di vedere gli altri fare i furbi, rancorosi verso il passato di stenti delle loro famiglie, certi che la scorciatoia giusta per il “successo” sia quella di fare da soli e, soprattutto, di cambiare strategia rispetto alle vecchie famiglie dell’”onorata società”. Li comanda lo spavaldo Cola. Essi pensano che le estorsioni vadano fatte anche ai compaesani, quelli danarosi, quelli che il successo l’hanno già avuto, per meriti propri o per fortune più o meno lecite. E così non c’è solo Gino Parisi nel loro mirino. Anche altri notabili del paese subiscono lo stesso trattamento.
A differenza delle forze dell’ordine, completamente inadeguate a comprendere la situazione, tutti, in paese, intuiscono quel che sta accadendo. Ed ognuno a suo modo decide di non cedere, di contrattaccare. Anche di questi altri l’autore ci offre efficaci ed accurati ritratti. In sottofondo a tutto il romanzo, invece, come il coro di una tragedia greca, c’è un gruppetto di vecchi amici che si danno appuntamento, a sera, nella falegnameria di Mastro Umberto, dove commentano gli accadimenti e chiosano comportamenti, pettegolezzi, dicerie, con un misto di saggezza popolare, di esperienza dovuta all’età e di complice malizia.
L’ingegner Parisi incassa le rassicurazioni dei Barresi, ma è preoccupato e perplesso: sa di aver fatto una cosa illegale e soprattutto pericolosa. Questa consapevolezza rimarrà stampata a lettere di fuoco nel suo animo durante tutto lo svolgimento della vicenda. I Barrese analizzano l’accaduto come dovrebbero fare degli investigatori efficienti, e, conoscendo tutto e tutti del paese, scoprono che ad organizzare lo sgarro sono i quattro giovani. Cola viene convocato e redarguito perché “la famiglia Parisi è cosa nostra”. Ma egli, con un discorso la cui logica non fa una grinza (vi rispettiamo ma anche noi vogliamo fare i nostri affari; “cu avi a vucca voli u mangia”; “ho già zappato abbastanza nella mia vita […], non mi piacciono i calli e non mi piacevano quelli di mio padre e la sua schiena curva di fatica e umiliazioni”), fa capire ai Barrese che ha fretta di emergere e che non lo fermerà nessuno.
I quattro amici discorrono sul da farsi e, a loro volta, scoprono che i Barresi sono coinvolti in un sequestro di persona: per caso trovano un covo dove è stato tenuto prigioniero il rapito e raccolgono un bottone e d un piccolo pezzo di stoffa lasciati li dalla vittima forse per essere capace, dopo, di riconoscere la sua prigione. Certi di poter ricattare i Barresi, decidono, pertanto, di proseguire nella loro ascesa criminale. Una delle vittime, l’uomo d’onore vecchio stampo Ciccio Aversa si difende con le armi, ma viene arrestato. Un altro uomo d’onore, don Rosario, con i fedeli fratelli Laface pensa a come proteggere un amico, colpito anche lui dal tentativo di estorsione del gruppetto. La tragedia matura quando Cola tenta di ricattare i Barrese con la storia del rapimento. Viene brutalmente ed immediatamente eliminato ed il cadavere accuratamente nascosto. Il gruppetto di amici, privato del suo capo, si sfalda immediatamente.
Don Rosario e i Laface terrorizzano un altro della banda, Ntoni, con una “magistrale” lezione sugli “uomini d’onore” e su quella sorta di legge del taglione che segretamente vigeva ancora nella comunità: la pena è che Ntoni, per riparare al torto fatto (aveva bruciato l’auto ad un amico di don Rosario) deve bruciarsi, da solo, la sua di macchina, davanti a tutti. E così accade. È la legge del taglione, l’abitudine a ricorrere ad una giustizia rapida e sommaria con l’aiuto di uomini d’onore in una società incapace da secoli di elargire giustizia, di promuovere coesione sociale, di assicurare un minimo di ordine e di legalità, insomma la necessità di farsi lupo tra i lupi (che è poi una vecchia metafora filosofica di Hobbes che nessuno si è mai sognato di chiamare mafia).
Ntoni, dopo l’umiliazione subita, parte per il Nord Italia. Anche Peppe, il terzo del gruppo, subisce un trattamento analogo e scappa anche lui. Il quarto, Tano, cugino di Cola, deduce che qualcuno ha ucciso il compagno scomparso e per esclusione giunge ai Barrese. E vaneggia sul come vendicarsi. Intanto l’ingegner Parisi, inorridito da altri fatti di sangue che scuotono il paese, decide di trasferirsi anche lui nel Nord Italia e predispone tutto. Ma prima ha uno sfogo con i Barrese, ai quali rimprovera, improvvidamente, di avere agito sopra ogni limite e li incolpa della morte di Cola (anche se sa che la colpa è anche sua per aver chiesto protezione ai Barrese ma ignora che questi hanno fatto quel gesto soprattutto per proteggere se stessi).
Intanto Ntoni viene arrestato e messo al torchio per la scomparsa di Cola. Il sequestrato viene liberato dai suoi rapitori e ritrovato da un gruppo di persone del luogo, ma le forze dell’ordine fanno credere che siano state loro a salvarlo. La gente dell’Aspromonte e l’Aspromonte stesso ne escono tutti, indistintamente, diffamati, come se il bene, da quelle parti non esistesse in alcuna forma. L’epilogo giunge repentino e drammatico in un parossismo di accadimenti che rende il finale del libro simile ad un thriller. Peppe è braccato, perché i Barrese sospettano che lui sappia del loro coinvolgimento nel rapimento e possa rivelarlo a qualcuno. Dal Nord Italia, dove si trova, spedisce, per vendetta o per un ultimo tentativo di ricatto verso i suoi nemici, una busta con il bottone ed il pezzo di stoffa ritrovati nella covo dei sequestratori e con un resoconto della vicenda, all’ignaro ingegner Parisi, chiedendogli di rivelare agli inquirenti tutto quanto ha saputo nel caso anche lui scomparisse come Cola. Ma i suoi aguzzini, trovatolo, gli estorcono, sotto tortura, la verità e lo uccidono.
La scena si trasferisce di nuovo al paese dove si consuma l’epilogo drammatico: uomini dei Barrese perquisiscono lo studio dell’ing. Parisi sperando di intercettare prima che ne legga il contenuto la lettera di Peppe, ma la trovano già aperta. Parisi, intanto, appresa la grave verità, con l’animo in tumulto cerca consiglio e protezione a don Rosario, che però è fuori paese. Parisi resta solo col suo segreto. Mentre, finalmente, colto dal terrore, dalla ripulsa, dai sensi di colpa, decide di fare quanto avrebbe dovuto fare sin dall’inizio, ossia rivolgersi, fiducia a parte, alle forze dell’ordine, viene freddato in piazza dai killer dei Barresi che con lui seppelliscono per sempre il loro segreto.
Si conclude la tragedia, che ha diversi protagonisti: il paese, nella sua immobilità e nel suo fatalismo millenario, gli uomini d’onore vecchi e nuovi, con le loro regole e la spietatezza, l’”ordinamento” della ndrangheta locale, in bilico tra antichi equilibri e nuovi egoismi; l’assenza delle istituzioni; la solitudine di un uomo in bilico, tra il desiderio di restare e la necessità di fuggire, tra il bisogno interiore di rompere con la prassi della protezione e dell’omertà e la necessità, invece, di affidarsi agli stessi delinquenti per avere protezione. Da qualche parte nel libro, l’autore mette in bocca a qualcuno, uno sfogo amaro: che vengano, tutti coloro che ci giudicano da lontano, dalle comode redazioni dei giornali, dalle loro città civili; che vengano a scrivere di noi, della nostra omertà, del nostro terrore, del nostro inferno, vivendoci, per un po’, in questo girone dantesco. Forse solo, allora, capiranno davvero.
Domenico Gangemi
Un anno in Aspromonte
Rubettino
Soveria Mannelli 1995
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Di Filippo Veltri
Il Mondo di Lucia. E che cosa e’? E chi e’ Lucia? Perche’ la Calabria delle persone oneste e perbene si e’ mobilitata cosi’ tanto? E’ il sintomo che qualcosa puo’ cambiare dal basso se c’e’ pero’, appunto, una volonta’ della base, altrimenti e’ tutto perduto. Ma andiamo con ordine. Lucia e’ una ragazza di 28 anni che si e’ suicidata un mese fa perché non trovava lavoro. Lucia si e' buttata dal balcone della sua abitazione lo scorso aprile a Cosenza, lasciando una bambina di due anni. Laureata in ingegneria gestionale con il massimo dei voti, 110, era stata costretta ad accettare un lavoro sottopagato e insoddisfacente. Uns storia drammatica che ne ha innescata un’altra di storia, anzi di storie. La madre di Lucia ha, infatti, scritto una lettera in cui denunciava la situazione psicologica che ha spinto la figlia a togliersi la vita e ha parlato della meritocrazia per i giovani. Da questa lettera, che e' diventata un vero e proprio manifesto, alcune donne cosentinehanno unito i commenti postati sui social network creando un gruppo su Facebook che prendeva le mosse dalla manifestazione del 18 aprile a Roma. In poche ore, gli iscritti al gruppo ''Il mondo di Lucia'' sono stati oltre mille e ccrescono di giorno in giorno.
