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Mercoledì 16 Maggio 2012 10:07

Politica: si ricomincia male, anzi malissimo

tonino_iacopetta

Di Tonino Iacopetta

E finalmente, ma forse ne avremmo fatto a meno, se fosse stato possibile, si è ricominciato a votare con queste ultime elezioni amministrative di maggio, sparse qua e là per tutta quanta la nostra penisola e in attesa dei ballottaggi. Anche se in Italia, secondo lo stile della vecchia politica, quando si fanno elezioni, nessuno perde o almeno così dicono specie gli sconfitti (vedi, in questo caso, il cosiddetto Terzo Polo, che c’era una volta e adesso non c’è più), chiara ed evidente è la netta vittoria dell’urlatore Beppe Grillo: il Partito democratico non ha avuto la batosta del Terzo Polo però non deve godere tanto, in quanto io credo che l’elettorato di centro sinistra ha voluto dare solo una di fiducia al vecchio Bersani in attesa di regolarsi meglio alle prossime elezioni politiche. E prima di passare alle cose di casa nostra, della nostra immutabile Calabria dove invece grillo non è esistito ed è invece risuscitato il berlusconismo, con Peppone Scopelliti nuovo duce, dovunque invece clamorosamente sconfitto; ma questa è la Calabria, terra nostra, nonostante tutto, prima voglio dire che non è affatto quello che si affermano a gridare gli sconfitti e che cioè con Grillo ha vinto La antipolitica.

No, non è vero; invece è stata sconfitta la vecchia politica se è vero, come è vero, che Fini e Casini rappresentano i vecchi politici Berlusconi, o chi per lui, rappresenta il fallimento di un certo modo di fare politica. E mi dispiace tanto, lo dico sinceramente per la scomparsa di Berlusconi, un uomo che se non avesse manifestato segni di precoce senilità comportamentale, avrebbe avuto i mezzi per cambiare l’Italia, come aveva cominciato a fare quindici anni fa. E mi dispiace pure che il nostro Presidente repubblicano non ci abbia capito niente di quello che hanno voluto significare gli italiani con questo voto. E adesso veniamo a noi, a quello che è successo a Catanzaro, dove si è gridato a brogli elettorali, che senz’altro avrebbero potuto esserci, ma io ho voluto aspettare un momento, forte della mia passata esperienza come Presidente di seggio svolta spesso a Catanzaro e spesso nelle sezioni periferiche catanzaresi, ad esempio in quel di Lido e magari proprio in quelle sezioni dove si sarebbero verificati i presunti brogli. Sezioni, dove per la loro perifericità, è più facile ricorrere a qualche trucchetto e dove sicuramente gli elettori sono controllati a vista da chi aspira ad essere eletto, il quale viene a controllare il suo gregge nelle immediate vicinanze del seggio elettorale, non ritenendo sufficiente il proprio rappresentante di lista e magari il proprio scrutatore che avrà fatto in modo di far capitare alla sezione pardon al seggio che lo interessa direttamente.

Io parlo di quando fare il Presidente di seggio non era consentito proprio a tutti come oggi e di quando i Presidenti dovevano essere nominati non necessariamente nella propria città. Oggi, nei seggi elettorali tra scrutatori e Presidenti, c’è un po’ più di improvvisazione e tuttavia le cose sono messe tecnicamente in modo accettabile, tanto che contano più i mezzi che non le persone, le quali però possono commettere errori veniali come ad esempio dimenticare di timbrare tutte le schede o magari di metterne qualcuna in più o in meno nei contenitori che contengono le schede da votare. Tutto questo ovviamente senza malizia. Fuori invece qualche malizia potrebbe esserci ad esempio con il classico, classicissimo trucco della scheda già votata che qualcuno consegna all’elettore di fiducia e con il quale è stato contrattato il voto; il quale elettore entrato nella sezione dove vota ritira la scheda da votare ed entrato nella cabina opera lo scambio con la scheda che ha già in tasca già votata e vidimata; poi esce dalla cabina e deposita nell’urna questa mentre riconsegna fuori la scheda che gli era stata consegnata (ovviamente nella scheda iniziale o c’era timbro e vidimazione, in questo caso con la complicità di chi dal seggio ha portato fuori la scheda o la scheda, la prima in assoluto poteva essere pure magari senza timbro e vidimazione e allora l’elettore fraudolento avrà messo in urna personalmente la scheda come capita spesso in tutte le sezioni senza fare capire che la stessa non era timbrata e vidimata).

Tutto questo a Catanzaro non è capitato, nemmeno in quelle tre sezioni incriminate dove invece, almeno in una, si è verificato il caso di alcune schede in favore del candidato Scalzo del Centrosinistra, non timbrate e vidimate, evidentemente per quella svista innocente di cui parlavo all’inizio. Ed i controllori delle sezioni incriminate vi garantisco che sono persone capacissime e molto difficilmente si fanno ingannare. Se invece si fosse verificato il caso grave della scheda di ritorno, che avrebbe prodotto centinaia di voti a favore dell’una o dell’altra coalizione, e visto che Sergio Abramo per pochi voti ha passato il primo turno, le elezioni erano da rifare. Non questo si è verificato a Catanzaro dove invece il centrosinistra dovrebbe fare un’analisi di coscienza per non avere saputo trovare un candidato capace di opporsi ad uno come Sergio Abramo che non è l’ultimo venuto e che ha meriti indipendenti dallo scioglimento politico. Io poi non so se c’è qualche rammarico perché non ha vinto il candidato a sindaco del centrosinistra, perché siamo sicuri che avrebbe fatto meglio, visto che in passato, a Catanzaro, di destra o centrodestra o di sinistra, la musica quella è, a parte il fatto che Abramo in passato non ha fatto proprio male? Purtroppo, la sola cosa da temere è che tutto insieme la democrazia, come metodo politico; sta invecchiando; o è già decrepita?

