I piedi di Lamezia

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida
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 Lamezia è fatta con i piedi, così direbbe l'uomo qualunque. È un modo usato, nella lingua parlata, per dire che è fatta male. Con lo stesso scopo un cittadino, anni fa, per definire il Piano regolatore ricorreva alla stessa locuzione: “è fattu culli piadi”. Solo perché il Piano non gli consentiva di edificare sulle sponde di un corso d'acqua. In parte aveva le sue buone ragioni, ma il suo errore stava essenzialmente nel fatto che la domanda di permesso a costruire l'aveva fatta nel momento sbagliato e all'amministrazione comunale sbagliata. Se avesse avuto, invece, la pazienza di attendere il decennio più buio della storia di Lamezia avrebbe potuto ottenere anche qualcosa di più. Ma non era più nelle condizioni di farlo, perché defunto. Non si trattava di suicidio ma di morte naturale, portandosi con sé un sogno che per altri è stato possibile realizzare, poco dopo. Intanto la città – a sua insaputa – si riempiva di marciapiedi che restringevano le strade fino all'inverosimile, ritornando indietro, ovviamente a piedi, senza macchina del tempo; cioè al momento in cui le strade si misuravano non in metri, ma si rapportavano alle misure d'ingombro di un asino con i due grandi cesti a “caciocavallo” (in questo caso a “cacioasino”).

Nell'immaginario di chi realizzava questa brillante idea, la città non doveva essere più a misura d'uomo contemporaneo ma doveva ritornare a misura di somaro o – nella migliore delle ipotesi – di mulo. E piedi e zoccoli cominciarono a battere marciapiedi e corsie, moltiplicandosi, come gli zingari stanziali (ossimoro lametino doc): unici a qualificare al meglio Lamezia e noti confidenzialmente come rom (diminutivo affettuoso di romantici) per i quali, di fatto, è stata progettata e subordinata la città di questi ultimi anni; visto che la governano da veri padroni. Tanto che la nuova maggioranza etnica fa intravedere le ombre della prossima amministrazione comunale; così finalmente Lamezia potrà festeggiare la piena maturità raggiunta alla veneranda età dei cinquanta. Proprio un vero successo di una città in via di rapida retrocessione: da terza a quarta, nell'attuale campionato regionale dei poveri.

Secondo la concezione urbanistica delle menti eccelse che hanno applicato la politica (meglio, la strategia) da marciapiedi, la città doveva ritornare nell'alto medioevo, quando il cavallo – per pochi – era il mezzo di trasporto più moderno e i carri potevano circolare solo nelle vie più ampie e negli slarghi commerciali. Secondo il modello di città di questo inizio di millennio, le automobili a motore non devono far parte dello scenario urbano, né delle riflessioni urbanistiche. Sicché anche nella programmazione – ad esempio, il Piano strutturale comunale – i parcheggi e le corsie delle strade tendono a ridursi al minimo, come negli asfittici dibattiti. Tanto “in questa città – per bocca dei grandi strateghi illuminati a led, ovvero a basso consumo di intelligenza – il problema della circolazione veicolare non esiste”, perché gli abitanti di Lamezia di fatto parcheggiano comodamente altrove, rendendo vivi i servizi di Maida e Catanzaro, ai centri commerciali “Due Mari” e “Le Fontane”. Del resto, Lamezia è fatta solo per i piedi, tanto da apparire, per i veri padroni della città, come una comoda ciabatta e un calzino da rivoltare.

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