''Il suicidio di Lucia, con la lettera della madre, non e' piu' un fatto privato ma diventa sociale'', ha spiegato all'Adnkronos Maria Rosaria Aquino, una giovane e brillante giornalista cosentina, una delle fondatrici del gruppo ''Il mondo di Lucia''. Insieme a Bianca Rende, che lavora all'Università' della Calabria, Anna Falcone e altre amiche e amici, ha promosso un incontro dal vivo tra i tanti aderenti al gruppo sul social network al quale hanno partecipato, inaspettatamente, oltre quaranta persone. ''E' comodo cliccare mi piace dal computer, ma dovevamo fare di più, vederci per contarci. Non immaginavamo che saremmo stati così tanti'', dice ancora Rosamaria Aquino. All'incontro, che si e' tenuto in un locale di Cosenza, hanno partecipato universitari, amici, la presidente di Federcasalinghe, due ex assessori comunali che hanno raccontato la loro esperienza sul fallimento di alcune iniziative istituzionali e tracciato la linea per un impegno futuro, l'attuale assessore alle politiche sociali del Comune bruzio, Alessandra De Rosa, che ha manifestato la disponibilità dell'amministrazione alle iniziative del movimento spontaneo. La prima sarà una fiaccolata che si terrà il 12 maggio nel centro di Cosenza.
L'idea che gli aderenti del gruppo ''Il mondo di Lucia'' vogliono far passare e' che il dramma del disagio giovanile, il lavoro sottopagato e sfruttato, è comune a molti. Per questo il 12 maggio si terrà una fiaccolata che servirà come momento di riflessione su quanto accaduto e sul fenomeno in genere, alla luce anche dei numerosi recenti suicidi di parecchi imprenditori in difficoltà finanziarie. Il programma della manifestazione e' ancora da definire ma nell'idea delle promotrici c'e' quella di dedicare uno spazio aperto agli interventi ''senza politicizzarla anche se abbiamo già avuto l'appoggio istituzionale del Comune'', precisano.
Verranno distribuiti bigliettini ai partecipanti e ognuno potrà scrivere il proprio pensiero e una proposta concreta che confluirà in un grande cartellone. ''Chiederemo -spiegano le promotrici- maggiore impegno da parte delle istituzioni regionali e nazionali, l'adozione di un piano straordinario per l'occupazione giovanile nel Mezzogiorno, la creazione di un osservatorio che da una parte faccia incontrare domanda e offerta di lavoro, mettendo in rete le conoscenze, e dall'altra ascolti i giovani che hanno bisogno di un supporto psicologico''.
''Questa non e' una manifestazione sull'antipolitica, vogliamo offrire le nostre riflessioni e proposte alla Regione Calabria e soprattutto al governo nazionale'', afferma Bianca Rende che e' una sostenitrice della creazione dell'osservatorio. ''La mamma di Lucia nella sua lettera ha parlato del merito. Noi proponiamo proprio un osservatorio del merito. Non sappiamo che e' stato questo mancato riconoscimento a spingere Lucia al suicidio ma e' un problema che tocca molti giovani. Abbiamo dati statistici in questo senso. Quando i giovani -spiega- terminano il loro percorso di studi, non sanno cosa fare perché manca l'orientamento e i dati ci dicono che rinunciano a cercare lavoro perché sono convinti che senza conoscere ''qualcuno'' non ne troveranno''. Ciò che manca al sistema, secondo Bianca Rende, e' l'ascolto. Dalle adesioni avute sul social network ''si e' capito che c'e' tanta voglia di partecipare, noi l'abbiamo solo intercettata. Oggi -prosegue Rende- mancano i luoghi di aggregazione e questo e' un altro problema. Adesso pero' con questa iniziativa dobbiamo traslare le proposte dal web alla realta'. L'idea dei bigliettini e' la trasposizione sul piano reale''.
Da evento scioccante, la morte della giovane Lucia e’ cosi’ diventata occasione di riscossa della società. ''Stiamo rispondendo - conclude Bianca Rende - all'invito della mamma di Lucia, che ci ha chiesto di reagire. E' strano che proprio in Calabria, che e' una regione che soffre tantissimo, ci siano poche iniziative e non sorgano così tanti movimenti spontanei''. Il mondo di Lucia, insomma, c'e'. Speriamo che serva da esempio per tante altre lucie e che soprattutto contribuisca ad evitare che si possano ripetere altri casi del genere. Non sara’ facile ma occorre provarci.
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Di Gianfranco Manfredi
Si è conclusa la sera del 18 aprile con una cena di gala l’evento Calabria-Rome Wine Days che per due giorni ha visto l’enogastronomia meno conosciuta d’Italia in mostra a Roma, ospite del Circolo Antico Tiro a Volo, in via Eugenio Vajna, sulla sommità dei Parioli. Calici e bottiglie, brindisi, degustazioni e tanta bella gente. Ma anche confronti e vivaci talk-show per le eccellenze enologiche calabresi: la manifestazione ha visto per due pomeriggi e due serate – martedì 17 e mercoledì 18 aprile – l’elegante location sui Monti Parioli diventare “capitale” del buon vino calabrese e di tutto quello che ruota intorno a questa eccezionale bevanda legata, come nessun’altra, alla cultura e al territorio con le sue peculiari identità.
Un posto di primo piano è toccato all’enologia del Lametino con la presenza delle Cantine Statti di Lamezia e di Le Moire Winery di Motta Santa Lucia. Un successo anche personale per Antonio Statti – titolare dell’azienda col fratello Alberto – che è intervenuto all’evento accompagnando i suoi vini portati in degustazione: il bianco Greco (da uve greco in purezza) e il rosso Arvino (un blend di gaglioppo e cabernet sauvignon). E un debutto d’eccezione per il vino di Le Moire di Paolo Chirillo, lo straordinario Annibale, un rosso da magliocco dolce e un pizzico di sangiovese. Con loro e con il presidente del Circolo Antico Tiro a Volo, la manifestazione romana si è rivelata molto lametina. Forse non tutti sanno che a presiedere il prestigioso circolo è l’avvocato Michele Anastasio Pugliese, che vive da sempre a Roma ma è originario di Nicastro, e che fra i suoi soci, il circolo annovera molti oriundi del comprensorio lametino.
Col Calabria-Rome Wine Days è stata presentata a Roma la nuova enologia calabrese, le nuove tendenze e i suoi protagonisti – i vini e gli uomini e le donne che lavorano nei vigneti e nelle cantine. Ha partecipato un pubblico selezionato e qualificato: molti vip, dal senatore Vincenzo Speziali, presidente della Sacal, ad Arcangelo Mafrici, già direttore generale di Confagricoltura e consigliere Cnel, da Domenico Naccari, delegato del Comune di Roma alle Comunità calabresi, all’avvocato Fausto Gullo, dal vicedirettore del TG2, Enzo Romeo al giornalista del Tg5 Marcello Villari, a Tullio Fazzolari, giornalista e saggista, dagli esperti di enologia Fabio Turchetti e Andrea Gabrielli all’onorevole Peppino Accroglianò, a docenti universitari, imprenditori e professionisti.
Per partecipare all’evento, da tutte e cinque le province calabresi sono arrivati a Roma cantine affermate e pluridecorate e giovani realtà vinicole, grandi aziende dall’export invidiabile come i Librandi, che ormai superano i due milioni e mezzo di bottiglie all’anno, e cantine di nicchia come Viola che produce appena seimila bottiglie di Moscato Passito. I provetti sommelier dell’Ais-Calabria hanno fatto conoscere e apprezzare ai banchi d’assaggio circa 40 etichette delle aziende Casa Comerci, Casa Ponziana, Ceratti, Ceraudo, Criserà, Fattoria San Francesco, Ferrocinto, Ielasi, La Pizzuta del Principe, Le Moire, Librandi, Malaspina, Poderi Marini, Serracavallo, Statti, Terre Nobili e Viola.
Due serate tutte da degustare, dunque, ma anche occasioni per un confronto sui risultati delle attività intraprese e sui nuovi progetti, sulla qualità raggiunta dall’enologia regionale, sugli affascinanti percorsi enologici e gastronomici. La manifestazione è stata promossa dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Calabria e fortemente voluta dall’Assessore Michele Trematerra e dal presidente del Circolo Antico Tiro a Volo, avvocato Michele Anastasio Pugliese, con la partecipazione dell’AIS Calabria. “I vini e nostre tipicità – ha sottolineato Michele Trematerra, assessore regionale all’Agricoltura – sono solo la punta di diamante di un sistema, quello dell’agroalimentare calabrese, che è tutto improntato sulla qualità e sul quale abbiamo lavorato e lavoriamo, contrastando resistenze, difficoltà e contraffazioni.”