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Pubblicato in Tonino Iacopetta
Giovedì 10 Maggio 2012 12:38

Sindaco, non basta l’onestà

tonino_iacopettaDi Tonino Iacopetta

Faccio fatica a parlare del sindaco Speranza, della sua voglia di continuare a fare il sindaco di Lamezia e di non pensare affatto al Parlamento, essendo così gravi e incurabili i mali della Nazione. Ad ogni modo pensiamo per buono quello che lui dice e non pensiamoci più, senza contare che i problemi della nostra città continuano a essere gravi quanto quelli dell’intera nazione. A cominciare della sicurezza, visto che si ricomincia secondo un antico rituale e che sembra dismesso, a fare fuoco in pieno giorno, tipo bomba intimidatoria, presumibilmente, in pieno centro; con il contorno di altri attentati notturni e anche in pieno giorno o comunque nel corso della giornata, interessando questa volta la periferia della città. E non credo che sia finita qua anche se lo spero tanto. Per tutta la città, ma soprattutto dove più sono concentrati gli esercizi commerciali, accanto ai cassonetti della spazzatura si accatasta un sacco di rifiuti impropri che non solo non abbelliscono la città ma creano problemi di ogni sorta e visto che ancora non siamo a Napoli, si potrebbe prendere qualche rimedio, potendo senz’altro, volendo non saprei.

E, ancor; pur essendo Lamezia, la città famosa in tutto il mondo ormai grazie anche alla trasmissione televisiva le iene, per avere trenta sportelli per soli settantamila abitanti, pur essendo Lamezia percorsa giorno e notte da automobili di grossa cilindrata con il contorno di potenti moto, pur essendo Lamezia una città non scarsa di boutique e costellata di centri commercial, pur essendo tutto questo e altro, mi sapete dire che cavolo ci sta a fare una disoccupazione allarmante e soprattutto giovanile, ammesso poi che quei giovani che hanno trovato lavoro siano adeguatamente retribuiti? Avete sentito bene? Figuriamoci allora veramente se uno a Lamezia perde il sonno pensando al dilemma di Speranza: essere o non essere parlamentare. Sia chiaro comunque una cosa e cioè che raramente a Lamezia abbiamo avuto sindaci dell’onestà e della trasparenza di Speranza; sotto questo punto di vista magari ne avessimo avuto sindaci come lui, per quello che abbiamo visto e constatato a Lamezia, dove fare il sindaco è come vincere la lotteria di capodanno. Anche se questo è vero non solo per Lamezia e non solo per l’incarico di sindaco ma per qualsiasi altro ruolo istituzionale in Italia. Tanto è vero che si è venuta creando una casta politica intoccabile, senza badare al colore politico, come dimostra la compattezza da destra all’estrema sinistra nel difendere il finanziamento pubblico ai partiti. Bastava almeno che uno, uno solo dei politici (si fa per dire) italiani avesse avuto il coraggio di dire queste parole: Cittadini italiani, voi che nella stragrande maggioranza siete stati economicamente torturati dalla banda Monti perché a loro dire occorre salvare l’Italia in grave crisi e per non finire come la Grecia, vedete come anche noi politici sappiamo rinunciare in parte al finanziamento, non a tutto ma in parte, anche per evitare che i con i miliardi di voi poveri cittadini mentecatti molti di noi si diano agli stravizi! Credetemi, nessun esponente di nessun partito (Aho, Bersani, ma che leader sei di un Partito operaio!) fare un discorso di questo genere. Oppure qualche parlamentare che avesse detto: Visto che gli italiani, anche quelli più economicamente scassati, fanno tanti sacrifici, noi che abbiamo al contrario infiniti privilegi e stipendi quasi uguali a quelli dei semplici consiglieri regionali, che stanno, volendo, ancora meglio di noi, riduciamoci sensibilmente stipendio e privilegi. Macché invece io ho sentito con le mie orecchie sostenere da parte loro che l’attuale loro stipendio è insufficiente per i compiti che hanno e hanno gridato pure: andate invece a controllare quanto guadagnano dirigenti, giornalisti e altri!

Andiamo proprio di bene in meglio ed ecco perché quando io incappo in una persona onesta e pulita come il nostro sindaco sono felice. Peccato che la sola onestà non basti a risolvere alcun problema cittadino perché anzi speranza di problemi ne ha creati ancora di più. Abbiamo sotto gli occhi la continua ed estenuante lotta politica che da sette anni impedisce la risoluzione dei problemi anche perché la lotta politica si svolge in casa, mentre a Lamezia esiste l’opposizione più morbida del mondo (chissà poi perché…). Sindaco, vorrei che tu fossi arzillo quanto onesto, capace amministratore quanto onesto, saresti perfetto anche se così non saresti più Speranza. In passato qualche illusione me la ero fatta con il non più assessore grasso all’istruzione ma a quanto pare Tano non è riuscito a operare per come lui voleva, adesso è entrato in Giunta una persona abbastanza capace come Enzo cittadino e spero che almeno lui riesca a fare quello che ritiene giusto per la città. Quanto alla Multiservizi, nonostante gli enormi problemi in cui si trova coinvolta, non me la sento di crocifiggere Fernando Miletta, soprattutto pensando a come in passato tanti personaggi hanno tentato la scalata a questa azienda non certo con l’intenzione di fare prima di tutto l’interesse dei cittadini ma il proprio o nel migliore dei casi il bene del partito d’appartenenza o comunque di chi lo ha fatto sedere su questa poltrona così ardentemente ambita, visto poi che esistono tanti problemi intorno ad essa. Ma, se io sapessi rispondere a questa domanda, saprei pure perché l’Italia ha uno dei più grandi debiti pubblici al mondo!