“Il mondo vinicolo calabrese è in notevole crescita – ha aggiunto l’esponente dell’esecutivo regionale guidato da Giuseppe Scopelliti –, annuncia un rinascimento enologico per molti versi già in fase avanzata e manifestazioni qualificate come questa accendono le luci giuste, sono i luoghi privilegiati di una valorizzazione autentica e consapevole della qualità raggiunta.”
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Di Tonino Iacopetta
Faccio fatica a parlare del sindaco Speranza, della sua voglia di continuare a fare il sindaco di Lamezia e di non pensare affatto al Parlamento, essendo così gravi e incurabili i mali della Nazione. Ad ogni modo pensiamo per buono quello che lui dice e non pensiamoci più, senza contare che i problemi della nostra città continuano a essere gravi quanto quelli dell’intera nazione. A cominciare della sicurezza, visto che si ricomincia secondo un antico rituale e che sembra dismesso, a fare fuoco in pieno giorno, tipo bomba intimidatoria, presumibilmente, in pieno centro; con il contorno di altri attentati notturni e anche in pieno giorno o comunque nel corso della giornata, interessando questa volta la periferia della città. E non credo che sia finita qua anche se lo spero tanto. Per tutta la città, ma soprattutto dove più sono concentrati gli esercizi commerciali, accanto ai cassonetti della spazzatura si accatasta un sacco di rifiuti impropri che non solo non abbelliscono la città ma creano problemi di ogni sorta e visto che ancora non siamo a Napoli, si potrebbe prendere qualche rimedio, potendo senz’altro, volendo non saprei.
E, ancor; pur essendo Lamezia, la città famosa in tutto il mondo ormai grazie anche alla trasmissione televisiva le iene, per avere trenta sportelli per soli settantamila abitanti, pur essendo Lamezia percorsa giorno e notte da automobili di grossa cilindrata con il contorno di potenti moto, pur essendo Lamezia una città non scarsa di boutique e costellata di centri commercial, pur essendo tutto questo e altro, mi sapete dire che cavolo ci sta a fare una disoccupazione allarmante e soprattutto giovanile, ammesso poi che quei giovani che hanno trovato lavoro siano adeguatamente retribuiti? Avete sentito bene? Figuriamoci allora veramente se uno a Lamezia perde il sonno pensando al dilemma di Speranza: essere o non essere parlamentare. Sia chiaro comunque una cosa e cioè che raramente a Lamezia abbiamo avuto sindaci dell’onestà e della trasparenza di Speranza; sotto questo punto di vista magari ne avessimo avuto sindaci come lui, per quello che abbiamo visto e constatato a Lamezia, dove fare il sindaco è come vincere la lotteria di capodanno. Anche se questo è vero non solo per Lamezia e non solo per l’incarico di sindaco ma per qualsiasi altro ruolo istituzionale in Italia. Tanto è vero che si è venuta creando una casta politica intoccabile, senza badare al colore politico, come dimostra la compattezza da destra all’estrema sinistra nel difendere il finanziamento pubblico ai partiti. Bastava almeno che uno, uno solo dei politici (si fa per dire) italiani avesse avuto il coraggio di dire queste parole: Cittadini italiani, voi che nella stragrande maggioranza siete stati economicamente torturati dalla banda Monti perché a loro dire occorre salvare l’Italia in grave crisi e per non finire come la Grecia, vedete come anche noi politici sappiamo rinunciare in parte al finanziamento, non a tutto ma in parte, anche per evitare che i con i miliardi di voi poveri cittadini mentecatti molti di noi si diano agli stravizi! Credetemi, nessun esponente di nessun partito (Aho, Bersani, ma che leader sei di un Partito operaio!) fare un discorso di questo genere. Oppure qualche parlamentare che avesse detto: Visto che gli italiani, anche quelli più economicamente scassati, fanno tanti sacrifici, noi che abbiamo al contrario infiniti privilegi e stipendi quasi uguali a quelli dei semplici consiglieri regionali, che stanno, volendo, ancora meglio di noi, riduciamoci sensibilmente stipendio e privilegi. Macché invece io ho sentito con le mie orecchie sostenere da parte loro che l’attuale loro stipendio è insufficiente per i compiti che hanno e hanno gridato pure: andate invece a controllare quanto guadagnano dirigenti, giornalisti e altri!
Andiamo proprio di bene in meglio ed ecco perché quando io incappo in una persona onesta e pulita come il nostro sindaco sono felice. Peccato che la sola onestà non basti a risolvere alcun problema cittadino perché anzi speranza di problemi ne ha creati ancora di più. Abbiamo sotto gli occhi la continua ed estenuante lotta politica che da sette anni impedisce la risoluzione dei problemi anche perché la lotta politica si svolge in casa, mentre a Lamezia esiste l’opposizione più morbida del mondo (chissà poi perché…). Sindaco, vorrei che tu fossi arzillo quanto onesto, capace amministratore quanto onesto, saresti perfetto anche se così non saresti più Speranza. In passato qualche illusione me la ero fatta con il non più assessore grasso all’istruzione ma a quanto pare Tano non è riuscito a operare per come lui voleva, adesso è entrato in Giunta una persona abbastanza capace come Enzo cittadino e spero che almeno lui riesca a fare quello che ritiene giusto per la città. Quanto alla Multiservizi, nonostante gli enormi problemi in cui si trova coinvolta, non me la sento di crocifiggere Fernando Miletta, soprattutto pensando a come in passato tanti personaggi hanno tentato la scalata a questa azienda non certo con l’intenzione di fare prima di tutto l’interesse dei cittadini ma il proprio o nel migliore dei casi il bene del partito d’appartenenza o comunque di chi lo ha fatto sedere su questa poltrona così ardentemente ambita, visto poi che esistono tanti problemi intorno ad essa. Ma, se io sapessi rispondere a questa domanda, saprei pure perché l’Italia ha uno dei più grandi debiti pubblici al mondo!
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Di Francesco Bevilacqua
Ci occupiamo oggi di un tema di grande rilevanza per capire come si sia venuto formando, nella storia, un immaginario collettivo che ha fatto della Calabria una terra selvaggia abitata da genti irriducibili alla causa della legalità. Sembra una maledizione, ma la storia ha davvero condannato senza appello questa regione: in epoca classica con l’odio romano nei confronti dei brettii, i quali, a causa della loro inimicizia verso l’Urbe, furono espropriati delle terre, condannati ad un ruolo servile e successivamente oltraggiati per esser stati – secondo la leggenda – proprio di stirpe brettia in soldati che crocifissero Gesù; tra il Cinquecento e l’Ottocento il brigantaggio; in epoca moderna la ‘ndrangheta.
Il tema di oggi è quello del brigantaggio (ce ne siamo già occupati in questa rubrica con i romanzi di Nicola Misasi e di Luigi Guarnieri). Giunge ora, fresco di stampa, un libro dalla bella veste grafica, ricco di illustrazioni e dai contenuti di notevole interesse, dello storico Enzo Ciconte, già noto per i suoi lavori sulla mafia. Il libro si intitola Banditi e briganti, rivolta continua dal Cinquecento all’Ottocento.
Si tratta ovviamente di un saggio storico, ma dal taglio eminentemente divulgativo. La novità rispetto a precedenti analoghi, è proprio questa, insieme alla completezza cronologica del volume, visto che Ciconte racconta tutta la vicenda del banditismo e del brigantaggio nell’Italia intera, indagandone le ragioni storiche, i risvolti leggendari, le implicazioni sociologiche, le matrici antropologiche, i riferimenti letterari. All’interno del volume una straordinaria quantità di riproduzioni di quadri, disegni, foto d’epoca sui fatti e i personaggi narrati, che rendono il libro davvero prezioso.
L’aneddoto di Francesco Saverio Nitti riportato sul retro del volume dimostra come in molti abbiano creduto per secoli che il brigantaggio, più che un fenomeno, fosse una sorta di problema razziale o genetico. Questo atteggiamento si deve essenzialmente alla cattiva reputazione che le truppe d’occupazione napoleoniche durante il cosiddetto “decennio francese” (1806/1815) diffusero in patria e poi in tutt’Europa, sugli abitanti del Sud Italia, che erano insorti contro di loro. Da quel momento gli italiani del Sud furono, indistintamente, “briganti”.
Ma andiamo per ordine e vediamo di raccontare il fenomeno del banditismo e del brigantaggio secondo la stessa ricostruzione di Ciconte. Il termine brigand, spiega Ciconte, in realtà viene introdotto proprio dai francesi e surcalassa quelli più antichi di latrones, ossia ladri di strada, e di banditi, cioè di soggetti espulsi o fuggiti dalla comunità per motivi diversi, che scelgono la macchia, il bosco, come rifugio, da dove partire per vendette e razzie.
La prima ondata di ribellismo banditesco si ebbe sotto la dominazione spagnola, tra il Cinquecento ed il Seicento. Mentre nel Cinquecento vi era stata una cospicua ripresa economica, come dimostrano gli studi di Giuseppe Galasso, dal 1620 in avanti si ebbe una graduale decadenza della vita civile del Sud Italia. Carestie, scorrerie piratesche, crescita della pressione fiscale (per effetto della Guerra dei Trent’anni tra Francia e Spagna), decadenza delle antiche attività economiche, scarsi investimenti da parte del ceto proprietario, calamità come il terremoto del 1638, la peste del 1656 e quella del 1659, portarono condizioni di grave indigenza soprattutto negli strati bassi della popolazione.