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Pubblicato in Tonino Iacopetta

luigi_michele_perriDI LUIGI MICHELE PERRI

E’ in arrivo in Calabria il digitale terrestre. L’innovazione comporterà una vera e propria rivoluzione del settore delle comunicazioni radiotelevisive. Il passaggio dalla televisione analogica, quella attuale, alla televisione digitale è previsto tra maggio e giugno. Si tratta di un’epocale opportunità che richiede la massima applicazione per quelle realtà locali motivate da obiettivi di più vasta diffusione della propria cultura, attraverso il glocal, ossia attraverso la coniugazione global – local, destinata ad affermare, o meglio: a mantenere, la propria identità nel mondo globalizzato. Evitare l’omologazione, scongiurare i rischi di perdersi nell’anonimato; promuovere identità e attestare la propria presenza, assicurandole sopravvivenza e rendendola visibile in permanenza: è questa la missione delle generazioni contemporanee destinate a vivere questo grande sconvolgimento tecnologico. Di cui occorre comprendere le positività e cogliere le negatività per indirizzarne gli effetti soprattutto in un quadro di valorizzazione di ogni “comunità civica” nel sistema globale, di per sé portato ad annullarla.

La Calabria, con il legittimo vanto dei suoi retaggi culturali, non può restare inerte a fronte dei rischi e a fronte delle opportunità che il digitale terrestre offre. Le istituzioni devono adeguatamente attrezzarsi per garantire alla regione e alle sue “comunità civiche” il diritto all’esistenza e alla riconoscibilità. La sfida richiama la storia che verrà e che valuterà quanto essa sia entrata nella centralità dell’impegno pubblico. Della prospettiva si sta discutendo molto negli ultimi mesi, tuttavia l’interesse sembra più votato ad una applicazione pratica della nuova tecnologia che non agli infiniti contenuti e alle innumerevoli possibilità di produzione che il digitale offre. O meglio: si discute un po’ di infrastrutture, molto di installazione e di decoder, poco o nulla di filiera lungo il percorso dato dal network provider, dal content provider e dal service provider.

La Calabria corre il rischio di avere il contenitore e di non avere cosa metterci dentro. Il calabrese Corrado Alvaro, che fu antesignano dei processi di modernizzazione della informazione attraverso l’uso della radio e che fu – non tutti lo ricordano – il primo direttore del Giornale radio nazionale della Rai, se ne scandalizzerebbe. Ma il semplice buonsenso troverebbe motivi di contestazione per i ritardi che questa regione sta accumulando, specie sul versante della produzione dei contenuti. L’auspicio finale è che il mondo istituzionale e quello culturale si mobilitino, insieme, per dare un progetto alla nuova tecnologia e per offrire a questa terra l’occasione storica di presentarsi più direttamente al mondo con la propria identità e con il proprio patrimonio culturale, risorse che le permettono di esporsi sulla scena planetaria con la forza della sua capacità di attrazione.

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Pubblicato in Luigi Michele Perri

maria_arcieri

di MARIA ARCIERI

Adotta il metodo freudiano, è affascinante, professionale, ritiene da esperto del settore che ” in molte realtà umane e sociali manchi una sana “cultura psicologica”. In un epoca di depressione, abbiamo intervistato, per conoscere meglio il problema, Vincenzo De Blasi, 36 anni, psicologo clinico, psicoterapeuta, professore a contratto all’Università “Tor Vergata” di Roma. Laureato alla“Sapienza” (Università di Roma) con specializzazione in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicoanalitica.

Perché ha scelto di esercitare questa professione?

“L’interesse per la psicologia è coinciso con quello verso il pensiero di Sigmund Freud, all’età di 16 anni, dopo aver letto “L’Interpretazione dei sogni”. Più tardi, nella scelta universitaria, la passione culturale e quella lavorativa si sono poi incontrate con precise inclinazioni personali. Credo che, in generale e laddove ci sia la possibilità di perseguire i propri interessi culturali, ciò accada per ogni specifica scelta professionale”.

Dove esercita?

“Roma, Lamezia Terme”.

Quali sono i problemi che maggiormente soffrono i suoi pazienti?

“Disturbi d’ansia e Disturbi da dipendenza (addiction disorders)”.

Di ansia e attacchi di panico sono aumentati i casi negli ultimi anni?

Ci tengo a premettere che nell’ambito della psicopatologia ogni “questione epidemiologica” e “statistica” risulta essere complessa e sia naturalmente influenzata da almeno due fattori: il primo è riferibile alle differenti metodologie diagnostiche che spesso portano a conclusioni diverse; il secondo ha una spiegazione, per così dire, “ambientale”, in quanto, spesso, sopratutto in determinate situazioni territoriali e culturali, il disagio psichico è tenuto nascosto, per paura di essere giudicati, rigide convenzioni culturali, ignoranza della malattia. Per questi motivi, è difficile fare riferimento a “numeri” certi, relativi all’incremento o al decremento statistico di alcune sindromi psichiatriche e psicopatologiche. Sebbene oggi non si parli più di alcune malattie, come l’isteria “classica”, è pur vero che se ne sono aggiunte di nuove, sconosciute fino a venti anni fa, come gli addiction disorders, ossia le dipendenze compulsive da gioco d’azzardo, internet, droghe, alcool, sesso. Come anticipato, i dati “reali”, però, non sempre coincidono con i dati “clinici”. Personalmente, nella mia esperienza clinica, non ho riscontrato un significativo incremento o decremento del quadro sintomatologico meglio conosciuto come “attacchi di panico”.Vorrei tuttavia precisare che, più che di “attacchi di panico”, preferisco parlare di “disturbo d’ansia generalizzato con attacchi di panico”. Questa definizione consente di indicare meglio un quadro diagnostico più complesso, in cui gli “attacchi di panico” (che, escludendo una causa organica, si manifestano con sintomi come: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia; sudorazione; tremori; dispnea o sensazioni di soffocamento; nausea o disturbi addominali; derealizzazione ossia sensazione di irrealtà o depersonalizzazione ossia sentimento di “essere distaccati da se stessi”; paura di perdere il controllo) diventano l’espressione sintomatologia di un disturbo con radici ben più complesse”.

Quali sono i pro i contro di questa meravigliosa professione?