A ciò si aggiunga il fenomeno degli arbitrari infeudamenti dei paesi, costretti a pagare esosi riscatti per liberarsi. Non può meravigliare – ha osservato Lucio Gambi in un libro sulla Calabria da noi già recensito in questa rubrica – che in una situazione di così grave arretratezza e sopraffazione, si manifestasse l’unica reazione possibile da parte di genti disperate, ossia il banditismo o il brigantaggio. Da un lato vi era il governo centrale, con la sua assenza-rapacità, che imponeva tasse e balzelli ma nulla dava in cambio, soprattutto in termini di giustizia e sicurezza. Dall’altro vi erano i baroni locali che reclamavano autonomia dallo Stato centrale e pur tuttavia rimbalzavano le imposizioni e l’esosità fiscale sui sudditi, tiranneggiavano indisturbati in totale assenza di diritto, si impossessavano di terre demaniali e di quelle gravati da usi civici.
Nel mezzo di questo conflitto vi erano le plebi, sprofondate nella miseria più nera, sfruttate dai baroni in modo inimmaginabile, usurate da carestie, epidemie, guerre, che reagivano con gesti briganteschi e rivolte. Per cui, già nel XVI secolo la Calabria, secondo lo storico Fernand Braudel, era produttrice di briganti ancor più che di seta.
Già a quel tempo, il banditismo aveva come obiettivi baroni, vescovi e grossi mercanti (ossia le classi ricche) ed otteneva la solidarietà attiva delle popolazioni di braccianti e pastori. Poiché la violenza era rivolta solamente verso i ricchi, nacque l’alone leggendario del brigante che toglie ai ricchi per dare ai poveri. Alone che, per la Calabria, troveremo amplificato nella narrativa di Nicola Misasi.
Ma, già a quell’epoca, commenta Ciconte, a questa matrice banditesca, si aggiunse quella dei delinquenti assoldati dagli stessi baroni per difendere i propri abusi o per danneggiare scomodi concorrenti. Contraltare alla efferatezza del banditismo fu la spietatezza della repressione, che, nella furia impotente, colpì ogni tipo di connivenza e fece spesso strage di innocenti, rei solo di essere sospettati di sedizione o di foraggiare i banditi. L’occupazione francese produsse la seconda, veemente ondata di brigantaggio. Furono considerati briganti, indistintamente, sia i delinquenti comuni che chi si ribellava all’occupazione.
La durezza e le atrocità dell’esercito francese da un lato, ed il piano del cardinal Fabrizio Ruffo per riconquistare il regno ai Borboni (che faceva leva sull’odio delle classi povere verso i borghesi, detti “galantuomini”, sospettati di connivenza con i francesi) produsse un fenomeno di vera e propria guerriglia bene organizzata e diffusa. In poco tempo il cardinale raccolse un’”armata della santa fede” (da qui il termine di sanfedismo dato alle insorgenze). Di questa armata facevano parte moltissimi criminali ai quali era stato promesso l’indulto. Il brigantaggio si scatenò in modo incontrollabile, a scapito anche dei cittadini dei paesi, poveri o ricchi che fossero. Nel 1808 fu inviato al Sud il generale Manhès, il quale operò una repressione ferocissima, che si basava su una regola semplice quanto efficace: interrompere i rifornimenti e colpire i fiancheggiatori delle bande. Fu all’uopo emanata la cosiddetta “legge del ristretto del pane”. Tra taglie sulle teste dei briganti, favori per le delazioni, controlli severissimi sulle derrate alimentari e sul bestiame, divieto di uscire dei centri abitati pena l’immediata fucilazione, arresti in massa dei familiari e dei parenti dei briganti, Manhès potè trucidare centinaia e centinaia di briganti o presunti tali, mettere a ferro e a fuoco interi paesi, stuprare le donne, torturare gli uomini e dichiarare, così, nel 1811, che il brigantaggio era stato domato.
In realtà, ad essere domato, fu il brigantaggio antifrancese, ma il brigantaggio come abitudine dei poveri di darsi alla macchia durò ancora per molto tempo. Ad alimentarlo, scrive Ciconte, era l’atavica fame di terra dei contadini, che, da sempre, avrebbero voluto utilizzare le terre demaniali usurpate dai baroni. Ma a volere le terre dei latifondi era anche la borghesia professionale e commerciale, nuova classe emergente. E fu questa ad avere la meglio quando, dopo la legge eversiva della feudalità (1806), riuscì ad acquistare gran parte delle terre liberate. Fu così che i contadini poveri persero gli usi civici su quelle terre. Ma quand’anche ci avessero provato, i contadini, ad acquisire piccoli appezzamenti di terreno, non furono in grado di coltivarli per mancanza di adeguati mezzi finanziari e furono costretti a rivendere i terreni ai ricchi borghesi. “Il fallimento è tanto più cocente – scrive Ciconte riferendosi ai francesi – per chi ha avuto il coraggio di introdurre leggi sull’eversione della feudalità che non avranno i risultati sperati proprio sul terreno della formazione della piccola proprietà terriera che avrebbe potuto prosciugare l’immenso mare dove ha pescato il brigantaggio”.
La restaurazione borbonica fu segnata da una persistenza del brigantaggio, come logica conseguenza della mancata soluzione di quella fame di terra di cui poc’anzi si diceva. Ed i briganti, da amici dei borboni all’epoca dell’occupazione francese divennero nemici dello stato borbonico. La borghesia proprietaria mantenne i privilegi acquisiti ma non ebbe accesso alle leve di governo, riservate comunque all’aristocrazia. A combattere i briganti vennero chiamati funzionari e militari che usarono gli stessi metodi del generale Manhès. Questa volta la parola d’ordine fu “salutare terrore”. Furono anche rinvigorite le guardie urbane, gruppi di cittadini autorizzati, cioè, ad intervenire militarmente in caso di scorrerie di briganti.
Crebbe in Calabria un brigantaggio minuto, dedito ai piccoli furti ed al danneggiamento. In ogni caso i Borboni scontentarono tutti: i latifondisti perché, con un decreto del 1843, ordinarono loro di dimostrare a che titolo possedessero le terre usurpate, ed i contadini perché comunque non riuscirono a risolvere i loro problemi. In Calabria si celebrò l’epopea di Giosafatte Talarico, di cui abbiamo già parlato a proposito del libro di Nicola Misasi: il brigante si arrese solo dopo una trattativa che gli consentì di concludere la propria vita da uomo libero ad Ischia ad appannaggio dello Stato che gli elargì una pensione. Fu il suggello definitivo al mito del brigante imprendibile, generoso, spietato e scaltro.
Arrivarono le rivolte del 1948, sempre per l’occupazione delle terre. I contadini poveri che insorsero vennero definiti “comunisti”, perché volevano spartirsi le terre demaniali usurpate da nobili, borghesi ed ecclesiastici. Finiti i moti, ricominciò il brigantaggio. Venne inviato in Calabria prima il marchese Ferdinando Nunziante, poi il generale Gaetano Afan de Rivera. Entrambi agirono con i soliti metodi repressivi e per nulla selettivi: ancora arbitri, ancora uccisioni e carcerazioni di innocenti, ancora stragi.
E arriviamo all’ultimo atto: l’Unità d’Italia e la conquista piemontese. Nel 1960 Garibaldi, appena sbarcato in Sicilia, firmò un decreto, suggeritogli da Francesco Crispi, con il quale assicurò la spartizione delle solite terre tra quanti si sarebbero battuti per la patria. In poco tempo però il decreto viene reso inoffensivo e la situazione tornò ad essere tale e quale a prima. La borghesia usurpatrice, furbescamente, si schierò dalla parte dei Piemontesi per garantirsi il perdurare dei propri privilegi. I poveri del Sud insorsero ancora una volta attraverso l’unico strumento possibile, il brigantaggio, che, contro i piemontesi, divenne una vera e propria guerriglia a tutto campo.
Sembra un’analisi semplicistica, ma è attraverso il ribellismo che, da sempre, vengono combattuti i grandi poteri le grandi forze militari: è l’unica forma di “guerra” che può essere sostenuta da chi non ha eserciti ed organizzazione sufficiente. Ed è, da sempre, quella più difficile da contenere, perché fa leva sulla vastità e l’asperità del territorio, sull’astuzia e la sorpresa, sulla segretezza, sulla simpatia delle popolazioni locali.
E l’ultimo atto fu anche il più feroce ed amaro. Alla crescita esponenziale del brigantaggio dopo l’Unità contribuirono vari fattori: il primo è, l’abbiamo detto, la consapevolezza che ancora una volta l’avrebbero avuta vinta gli usurpatori delle terre; il secondo è una vaga simpatia per i borboni; la terza è la coscrizione obbligatoria nell’esercito sabaudo alla quale molti giovani si sottrassero dandosi alla macchia. Si pose mano, è vero, ad un timido piano di quotizzazione di piccoli appezzamenti di terreno tra i contadini. Ma accadde, come sempre, che i contadini non trovarono fondi sufficienti per mettere a coltura i terreni e questi ritornarono a basso prezzo nelle mani dei latifondisti.