“Credo che nel lavoro clinico i “pro” e i “contro” si bilancino, al pari di altre categorie professionali che operano nel campo della salute. Se devo dare una risposta, direi che i “pro” hanno a che fare con una attività lavorativa che, se svolta con passione, risulta sicuramente “creativa”; i “contro”, spesso, emergono quando ci si imbatte in ambienti istituzionali (scuole, ospedali) in cui c’è una totale “sordità” per l’importanza della prevenzione psicologica verso categorie di popolazione più “a rischio” di altre. Il rischio di burn-out poi, per quanto ho avuto modo di vedere in alcuni casi, è maggiore quando il terapeuta si chiude nel suo studio o nel suo consultorio pubblico e tende a vivere solo ed esclusivamente per i suoi pazienti.

Una delle potenzialità “positive” del lavoro nell’ambito della psicologia clinica e della psicoterapia è quello di poter diversificare i propri interessi”.

Ci si può innamorare di una paziente o è l’unico medico per il Giuramento di Ippocrate che non può, diciamo perdere la testa per la paziente e il contrario?

“E’ inutile nascondere che questo è sicuramente uno degli argomenti che più di altri suscita le “curiosità”  dell’immaginario collettivo verso la professione dello psicoterapeuta e la relazione psicoterapeutica. Ne sono un esempio alcune “rappresentazioni sociali” emerse nelle produzioni cinematografiche, con film come “Prendimi l’anima”  o il più recente “A Dangerous Method”.La questione è indubbiamente delicata e meriterebbe ben altri approfondimenti.

Nel 2011 ho avuto il privilegio di curare un libro sul tema (Setting: violazioni e trasgressioni, Alpes, Roma), a cui ha partecipato Glen Gabbard, uno dei più illustri psichiatri del panorama scientifico contemporaneo. Effettivamente, il professor Gabbard, riportando statistiche “inquietanti”, sollecita gli ambiti istituzionali preposti al controllo della professione psicoterapeutica a “tenere alta la guardia”, a considerare cioè il fatto che le violazioni e le trasgressioni operate dal terapeuta in psicoterapia stanno diventando molto significative.

Se ci si innamora di una paziente c’è qualcosa in terapia che non và e il trattamento, che evidentemente non funziona più sulla base di un obiettivo di cura, dovrebbe essere sospeso, o, come minimo, sottoposto a supervisione da parte di un collega più esperto. A meno che non abbia una formazione medica, lo psicoterapeuta non deve rispondere al Giuramento di Ippocrate ma ad un preciso Codice Deontologico che chiaramente impone il totale rispetto verso il paziente.

Credo che il problema, laddove si manifesti una trasgressione di tal tipo, si possa ricondurre ad una chiara violazione dell’etica che dovrebbe guidare la professione psicoterapeutica e, in modo complementare, ad evidenti problemi “interni” al terapeuta, come l’incapacità di gestire le emozioni suscitate ed evocate dalla/dal paziente  o conflitti appartenenti alla propria storia – attuale o passata - relazionale. Nell’eventualità di passaggio all’atto sessuale, poi, come detto precedentemente, il problema diventa, oltre che psicologico, anche deontologico, con le relative conseguenze. Per lo psicoterapeuta alle prese con casi emotivamente “difficili” è necessaria quindi una costante supervisione, che consenta di elaborare eventuali fantasie di “trasgressione” della relazione clinica e recuperare la necessaria “neutralità”. Per quando riguarda i possibili “innamoramenti” delle/dei pazienti nei confronti dei terapeuti, questi stati emotivi spesso vengono vissuti in modo “confusivo” rispetto a sentimenti di “idealizzazioni” – di cui la fenomenologia amorosa in generale è ricca – o rispetto al “transfert” – da intendersi come proiezione sul terapeuta di sentimenti regressi verso altre persone significative della propria infanzia o della propria storia relazionale. In questi casi, è necessario che il terapeuta dia senso a tali sentimenti attraverso la tecnica dell’interpretazione e “restituire” al paziente l’emozione “reale” ad essi sottostante”.

Ci sono categorie che hanno maggiormente bisogno del suo supporto o ormai siamo tutti “probabili” pazienti?

In psicoanalisi si racconta la famosa massima freudiana: “Se incontrate una persona che dice di essere normale, portatela da me e proverò a curarla”. A parte la curiosa citazione, non credo che tutti siano “probabili” pazienti nel senso psicopatologico del termine e non credo che serva a molto psicoanalizzare l’intera popolazione. Ritengo piuttosto che in molte realtà umane e sociali manchi una sana “cultura psicologica” che, per esempio, potrebbe svolgere un’altrettanto “sana” funzione preventiva e, magari, fare risparmiare al Sistema Sanitario Nazionale molte risorse, sopratutto economiche. Si tratterebbe, cioè, di investire in termini “preventivi” e/o “psicoeducativi”, magari istituendo “laboratori per la prevenzione del disagio psicosociale” o Consultori Familiari, su alcune fasce di popolazione a rischio, come per esempio i bambini o i ragazzi in età scolare o, mi viene in mente, per le donne che, in tantissimi casi, soffrono di depressione post-partum”.

Cosa manca nella società di oggi, secondo lei, visto l’uso sempre più dilagante di ansiolitici e antidepressivi?

“Anche questo si presenta come un tema particolarmente “delicato”, che meriterebbe un ampio spazio di discussione. Effettivamente è inquietante l’uso e l’abuso di psicofarmaci nella società contemporanea. Non posso sostenere, per così dire, che  “Freud sia meglio del Prozac”, ma sono sicuro che troppo spesso lo psicofarmaco diventa la “soluzione” più comoda per tutti: per il paziente che ha un immediato miglioramento dei sintomi, per lo psichiatra che non deve intraprendere un lungo e difficile percorso psicoterapeutico con il paziente, e per la famiglia del paziente che si sente, in un certo senso, “rassicurata” o “sollevata” da molti oneri di accudimento. Questo stato di cose ha fatto si che negli armadietti dei medicinali di ogni famiglia sia presente con molta probabilità un flacone di ansiolitico, quasi come se si trattasse di “aspirina”, da prendere “fai-da-te”, per dormire o quando magari ci si sente un po’ stressati. Personalmente, credo che in alcuni casi, dopo un’attenta diagnosi clinica, lo psicofarmaco sia necessario per la stabilizzazione dei sintomi; tuttavia, se non si dà “significato” al farmaco rispetto al disagio psichico, spesso si finisce tristemente a dover considerare che “la cura diventa peggiore del male”, in termini di dipendenza dal farmaco o uso erroneo ed indiscriminato dello stesso. Dico questo non per criticare tout court la psicofarmacologia, ma per sensibilizzare invece verso una più attenta “psicofarmacologia dinamica”,  ossia una terapia in cui la somministrazione di psicofarmaci sia accompagnata da una seria psicoterapia per gran parte della durata del trattamento psicofarmacologico, almeno fino a quando la “compliance”, ossia il corretto utilizzo del farmaco, non sia adeguata. Detto ciò, è altrettanto vero che la psicoterapia ha non poche responsabilità nell’aver divulgato un concetto di benessere psichico per molti versi ambiguo. Come scrivono in modo provocatorio Michael Ventura - noto giornalista americano -  e James Hillman -  uno dei più grandi psicoanalisti junghiani della nostra epoca purtroppo venuto a mancare lo scorso anno -  in “Cent’anni di psicoanalisi e il mondo va sempre peggio”, qualcosa, nel discorso psicoanalitico, non ha funzionato. Il mondo, cioè, malgrado la cultura psicoanalitica sia ben radicata in tutto l’occidente, non è certo migliorato, in termini di guerre, false idealizzazioni, conflitti sociali, disagi psichici. Senza scadere in facili moralismi, la società dell’ “essere” è stata evidentemente sepolta sotto la società dell’ “avere” e, in questo decadente processo, anche le categorie di professionisti che si occupano di salute mentale hanno svolto un ruolo collusivo rispetto ad un certo clichè di benessere psichico dove fama, fortuna e notorietà sono erroneamente indicati come equivalenti di felicità e “ben”-“ essere”. Forse aveva ragione Erich Fromm, quando sosteneva che il più grande paradosso della società contemporanea è quello per cui un individuo lavora fino a 10 ore al giorno per potersi godere un “tempo libero” che poi, invece, finisce per “ammazzare”. Probabilmente, gli psicoterapeuti dovrebbero seriamente impegnarsi in un processo culturale volto al recupero del valore dell’ “essere” rispetto a quello dell’ “avere””.

Le è mai capitato di essere “perseguitato” da un paziente per richiesta di supporto psicologico?

“Sinceramente no. Si verificano, naturalmente, circostanze in cui i pazienti richiedono un supporto al di fuori dal “contratto terapeutico”, cioè in orari o giorni non concertati. Tuttavia, credo che in questi casi si sia trattato di reali emergenze, o situazioni vissute come tali, a cui si deve dare una risposta nell’immediato, ma che poi possono essere analizzate meglio nel corso della terapia”.

Lei esercita il metodo junghiano o freudiano?

Freudiano”.

Devono credere nella terapia i pazienti perché questa abbia effetti o ci può essere una fase iniziale, di distacco e poi una secondaria di fiducia?

“Questo è un tema fondamentale che è stato ampiamente dibattuto sin dalle origini dei metodi di cura psicologica. Personalmente credo che sia necessaria, sopratutto all’inizio, la co-costruzione di una buona “alleanza terapeutica”, una sorta di base sicura da cui poter partire per sviluppare empatia e fiducia, condizioni necessarie che determinano il buon andamento del lavoro d’analisi dei conflitti psichici all’interno del campo psicoterapeutico. L’ “alleanza terapeutica”, tuttavia, non deve essere confusa con “amicizia”, “simpatia”, “fede” o “speranza”. È, allo stesso tempo, condivisione del “contratto” terapeutico -  in cui il paziente si impegna a rispettare gli orari e i giorni delle sedute ed altri aspetti della terapia ed il terapeuta si impegna a lavorare con lui in modo etico, professionale e deontologico -  rispetto per la “persona”, astensione da giudizi e moralismi, capacità di sintonizzarsi emotivamente”.

E’ vero che non possono rivolgersi a lei come psicologo i suoi amici?

Freud era solito dire: “Se un vostro conoscente vi racconta di aver fatto un sogno e vi chiede di interpretarlo, astenetevi dal farlo”. Al di là della citazione, uno dei princìpi che determina un buon andamento terapeutico è quello della “neutralità”. Wilfred Bion, uno dei più grandi pensatori della psicoanalisi, sosteneva che l’analista dovesse porsi di fronte al paziente in condizioni tali da essere “senza memoria e desiderio”. Questo affinchè l’esperienza dell’analisi possa essere davvero appresa come processo creativo, in cui non ci sono ipotesi o conclusioni già scritte e preordinate.

Quantunque ci si possa sforzare, con un amico non si può assumere una posizione “senza memoria e desiderio”. D’altro canto, la “neutralità” consiste anche in un atteggiamento estraneo ad ogni forma di giudizio o moralismo che, naturalmente, sarebbero ben più difficilmente attuabili nel caso in cui si conosca precedentemente la storia della persona in terapia. Il coinvolgimento emotivo sarebbe maggiore e più difficilmente contenibile. Detto ciò, parlare con un amico in termini di “consulenza psicologica”, magari per focalizzare il problema esistenziale ed effettuare un successivo invio ad un collega, non credo sia un problema”.

Esiste una figura domiciliare della sua professione come in altri paesi europei?

“Nella mia esperienza conosco alcuni colleghi che, in casi di patologie psichiatriche gravi – come autismo o schizofrenia – svolgono questo tipo di trattamento. Anche a me è capitato di svolgere consulenza domiciliare in casi di pazienti con gravi patologie oncologiche. Nel panorama italiano in questi anni si sta molto dibattendo sulla figura dello “psicologo di base” che dovrebbe affiancare il “medico di base”. Se questo progetto andrà in porto – lo spero ma ahimè ne dubito – probabilmente saranno più frequenti i casi di consulenza o trattamento psicologico domiciliare”.

Nei corsi di aggiornamento qual è la patologia più diffusa?