Sotto il governo di Bettino Ricasoli venne, ancora una volta, la repressione. Durissima e spietata come non mai. Ne abbiamo parlato con la recensione del romanzo di Luigi Guarnieri I sentieri del cielo. La barbarie della repressione con metodi ancor più feroci di quelli dei francesi venne accompagnata da una scaltra campagna di disinformazione: le regioni del Sud erano ancora una volta abitate dai diavoli, e contadino equivaleva a brigante. Se non si era brigante si era fiancheggiatore. I meridionali divennero, così, una razza maledetta, come abbiamo visto recensendo il saggio di Vito Teti che ha per titolo, per l’appunto, La razza maledetta. Venne, infine, decretato lo status quo in ordine alla questione demaniale con una legge del 1876, che legittimò l’usurpazione delle terre.
Intanto, nel 1863 era stata emanata la famigerata Legge Pica che diede poteri speciali ai militari. Non è possibile riportare qui la mole di informazioni contenute nel libro di Ciconte circa questo periodo crucciale della storia della Calabria e di tutto il Sud. Per tutti basti il giudizio di Antonio Gramsci: “Lo Stato italiano […] ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.
Ed ecco le cause reali della sconfitta del brigantaggio antisabaudo secondo Ciconte: la grande emigrazione transoceanica, che ridusse la pressione sociale; le predicazioni socialista e cattolica, che incanalarono verso forme di protesta sociale lecite le rivendicazioni dei contadini poveri del Sud. Il brigantaggio uscì, così, dalla “storia” ed entrò definitivamente nel “mito”.
Infine, la tesi di Ciconte è che non vi è connessione tra il brigantaggio e le mafie. I luoghi comuni che vogliono le mafie come prosecuzione del brigantaggio nascono dall’esigenza dei mafiosi di nobilitare le proprie origini e di connettersi ad un malcontento che in qualche modo giustifichi le loro gesta.
Enzo Ciconte
Banditi e Briganti
Rubbettino
Soveria Mannelli 2012
€ 18
DI FILIPPO VELTRI
La cooperativa Valle del Bonamico, fondata da monsignor Giancarlo Bregantini, è stata assolta dalla Corte dei Conti. E’ falso che abbia provocato un danno erariale di 1.375.000 euro. Questa notizia è stata data un paio di settimane fa in una conferenza stampa a Locri ma non ha suscitato grande interesse. Anzi nessuno. Poco spazio sui giornali locali, niente su quelli nazionali, qualcosa in più su qualche sito di qualche volenteroso. Diffusamente se n’è occupato solo lo scrittore Gioacchino Criaco, autore anni fa di un best seller tra cronaca e realtà, nato nella locride, grande conoscitore di come vanno le cose in quelle zone. Per il resto silenzio. Nessuna reazione di partiti, sindacati, Chiesa, associazioni antimafia, associazioni senza anti. Insomma, zero.
Eppure quella cooperativa e quell’iniziativa di quel Vescovo, mai troppo rimpianto, ha fatto cose che meritavano qualche riflessione in più. Ma così va la Calabria…Così va l’informazione oggi in Italia. Quella cooperativa conta 30 aziende che coltivano lamponi e 5 che si occupano dell’allevamento del maiale nero, e ha centinaia di operai alcuni dei quali ex detenuti. Il tutto in terra di mafia. In un comunicato, dopo l’assoluzione, la cooperativa scrive: “C'è da dire che certa antimafia è diventata più che battaglia di giustizia e di democrazia, una mangiatoia per costruire affari, carriere ed effimere aziende tuttofare. Spesso, certe forze che istituzionalmente sono chiamate a fare antimafia, anziché riparar ferite e guarire lacerazioni del tessuto sociale ed economico, con questo pretesto continuano nell'opera di asservimento del Sud. Nel nostro caso ha vinto la giustizia”.
C’è amarezza in queste parole, quella che non ha mai ufficializzato e mai lo farà Monsignor Bregantini, oggi a Campobasso e per anni a capo della Diocesi di Locri-Gerace e prima ancora prete operaio a Crotone. Veniva dal Trentino, viaggiava senza telefonini, spesso lo si incontrava a piedi sulla statale ionica 106. Un prete, un uomo del quale la Calabria fa finta di non ricordare ma che lui forse rimpiange. Sicuramente quella locride, quella gente, quelle montagne che dal mare salgono verso l’ Aspromonte, dove lui aveva scommesso con le sue cooperative, che poi hanno tentato di infangare, di mandare anche quelle al macero.
‘’… Qualcuno – scrive Criaco - avrebbe gioito se la sua creatura, la cooperativa del Bonamico, fosse stata condannata come un qualsiasi truffatore. Qualcuno che aveva gioito quando un’intercettazione, in cui si parlava di un intervento del vescovo per far cessare le stragi a San Luca, aveva fatto il giro dei media per poi svanire nel nulla, anch’essa come l’accusa di danno erariale…’’. Oggi, in periodo di Pasqua, vogliamo dedicare questo spazio a questo sacerdote, a questo grande uomo. Ci manchi mons. Bregantini.
‘’…Ci manca – uso ancora le parole di Gioacchino Criaco - il prete operaio, ci manca il missionario utopista che ci aveva fatto scoprire che avevamo i lamponi più buoni del mondo e che anche i cattivi potevano coltivarli. Manca alla nostra terra e manca anche ai senza Dio. Anche a Bregantini manca la Locride, così continuerà a infilarla ogni tre parole, in qualunque discorso farà e in qualsiasi posto.Grazie monsignore, quaggiù qualcuno la ama, esclusa la Calabria ingrata quella che l’ha fatta partire, ma non è riuscita a spegnere un amore che arde ancora anche se da lontano, quella Calabria che dovrebbe interrogarsi e smetterla con l’arroganza di sentirsi solo essa buona’’.
Bregantini antico e moderno, uno che sa stare nel mondo attuale ma che porta dentro una carica spirituale millenaria, ancora perfettamente intatta. In un certo senso il monsignore è un diavolo, perché la sua ‘’…dialettica – conclude lo scrittore - ha un che di diabolico, ti ammalia, ti strega, gioisci ad ascoltarlo anche se sei uno che la Chiesa non la frequenta neanche di striscio. Se, anche per caso, ti trovi ad ascoltare un suo sermone a lui non puoi non riconoscere la passione, l’umiltà, la buona fede e, soprattutto, la fede. Si può avere qualunque idea sulla religione, ma una sola sul suo animo. E’ un missionario dell’utopia, crede in Dio ma anche nell’uomo. E poi, quando parla di qualunque cosa parli trova il modo di infilare nel suo discorso il Sud. Ogni volta, mette dentro la Calabria, sempre a proposito, ogni tre parole’’. Quello di Bregantini fu un sogno spezzato, un altro del quale la Calabria si pentirà.
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DI LUIGI MICHELE PERRI
E’ in arrivo in Calabria il digitale terrestre. L’innovazione comporterà una vera e propria rivoluzione del settore delle comunicazioni radiotelevisive. Il passaggio dalla televisione analogica, quella attuale, alla televisione digitale è previsto tra maggio e giugno. Si tratta di un’epocale opportunità che richiede la massima applicazione per quelle realtà locali motivate da obiettivi di più vasta diffusione della propria cultura, attraverso il glocal, ossia attraverso la coniugazione global – local, destinata ad affermare, o meglio: a mantenere, la propria identità nel mondo globalizzato. Evitare l’omologazione, scongiurare i rischi di perdersi nell’anonimato; promuovere identità e attestare la propria presenza, assicurandole sopravvivenza e rendendola visibile in permanenza: è questa la missione delle generazioni contemporanee destinate a vivere questo grande sconvolgimento tecnologico. Di cui occorre comprendere le positività e cogliere le negatività per indirizzarne gli effetti soprattutto in un quadro di valorizzazione di ogni “comunità civica” nel sistema globale, di per sé portato ad annullarla.
La Calabria, con il legittimo vanto dei suoi retaggi culturali, non può restare inerte a fronte dei rischi e a fronte delle opportunità che il digitale terrestre offre. Le istituzioni devono adeguatamente attrezzarsi per garantire alla regione e alle sue “comunità civiche” il diritto all’esistenza e alla riconoscibilità. La sfida richiama la storia che verrà e che valuterà quanto essa sia entrata nella centralità dell’impegno pubblico. Della prospettiva si sta discutendo molto negli ultimi mesi, tuttavia l’interesse sembra più votato ad una applicazione pratica della nuova tecnologia che non agli infiniti contenuti e alle innumerevoli possibilità di produzione che il digitale offre. O meglio: si discute un po’ di infrastrutture, molto di installazione e di decoder, poco o nulla di filiera lungo il percorso dato dal network provider, dal content provider e dal service provider.