“Sicuramente la depressione post-partum, l’organizzazione borderline di personalità  (uno stato al limite tra il nevrotico e lo psicotico) e i disturbi da dipendenza (addiction disorders, ossia dipendenza da gioco d’azzardo, internet, droga, alcool, sesso”).

vincenzo_de_blasiil prof. Vincenzo De Blasi

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Pubblicato in Maria Arcieri

Gianfranco_ManfrediDI GIANFRANCO MANFREDI 

Si beve l’acqua per dissetarsi e si gusta il vino per il piacere del palato... Del resto Victor Hugo, in uno slancio umanistico rimarcò da par suo la differenza di funzioni tra le due bevande ricordando che se Dio ha creato l’acqua, è stato l’uomo a creare il vino. Dell’argomento si è occupato di recente a Lamezia il professor Giorgio Calabrese, medico e famoso nutrizionista, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università Cattolica di Piacenza. Calabrese è stato a Lamezia per una tavola rotonda che ha sugellato la cerimonia del Premio Speciale “notaio Galati” alla 4ª edizione del Concorso Enologico Nazionale “Vini del Mediterraneo”, riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le premiazioni del concorso riservato esclusivamente alle categorie certificate, che si è svolto lo scorso dicembre, sono avvenute  sabato 5 febbraio a conclusione della 41ª FierAgricola di Lamezia Terme. L’illustre nutrizionista era a Lamezia in veste di Presidente nazionale dell’Onav, l’associazione degli assaggiatori del vino che ha curato il Concorso.

Nel corso della tavola rotonda, il professor Calabrese ha spiegato il nesso vino-salute sfatando tanti luoghi comuni sull’alimentazione e l’assunzione di bevande a tavola e fuori pasto. Ha sottolineato, innanzitutto gli effetti benefici del vino che, se assunto in piccole dosi e occasionalmente, non è dannoso per la salute dell’uomo. L’alcol, infatti, non è un nutriente essenziale per l’alimentazione umana, tuttavia ricerche autorevoli svolte in più parti del mondo dimostrano che, se assunto in maniera attenta e corretta, può portare addirittura effetti benefici nel corpo. Ciò comporta, molto semplicemente, ha spiegato il professor Calabrese, che l’introduzione di alcol va sempre associata ai pasti e in modica quantità. Sono due parametri da rispettare, sempre e scrupolosamente, se non si vuol mettere in difficoltà il nostro organismo. Perciò è più che mai corretta la regola “si beve l’acqua e si gusta il vino”, in quanto è essenziale non sostituire l’acqua, la bevanda principe che disseta, con il vino, il quale in qualità di alimento-bevanda, nutre.

A supporto della sua tesi, Calabrese ha riferito della ricchezza di componenti che si trovano in un bicchiere di vino, anzi, sarebbe meglio dire in un buon bicchiere di vino. Sono davvero molte le sostanze e i composti con funzioni benefiche. Oltre all’alcol, ha affermato l’illustre scienziato, nel vino rosso in particolare, ci sono i polifenoli e il resveratrolo che hanno funzioni protettive sul sistema cardiocircolatorio. Questa peculiarità, negli ultimi dieci anni, ha solleticato parecchio la curiosità di medici e scienziati, che sono continuamente alla ricerca degli effetti di ogni alimento. Calabrese è un sostenitore degli effetti benefici delle sostanze presenti nel vino. Quali il resveratrolo e l’enzima cicloossigenasi – detta anche COX – che, secondo l’illustre nutrizionista, hanno dimostrato un’azione attiva nella possibile prevenzione dei tumori. Queste due sostanze agiscono su strutture cellulari ed enzimatiche, mettendo in atto meccanismi che sempre più interessano la scienza medica, anche per quanto riguarda la branca oncologica.

Particolarmente importati i polifenoli e il resveratrolo in quanto questi composti svolgono un’azione molteplice di protezione sia dei vasi sanguigni sia del cuore. Entrambe, ma soprattutto il resveratrolo, favoriscono la maggiore produzione di colesterolo “buono” o HDL e abbassano nel contempo quello “cattivo” o LDL. Ma il vino contiene circa 400 componenti diversi, fra cui 6 tipi di zuccheri, 12 di alcol, 14 di acidi organici, 22 oligoelementi, 17 sostanze coloranti. La sua acidità è simile a quella dei succhi gastrici –cioè un pH di 3-3,4 - necessaria per la digestione ottimale delle proteine. Il vino aumenta anche la secrezione della saliva e dei succhi gastrici. Bere vino mangiando, quindi, sostiene Calabrese, non è una moda ma è un’esigenza, non solo gastronomica. L’uomo ha inventato il vino, non solo per gustarlo ma per “degustarne” tutti gli aspetti positivi: che sono tanti, se inseriti in un giusto regime alimentare.

Orbene, con cosa brindare alla scienza del grande nutrizionista e alla salute di tutti noi? La scelta a questo è obbligata e non può che ricadere su un rosso ricco di polifenoli e resveratrolo. Propongo, quindi, di stappare una bottiglia del rosso Igt Val di Neto “Zingamaro” della cantina Pizzuta del Principe di Clara Ranieri e di suo marito, Albino Bianchi. Greco nero in purezza, profondo rosso alla vista, con bei riflessi violacei, lo Zingamaro colpisce il naso con un mix straordinario di profumi fruttati ( ribes nero, amarene e ciliegie mature), note speziate e sentori di liquirizia. E’ un calice gradevolissimo, corposo e concentrato da accompagnare con un pecorino stagionato. E’ l’unico rosso calabrese che compare sulla carta dei vini del celeberrimo ristorante di Gianfranco Vissani a Baschi ed è davvero una gran bella soddisfazione per don Albino Bianchi, farmacista-gentiluomo-vignaiolo, che a Strongoli ha dato nuova vita e nuovi impulsi alla sua bella azienda: ulivi e vigne sugli ultimi declivi che guardano alla foce del Neto.

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Pubblicato in Gianfranco Manfredi

rodolfo_ruperti

Rodolfo Ruperti è il responsabile numero uno della squadra mobile distrettuale. Con un curriculum notevole, sempre svolto nel campo investigativo, Ruperti è uno di quei servitori dello Stato che rappresentano un punto fermo nella lotta alla criminalità organizzata. Lo scorso settembre gli chiedemmo ed ottenemmo un’intervista perché nei mesi precedenti a Lamezia c’era stata un’escalation criminale, con gli omicidi di Vincenzo e Giovanni Torcasio, appartenenti all’omonima cosca, più una serie di intimidazioni. Successivamente ci fu l’arresto di Giuseppe Giampà e di alcuni appartenenti alla sua cosca. E ancora più avanti nel tempo la notizia che due degli arrestati nell’ambito dell’operazione Giampà - Angelo Torcasio e Battista Cosentino – avevano deciso di collaborare con gli investigatori. Da allora sono trascorsi più di quattro mesi, Lamezia ha rivissuto una serie di atti intimidatori, auto incendiate, richieste di pizzo. E così siamo tornati ad intervistare Rodolfo Ruperto per fare il punto sulla situazione a Lamezia. Ecco l’intervista.

A cura di Virna Ciriaco e Battista Notarianni

Nell’intervista che ci aveva rilasciato ai primi giorni di settembre 2011 si era all’inizio della collaborazione dei due pentiti, Torcasio e Cosentino.  Da allora che evoluzione c’ è stata?

“E’ un momento assolutamente importante per Lamezia. C’è stata una forma di recrudescenza criminale dove sono state fatte una serie di operazioni che hanno visto nascere, ed è un fatto abbastanza nuovo, collaborazioni importanti proprio all’interno della famiglia Giampà. Non solo quelle di Torcasio e Cosentino perché avremo anche altre collaborazioni. Ed è un fenomeno assolutamente nuovo. C’è una preoccupazione da parte della criminalità perché stanno avendo delle deficienze interne che sconvolgono gli assetti delle cosche. C’è un grande impegno da parte della Procura Distrettuale nel coordinamento di questa miniera di informazioni che stiamo raccogliendo e che sono state già rese e sulle quali stiamo lavorando. Nell’ultima operazione antidroga abbiamo arrestato anche uno degli Iannazzo di Lamezia che era comunque legato, per questioni di stupefacenti, a gente di Catanzaro e di tutta la provincia. Ovviamente, una volta effettuati i riscontri e quindi la validità delle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia, agiremo, ma non vi posso dire quando arresteremo tutti. Un Cosentino, ad esempio, non si alza la mattina e inizia a dire diverse cose. E’ chiaro che c’è tutto un lavoro dietro da parte nostra, altrimenti saremmo davvero in uno stato di polizia dove si arresta semplicemente in base alle dichiarazioni di una persona. Se viene da me una fonte dichiarativa che dice di essere sotto usura o estorsione noi dobbiamo fare solo dei riscontri per verificare la credibilità esterna di quello che dice quella persona. Se le stesse cose le dice un collaboratore di giustizia che afferma: io ho fatto quell’omicidio con Tizio e Caio, questa dichiarazione va bene per lui perché è una confessione resa in piena volontà, ma noi dobbiamo fare anche riscontri individualizzanti, ovvero, sulla base di quanto ci ha detto, dobbiamo, ad esempio, iniziare a vagliare se il giorno x alle ore y abbiamo qualcosa che ci dice che erano effettivamente insieme. Insomma, c’è tutto un lavoro dietro fatto di riscontri a quanto detto dai collaboratori”.

Che situazione c’è, dal suo punto di vista, a Lamezia?

“Attualmente su Lamezia c’è una criminalità disorganizzata. Quando i criminali sparano, esagerano, non vuol dire che c’è un forte controllo del territorio. Perché se io ho bisogno di sparare alla vetrina per farmi dare l’estorsione, vuol dire che non riesco più a controllare il territorio. C’è una forma di disordine nella ciminalità lametina perché se quella persona sta pagando il pizzo a qualcuno ma c’è bisogno di sparare, allora vuol dire che sta pagando alla persona sbagliata. E’ una forma di reiterazione di quelle condotte criminose che possono creare forme di assoggettamento ed omertà. Normalmente gli omicidi e gli atti eclatanti danno invece la dimensione di un territorio che comincia a non soggiacere ad una regola scritta di criminalità organizzata e, quindi, ci può essere del disordine tra le varie ‘ndrine sulle quali siamo comunque attrezzati”.

Questa disorganizzazione deriva anche, visti i recenti arresti, ad un via libera dato ai giovani, alle nuove leve?

“In un territorio di ‘ndrangheta uno non  può alzarsi la mattina e dire che comanda lui ora a Lamezia... Perché in questo caso vuol dire che non c’è più nessuno. Esempio: se arrestiamo tutti a Lamezia  e  la mattina dopo si alza uno, si crea una banda con altri tre ed inizia dalle estorsioni, non si può dire che questi nuovi dopo un giorno siano dei mafiosi. La mafia si crea quando questi hanno estorto per anni denaro e nessuno li ha mai denunciati”.

Ci sono altri collaboratori?

“Ci sono certezze di lavoro”.

Possiamo quindi desumere che la lista dei collaboratori si stia allungando. Un mese e mezzo fa sono stati eseguiti dei sopralluoghi nelle campagne di Lamezia. Rientrano nell’acquisizione di quegli elementi d’indagine di cui accennava?

“Abbiamo eseguito diversi sopralluoghi, sia nelle campagne che tra le montagne di Lamezia. Stiamo lavorando. Continueremo a svolgere tutte quelle attività necessarie per riscontrare le dichiarazioni dei collaboratori attuali e di quelli futuri, con il fine di dare alla Dda di Catanzaro delle investigazioni che ricostruiscano con certezza i reati che poi saranno contestati”.

Cercavate armi?

“In qualche circostanza sì. Stiamo lavorando per avere delle misure cautelari. Abbiamo due pentiti ed è ovvio che stanno rendendo delle dichiarazioni sulla criminalità lametina ”.