La Calabria corre il rischio di avere il contenitore e di non avere cosa metterci dentro. Il calabrese Corrado Alvaro, che fu antesignano dei processi di modernizzazione della informazione attraverso l’uso della radio e che fu – non tutti lo ricordano – il primo direttore del Giornale radio nazionale della Rai, se ne scandalizzerebbe. Ma il semplice buonsenso troverebbe motivi di contestazione per i ritardi che questa regione sta accumulando, specie sul versante della produzione dei contenuti. L’auspicio finale è che il mondo istituzionale e quello culturale si mobilitino, insieme, per dare un progetto alla nuova tecnologia e per offrire a questa terra l’occasione storica di presentarsi più direttamente al mondo con la propria identità e con il proprio patrimonio culturale, risorse che le permettono di esporsi sulla scena planetaria con la forza della sua capacità di attrazione.
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di MARIA ARCIERI
Adotta il metodo freudiano, è affascinante, professionale, ritiene da esperto del settore che ” in molte realtà umane e sociali manchi una sana “cultura psicologica”. In un epoca di depressione, abbiamo intervistato, per conoscere meglio il problema, Vincenzo De Blasi, 36 anni, psicologo clinico, psicoterapeuta, professore a contratto all’Università “Tor Vergata” di Roma. Laureato alla“Sapienza” (Università di Roma) con specializzazione in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicoanalitica.
Perché ha scelto di esercitare questa professione?
“L’interesse per la psicologia è coinciso con quello verso il pensiero di Sigmund Freud, all’età di 16 anni, dopo aver letto “L’Interpretazione dei sogni”. Più tardi, nella scelta universitaria, la passione culturale e quella lavorativa si sono poi incontrate con precise inclinazioni personali. Credo che, in generale e laddove ci sia la possibilità di perseguire i propri interessi culturali, ciò accada per ogni specifica scelta professionale”.
Dove esercita?
“Roma, Lamezia Terme”.
Quali sono i problemi che maggiormente soffrono i suoi pazienti?
“Disturbi d’ansia e Disturbi da dipendenza (addiction disorders)”.
Di ansia e attacchi di panico sono aumentati i casi negli ultimi anni?
“Ci tengo a premettere che nell’ambito della psicopatologia ogni “questione epidemiologica” e “statistica” risulta essere complessa e sia naturalmente influenzata da almeno due fattori: il primo è riferibile alle differenti metodologie diagnostiche che spesso portano a conclusioni diverse; il secondo ha una spiegazione, per così dire, “ambientale”, in quanto, spesso, sopratutto in determinate situazioni territoriali e culturali, il disagio psichico è tenuto nascosto, per paura di essere giudicati, rigide convenzioni culturali, ignoranza della malattia. Per questi motivi, è difficile fare riferimento a “numeri” certi, relativi all’incremento o al decremento statistico di alcune sindromi psichiatriche e psicopatologiche. Sebbene oggi non si parli più di alcune malattie, come l’isteria “classica”, è pur vero che se ne sono aggiunte di nuove, sconosciute fino a venti anni fa, come gli addiction disorders, ossia le dipendenze compulsive da gioco d’azzardo, internet, droghe, alcool, sesso. Come anticipato, i dati “reali”, però, non sempre coincidono con i dati “clinici”. Personalmente, nella mia esperienza clinica, non ho riscontrato un significativo incremento o decremento del quadro sintomatologico meglio conosciuto come “attacchi di panico”.Vorrei tuttavia precisare che, più che di “attacchi di panico”, preferisco parlare di “disturbo d’ansia generalizzato con attacchi di panico”. Questa definizione consente di indicare meglio un quadro diagnostico più complesso, in cui gli “attacchi di panico” (che, escludendo una causa organica, si manifestano con sintomi come: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia; sudorazione; tremori; dispnea o sensazioni di soffocamento; nausea o disturbi addominali; derealizzazione ossia sensazione di irrealtà o depersonalizzazione ossia sentimento di “essere distaccati da se stessi”; paura di perdere il controllo) diventano l’espressione sintomatologia di un disturbo con radici ben più complesse”.
Quali sono i pro i contro di questa meravigliosa professione?
“Credo che nel lavoro clinico i “pro” e i “contro” si bilancino, al pari di altre categorie professionali che operano nel campo della salute. Se devo dare una risposta, direi che i “pro” hanno a che fare con una attività lavorativa che, se svolta con passione, risulta sicuramente “creativa”; i “contro”, spesso, emergono quando ci si imbatte in ambienti istituzionali (scuole, ospedali) in cui c’è una totale “sordità” per l’importanza della prevenzione psicologica verso categorie di popolazione più “a rischio” di altre. Il rischio di burn-out poi, per quanto ho avuto modo di vedere in alcuni casi, è maggiore quando il terapeuta si chiude nel suo studio o nel suo consultorio pubblico e tende a vivere solo ed esclusivamente per i suoi pazienti.
Una delle potenzialità “positive” del lavoro nell’ambito della psicologia clinica e della psicoterapia è quello di poter diversificare i propri interessi”.
Ci si può innamorare di una paziente o è l’unico medico per il Giuramento di Ippocrate che non può, diciamo perdere la testa per la paziente e il contrario?
“E’ inutile nascondere che questo è sicuramente uno degli argomenti che più di altri suscita le “curiosità” dell’immaginario collettivo verso la professione dello psicoterapeuta e la relazione psicoterapeutica. Ne sono un esempio alcune “rappresentazioni sociali” emerse nelle produzioni cinematografiche, con film come “Prendimi l’anima” o il più recente “A Dangerous Method”.La questione è indubbiamente delicata e meriterebbe ben altri approfondimenti.
Nel 2011 ho avuto il privilegio di curare un libro sul tema (Setting: violazioni e trasgressioni, Alpes, Roma), a cui ha partecipato Glen Gabbard, uno dei più illustri psichiatri del panorama scientifico contemporaneo. Effettivamente, il professor Gabbard, riportando statistiche “inquietanti”, sollecita gli ambiti istituzionali preposti al controllo della professione psicoterapeutica a “tenere alta la guardia”, a considerare cioè il fatto che le violazioni e le trasgressioni operate dal terapeuta in psicoterapia stanno diventando molto significative.
Se ci si innamora di una paziente c’è qualcosa in terapia che non và e il trattamento, che evidentemente non funziona più sulla base di un obiettivo di cura, dovrebbe essere sospeso, o, come minimo, sottoposto a supervisione da parte di un collega più esperto. A meno che non abbia una formazione medica, lo psicoterapeuta non deve rispondere al Giuramento di Ippocrate ma ad un preciso Codice Deontologico che chiaramente impone il totale rispetto verso il paziente.
Credo che il problema, laddove si manifesti una trasgressione di tal tipo, si possa ricondurre ad una chiara violazione dell’etica che dovrebbe guidare la professione psicoterapeutica e, in modo complementare, ad evidenti problemi “interni” al terapeuta, come l’incapacità di gestire le emozioni suscitate ed evocate dalla/dal paziente o conflitti appartenenti alla propria storia – attuale o passata - relazionale. Nell’eventualità di passaggio all’atto sessuale, poi, come detto precedentemente, il problema diventa, oltre che psicologico, anche deontologico, con le relative conseguenze. Per lo psicoterapeuta alle prese con casi emotivamente “difficili” è necessaria quindi una costante supervisione, che consenta di elaborare eventuali fantasie di “trasgressione” della relazione clinica e recuperare la necessaria “neutralità”. Per quando riguarda i possibili “innamoramenti” delle/dei pazienti nei confronti dei terapeuti, questi stati emotivi spesso vengono vissuti in modo “confusivo” rispetto a sentimenti di “idealizzazioni” – di cui la fenomenologia amorosa in generale è ricca – o rispetto al “transfert” – da intendersi come proiezione sul terapeuta di sentimenti regressi verso altre persone significative della propria infanzia o della propria storia relazionale. In questi casi, è necessario che il terapeuta dia senso a tali sentimenti attraverso la tecnica dell’interpretazione e “restituire” al paziente l’emozione “reale” ad essi sottostante”.
Ci sono categorie che hanno maggiormente bisogno del suo supporto o ormai siamo tutti “probabili” pazienti?
“In psicoanalisi si racconta la famosa massima freudiana: “Se incontrate una persona che dice di essere normale, portatela da me e proverò a curarla”. A parte la curiosa citazione, non credo che tutti siano “probabili” pazienti nel senso psicopatologico del termine e non credo che serva a molto psicoanalizzare l’intera popolazione. Ritengo piuttosto che in molte realtà umane e sociali manchi una sana “cultura psicologica” che, per esempio, potrebbe svolgere un’altrettanto “sana” funzione preventiva e, magari, fare risparmiare al Sistema Sanitario Nazionale molte risorse, sopratutto economiche. Si tratterebbe, cioè, di investire in termini “preventivi” e/o “psicoeducativi”, magari istituendo “laboratori per la prevenzione del disagio psicosociale” o Consultori Familiari, su alcune fasce di popolazione a rischio, come per esempio i bambini o i ragazzi in età scolare o, mi viene in mente, per le donne che, in tantissimi casi, soffrono di depressione post-partum”.
Cosa manca nella società di oggi, secondo lei, visto l’uso sempre più dilagante di ansiolitici e antidepressivi?
“Anche questo si presenta come un tema particolarmente “delicato”, che meriterebbe un ampio spazio di discussione. Effettivamente è inquietante l’uso e l’abuso di psicofarmaci nella società contemporanea. Non posso sostenere, per così dire, che “Freud sia meglio del Prozac”, ma sono sicuro che troppo spesso lo psicofarmaco diventa la “soluzione” più comoda per tutti: per il paziente che ha un immediato miglioramento dei sintomi, per lo psichiatra che non deve intraprendere un lungo e difficile percorso psicoterapeutico con il paziente, e per la famiglia del paziente che si sente, in un certo senso, “rassicurata” o “sollevata” da molti oneri di accudimento. Questo stato di cose ha fatto si che negli armadietti dei medicinali di ogni famiglia sia presente con molta probabilità un flacone di ansiolitico, quasi come se si trattasse di “aspirina”, da prendere “fai-da-te”, per dormire o quando magari ci si sente un po’ stressati. Personalmente, credo che in alcuni casi, dopo un’attenta diagnosi clinica, lo psicofarmaco sia necessario per la stabilizzazione dei sintomi; tuttavia, se non si dà “significato” al farmaco rispetto al disagio psichico, spesso si finisce tristemente a dover considerare che “la cura diventa peggiore del male”, in termini di dipendenza dal farmaco o uso erroneo ed indiscriminato dello stesso. Dico questo non per criticare tout court la psicofarmacologia, ma per sensibilizzare invece verso una più attenta “psicofarmacologia dinamica”, ossia una terapia in cui la somministrazione di psicofarmaci sia accompagnata da una seria psicoterapia per gran parte della durata del trattamento psicofarmacologico, almeno fino a quando la “compliance”, ossia il corretto utilizzo del farmaco, non sia adeguata. Detto ciò, è altrettanto vero che la psicoterapia ha non poche responsabilità nell’aver divulgato un concetto di benessere psichico per molti versi ambiguo. Come scrivono in modo provocatorio Michael Ventura - noto giornalista americano - e James Hillman - uno dei più grandi psicoanalisti junghiani della nostra epoca purtroppo venuto a mancare lo scorso anno - in “Cent’anni di psicoanalisi e il mondo va sempre peggio”, qualcosa, nel discorso psicoanalitico, non ha funzionato. Il mondo, cioè, malgrado la cultura psicoanalitica sia ben radicata in tutto l’occidente, non è certo migliorato, in termini di guerre, false idealizzazioni, conflitti sociali, disagi psichici. Senza scadere in facili moralismi, la società dell’ “essere” è stata evidentemente sepolta sotto la società dell’ “avere” e, in questo decadente processo, anche le categorie di professionisti che si occupano di salute mentale hanno svolto un ruolo collusivo rispetto ad un certo clichè di benessere psichico dove fama, fortuna e notorietà sono erroneamente indicati come equivalenti di felicità e “ben”-“ essere”. Forse aveva ragione Erich Fromm, quando sosteneva che il più grande paradosso della società contemporanea è quello per cui un individuo lavora fino a 10 ore al giorno per potersi godere un “tempo libero” che poi, invece, finisce per “ammazzare”. Probabilmente, gli psicoterapeuti dovrebbero seriamente impegnarsi in un processo culturale volto al recupero del valore dell’ “essere” rispetto a quello dell’ “avere””.
Le è mai capitato di essere “perseguitato” da un paziente per richiesta di supporto psicologico?
“Sinceramente no. Si verificano, naturalmente, circostanze in cui i pazienti richiedono un supporto al di fuori dal “contratto terapeutico”, cioè in orari o giorni non concertati. Tuttavia, credo che in questi casi si sia trattato di reali emergenze, o situazioni vissute come tali, a cui si deve dare una risposta nell’immediato, ma che poi possono essere analizzate meglio nel corso della terapia”.
Lei esercita il metodo junghiano o freudiano?
“Freudiano”.
Devono credere nella terapia i pazienti perché questa abbia effetti o ci può essere una fase iniziale, di distacco e poi una secondaria di fiducia?
“Questo è un tema fondamentale che è stato ampiamente dibattuto sin dalle origini dei metodi di cura psicologica. Personalmente credo che sia necessaria, sopratutto all’inizio, la co-costruzione di una buona “alleanza terapeutica”, una sorta di base sicura da cui poter partire per sviluppare empatia e fiducia, condizioni necessarie che determinano il buon andamento del lavoro d’analisi dei conflitti psichici all’interno del campo psicoterapeutico. L’ “alleanza terapeutica”, tuttavia, non deve essere confusa con “amicizia”, “simpatia”, “fede” o “speranza”. È, allo stesso tempo, condivisione del “contratto” terapeutico - in cui il paziente si impegna a rispettare gli orari e i giorni delle sedute ed altri aspetti della terapia ed il terapeuta si impegna a lavorare con lui in modo etico, professionale e deontologico - rispetto per la “persona”, astensione da giudizi e moralismi, capacità di sintonizzarsi emotivamente”.
E’ vero che non possono rivolgersi a lei come psicologo i suoi amici?
“Freud era solito dire: “Se un vostro conoscente vi racconta di aver fatto un sogno e vi chiede di interpretarlo, astenetevi dal farlo”. Al di là della citazione, uno dei princìpi che determina un buon andamento terapeutico è quello della “neutralità”. Wilfred Bion, uno dei più grandi pensatori della psicoanalisi, sosteneva che l’analista dovesse porsi di fronte al paziente in condizioni tali da essere “senza memoria e desiderio”. Questo affinchè l’esperienza dell’analisi possa essere davvero appresa come processo creativo, in cui non ci sono ipotesi o conclusioni già scritte e preordinate.
Quantunque ci si possa sforzare, con un amico non si può assumere una posizione “senza memoria e desiderio”. D’altro canto, la “neutralità” consiste anche in un atteggiamento estraneo ad ogni forma di giudizio o moralismo che, naturalmente, sarebbero ben più difficilmente attuabili nel caso in cui si conosca precedentemente la storia della persona in terapia. Il coinvolgimento emotivo sarebbe maggiore e più difficilmente contenibile. Detto ciò, parlare con un amico in termini di “consulenza psicologica”, magari per focalizzare il problema esistenziale ed effettuare un successivo invio ad un collega, non credo sia un problema”.
Esiste una figura domiciliare della sua professione come in altri paesi europei?
“Nella mia esperienza conosco alcuni colleghi che, in casi di patologie psichiatriche gravi – come autismo o schizofrenia – svolgono questo tipo di trattamento. Anche a me è capitato di svolgere consulenza domiciliare in casi di pazienti con gravi patologie oncologiche. Nel panorama italiano in questi anni si sta molto dibattendo sulla figura dello “psicologo di base” che dovrebbe affiancare il “medico di base”. Se questo progetto andrà in porto – lo spero ma ahimè ne dubito – probabilmente saranno più frequenti i casi di consulenza o trattamento psicologico domiciliare”.
Nei corsi di aggiornamento qual è la patologia più diffusa?
“Sicuramente la depressione post-partum, l’organizzazione borderline di personalità (uno stato al limite tra il nevrotico e lo psicotico) e i disturbi da dipendenza (addiction disorders, ossia dipendenza da gioco d’azzardo, internet, droga, alcool, sesso”).
il prof. Vincenzo De Blasi
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Si beve l’acqua per dissetarsi e si gusta il vino per il piacere del palato... Del resto Victor Hugo, in uno slancio umanistico rimarcò da par suo la differenza di funzioni tra le due bevande ricordando che se Dio ha creato l’acqua, è stato l’uomo a creare il vino. Dell’argomento si è occupato di recente a Lamezia il professor Giorgio Calabrese, medico e famoso nutrizionista, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università Cattolica di Piacenza. Calabrese è stato a Lamezia per una tavola rotonda che ha sugellato la cerimonia del Premio Speciale “notaio Galati” alla 4ª edizione del Concorso Enologico Nazionale “Vini del Mediterraneo”, riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le premiazioni del concorso riservato esclusivamente alle categorie certificate, che si è svolto lo scorso dicembre, sono avvenute sabato 5 febbraio a conclusione della 41ª FierAgricola di Lamezia Terme. L’illustre nutrizionista era a Lamezia in veste di Presidente nazionale dell’Onav, l’associazione degli assaggiatori del vino che ha curato il Concorso.
Nel corso della tavola rotonda, il professor Calabrese ha spiegato il nesso vino-salute sfatando tanti luoghi comuni sull’alimentazione e l’assunzione di bevande a tavola e fuori pasto. Ha sottolineato, innanzitutto gli effetti benefici del vino che, se assunto in piccole dosi e occasionalmente, non è dannoso per la salute dell’uomo. L’alcol, infatti, non è un nutriente essenziale per l’alimentazione umana, tuttavia ricerche autorevoli svolte in più parti del mondo dimostrano che, se assunto in maniera attenta e corretta, può portare addirittura effetti benefici nel corpo. Ciò comporta, molto semplicemente, ha spiegato il professor Calabrese, che l’introduzione di alcol va sempre associata ai pasti e in modica quantità. Sono due parametri da rispettare, sempre e scrupolosamente, se non si vuol mettere in difficoltà il nostro organismo. Perciò è più che mai corretta la regola “si beve l’acqua e si gusta il vino”, in quanto è essenziale non sostituire l’acqua, la bevanda principe che disseta, con il vino, il quale in qualità di alimento-bevanda, nutre.
A supporto della sua tesi, Calabrese ha riferito della ricchezza di componenti che si trovano in un bicchiere di vino, anzi, sarebbe meglio dire in un buon bicchiere di vino. Sono davvero molte le sostanze e i composti con funzioni benefiche. Oltre all’alcol, ha affermato l’illustre scienziato, nel vino rosso in particolare, ci sono i polifenoli e il resveratrolo che hanno funzioni protettive sul sistema cardiocircolatorio. Questa peculiarità, negli ultimi dieci anni, ha solleticato parecchio la curiosità di medici e scienziati, che sono continuamente alla ricerca degli effetti di ogni alimento. Calabrese è un sostenitore degli effetti benefici delle sostanze presenti nel vino. Quali il resveratrolo e l’enzima cicloossigenasi – detta anche COX – che, secondo l’illustre nutrizionista, hanno dimostrato un’azione attiva nella possibile prevenzione dei tumori. Queste due sostanze agiscono su strutture cellulari ed enzimatiche, mettendo in atto meccanismi che sempre più interessano la scienza medica, anche per quanto riguarda la branca oncologica.
Particolarmente importati i polifenoli e il resveratrolo in quanto questi composti svolgono un’azione molteplice di protezione sia dei vasi sanguigni sia del cuore. Entrambe, ma soprattutto il resveratrolo, favoriscono la maggiore produzione di colesterolo “buono” o HDL e abbassano nel contempo quello “cattivo” o LDL. Ma il vino contiene circa 400 componenti diversi, fra cui 6 tipi di zuccheri, 12 di alcol, 14 di acidi organici, 22 oligoelementi, 17 sostanze coloranti. La sua acidità è simile a quella dei succhi gastrici –cioè un pH di 3-3,4 - necessaria per la digestione ottimale delle proteine. Il vino aumenta anche la secrezione della saliva e dei succhi gastrici. Bere vino mangiando, quindi, sostiene Calabrese, non è una moda ma è un’esigenza, non solo gastronomica. L’uomo ha inventato il vino, non solo per gustarlo ma per “degustarne” tutti gli aspetti positivi: che sono tanti, se inseriti in un giusto regime alimentare.
Orbene, con cosa brindare alla scienza del grande nutrizionista e alla salute di tutti noi? La scelta a questo è obbligata e non può che ricadere su un rosso ricco di polifenoli e resveratrolo. Propongo, quindi, di stappare una bottiglia del rosso Igt Val di Neto “Zingamaro” della cantina Pizzuta del Principe di Clara Ranieri e di suo marito, Albino Bianchi. Greco nero in purezza, profondo rosso alla vista, con bei riflessi violacei, lo Zingamaro colpisce il naso con un mix straordinario di profumi fruttati ( ribes nero, amarene e ciliegie mature), note speziate e sentori di liquirizia. E’ un calice gradevolissimo, corposo e concentrato da accompagnare con un pecorino stagionato. E’ l’unico rosso calabrese che compare sulla carta dei vini del celeberrimo ristorante di Gianfranco Vissani a Baschi ed è davvero una gran bella soddisfazione per don Albino Bianchi, farmacista-gentiluomo-vignaiolo, che a Strongoli ha dato nuova vita e nuovi impulsi alla sua bella azienda: ulivi e vigne sugli ultimi declivi che guardano alla foce del Neto.
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DI FILIPPO VELTRI
Come puo’ avanzare quel tentativo di un racconto normale della Calabria (di cui ho parlato sul n.179 de ‘il Lametino’ del dicembre scorso) se contestualmente non fa passi da gigante quella resistenza civile di cui non si vede invece nemmeno l’inizio? Questo e’ il problema dei problemi che ci troviamo difronte anche in questi primi mesi del 2012. Ma chi la deve fare questa resistenza civile? Chi soprattutto la deve promuovere? Qui si arriva al cuore del problema dei problemi: un tempo si diceva la societa’ civile, la buona cultura, la buona universita’, il sindacato, e via di questo passo, e si aggiungeva che se non ci pensava la societa’ civile….Ma quella societa’ civile – si aggiungeva – era del tutto eguale alla societa’ politica e quindi….
Vero, tutto vero perche’ se non incardiniamo la discussione su un binario di verita’ non andiamo da nessuna parte: il problema drammatico della Calabria di oggi e’, dunque, la politica. Non lo e’ tanto e non solo negli evidenti tratti di contiguita’, di legami, di rapporti. Qui c’e’ materia per tribunali e questo e’ il tracciato addirittura piu’ semplice da combattere. Il vero problema e’ che siamo in presenza, nel suo complesso e fatte salve poche eccezioni, ad una classe politica che non e’ in grado oggi di cogliere quella domanda di un racconto normale, di farvi fronte con gli strumenti di governo delle istituzioni e , dunque, alla fine di rappresentare quella parte migliore della societa’. Una parte china, muta, che vorrebbe gridare ‘ma io che c’entro con la mafia?’ Ma che alla fine si ritrova sempre piu’ sola, sempre piu’ muta, sempre piu’ inascoltata e alla fine il rischio e’ che diventi anche sorda.
Certo quel racconto della Calabria e’ assai arduo, quando capitano tra le mani storie recenti come quella di Maria Concetta di Rosarno, suicida per colpa dei genitori. E’ difficile perche’ e’ da qui che bisogna partire e ne hai voglia di dividere le cose buone da quelle cattive quando leggi di una storia terribile come quella e poi ti ricordi di altre un anno fa e altre ancora due anni fa e cosi’ via. Poi la relazione dell’Antimafia con quella tombale parola ‘’strutturale’’ a proposito della ‘ndrangheta. E poi quei dati dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, sulla diffusione della ‘ndrangheta e sulla sua pervasione. ''La 'ndrangheta e' una forma di criminalita' piu' difficile da combattere perche' radicata anche e soprattutto nei legami familiari che sono piu' difficili da estirpare'': cosi’ ha detto il ministro della Giustizia, Paola Severino, intervenendo a Palmi all'intitolazione al giudice Antonino Scopelliti, ucciso nell'agosto del 1991, dell'aula della Corte d'assise di Palmi. ''E' anche per questo - ha aggiunto il Ministro - che ci rivolgiamo alle famiglie affinche' al loro interno non insegnino il disvalore dell'illegalita'''. Sante parole.
Eppure un corridoio stretto esiste e dentro questo stretto corridoio ci si puo’ incamminare ma con grande onesta’ intellettuale, coraggio e tanto rigore. Perche’ si puo’ cadere da un lato e dall’altro, cioe’ nell’ enfasi ma anche nell’omettere, anche in buona fede, i dati di fatto per cercare quella normalita’ di narrazione. La Calabria non ha bisogno di questo ma di un racconto senza sconti per nessuno, lucido nella sua analisi sulle tante cose che non vanno, e dunque sulla pervasita’ mafiosa in primo luogo. Ha bisogno anche che le poche positivita’ che fiammeggiano non si spengano, non vadano disperse, non si affievoliscano ma anzi crescano e si sviluppino. Questo e’ compito dei calabresi onesti – si dice sempre che sono la ‘stragrande maggioranza ma io, in verita’, non so se siano davvero questa stragrande maggioranza di cui sono pieni convegni e buone intenzioni- faccia la propria parte, si spenda, si prenda di coraggio, faccia fino in fondo il proprio dovere. Basta con la litania ‘’ma gli altri…’’. Si cominci con ognuno al suo, per primi, senza deleghe e senza attese messianiche in qualcun altro che deve fare prima di noi. ‘’Il Quotidiano della Calabria’’ ed il suo direttore hanno organizzato – tempo fa – una grande manifestazione di resistenza civile alla ‘ndrangheta a Reggio Calabria. Come e’ noto ando’ benissimo. Poi nessuno ha raccolto quella bandiera, quelle bandiere. E’ stato lasciato morire tutto. Torniamo allora a quella assenza di resistenza civile che pero’ e’ indispensabile in questo momento. Dopo la storia di Concetta da Rosarno ancora una volta l’unica proposta e’ venuta dal direttore del Quotidiano, per far si’ che l’8 marzo festa delle donne sia un giorno di lotta e ricordo per le donne calabresi cadute recentemente nel loro impegno antimafia. Cosi’ si incoraggia concretamente quella resistenza civile in assenza della classe politica calabrese.
Il resto sono chiacchiere. Solidarieta’ a raffica quando uno viene intimidito, parole, ma poche condivisioni reali. Si puo’ andare avanti cosi’? Con questa latitanza di sordi e muti? In questo sentiero stretto stretto qualcuno deve pure incamminarsi, deve sporcarsi le mani, deve ragionare con rigore ma con intelligenza, altrimenti alla fine le macerie cadranno su tutto e tutti, e non ci pare ne’ giusto ne’ normale. Noi ci proviamo.
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