A Lamezia, già da tempo, si parla che arriverà, prima o poi, una maxi retata

“E’ chiaro che a Lamezia si possano aspettare di tutto, specie chi ha commesso diversi reati. E’ ovvio che stanno aspettando”.

Parlando di futuri arresti è ipotizzabile che tra questi possano poi figurare personaggi della cosiddetta zona grigia lametina?

“Posso dire che noi non ci fermiamo davanti a nessuna situazione. Così come la Direzione Distrettuale non guarda né a sinistra e né a destra. I pentiti fanno dichiarazioni e su quelle si eseguono i riscontri. Possiamo poi arrestare il primo o l’ultimo dei banditi così come quelli che voi definite appartenenti alla zona grigia. Il fatto è che ci lavoriamo in prima battuta così come anche Carabinieri e Guardia di finanza. Tutto il materiale che riusciamo a produrre, scaturirà in diversi provvedimenti e processi nei confronti di quelle persone sulle quali sono stati raccolti gli elementi necessari. Abbiamo già arrestato diverse persone che fanno parte di una cosca di riferimento che è quella dei Giampà. Attualmente Giuseppe Giampà è detenuto, ma su di lui non ci sono ancora dichiarazioni di collaboratori perché l’abbiamo arrestato prima di questi due pentimenti. Un’operazione fondamentale, da cui sono nate le collaborazione di soggetti che navigano in quel circuito e con buoni ruoli. E’ chiaro che questo generi un sorta di paura e, soprattutto, anche una possibilità di avvicinamento alle forze dell’ordine da parte di altri soggetti criminali che magari pensano di fare un passaggio diverso”.

Il figlio del Professore è in carcere, il suo luogotenente si è pentito mentre dall’altra parte, quella dei Torcasio, la famiglia ha avuto due morti. Questa situazione ha creato un vuoto a favore di qualcuno?

“Pareggiano”

E l’altra cosca, quella degli Iannazzo?

“Dovremmo entrare in un discorso molto più ampio, ed essendoci indagini in corso, non è possibile. Quello che posso ribadire è che su Lamezia Terme c’è una situazione criminale che può apparire elevata con la sparatoria, la bomba…ma è una situazione criminale conosciuta e monitorata. Non si arresta la gente così, ma solo quando c’è una certezza investigativa per i reati contestati. Attualmente, comunque, il patrimonio di informazioni in possesso delle forze dell’ordine e della Dda è notevole”.

Quindi c’è una consapevolezza di come questa situazione della criminalità lametina provochi una sorta di sbandamento?

“In generale, quando si esagera con le azioni intimidatorie su un territorio, non è esclusivamente un momento di forza ma può essere anche un momento di debolezza. E’ chiaro: se una situazione è tutta sotto controllo, non c’è bisogno di uccidere la gente o di intimidire sparando. Se quello ha già paura di me, perché gli devo sparare controla vetrina del negozio? Allora due sono le chiavi di lettura: o sta pagando a qualcuno di sbagliato, quindi c’è disorganizzazione, oppure non ha tanto paura di quello che gli si è presentato a chiedergli la mazzetta. Un fenomeno da tenere comunque sotto controllo. Comunque non è detto che le persone che si pentano creino un disequilibrio solo in una cosca, perché chi si pente può anche sapere gli affari dei Torcasio, degli Iannazzo e possono sapere anche gli affari delle varie zone grigie. E’ ovvio che ora c’è timore e si pensa: ora qui ci arrestano a tutti”.

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Pubblicato in Battista Notarianni
Domenica 22 Gennaio 2012 20:25

Come brindare con calici low-cost

Gianfranco_Manfredi

DI GIANFRANCO MANFREDI

Chi l’ha detto che per bere un Signor Vino bisogna spendere cifre inebrianti? E chi è che reputa che l'unico indicatore per capire la qualità del vino, alla fin fine, sia solo il prezzo. Sono in tanti, forse in troppi, a pensarla così. E in tanti praticano –  a loro spese – questo modo di pensare. Ho visto coi miei occhi persone scegliere il vino al ristorante limitandosi a scorrere la colonna dei prezzi. Per far bella figura, per far colpo e impressionare i commensali, si può finire con l’ordinare una bottiglia di Romanée-Conti Echezeaux Grand Cru, Cote de Nuits dell’85 (sui novecento euro) per accompagnare un medaglione di aragosta cotta al vapore, e finendo così col commettere un duplice delitto, ammazzando contemporaneamente sia il nobilissimo pinot noir francese sia il soave crostaceo…

Ci sono, invece, bottiglie che costano cifre modiche –  sui dieci euro, anche 7-8 – , e hanno un contenuto pregiato. Ci sono ottimi vini, insomma, il cui prezzo non dà capogiro.

Intendiamoci: il solo costo del vino rappresenta in genere un quinto del prezzo finale, e il resto è rappresentato da tasse, costi di gestione, sughero e vetro e soprattutto (un terzo del costo totale) i margini di guadagno fino al negozio. Un approfondimento dell’esperto Davide Paolini pubblicato sul Sole 24 ore ha stimato che su 3,6 miliardi di bottiglie bevute ogni anno, 2,9 miliardi di orientino nella fascia medio-bassa di prezzo compresa tra i 2 e i 10 euro.

La prima regola da seguire è quella di partire dal vitigno gradito, dalla zona di produzione: solamente a quel punto si mettono a confronto prezzi, marchi ed etichette. La seconda regola proposta da Paolini sul Sole 24 Ore è: per avere un prodotto di qualità superiore bisogna non scendere sotto un prezzo minimo, che si potrebbe collocare ai 3 euro. Sotto questa cifra ci sono prodotti dignitosissimi, ma sono difficili da individuare tra i vini più scadenti.

Negli scaffali di enoteche, negozi e supermercati la scelta dei vini è cresciuta in termini esponenziali. Ormai non ci sono più territori Doc (Denominazione di origine controllata) e pure Docg (Denominazione controllata e garantita) con poche etichette. Dunque è possibile scegliere tenendo presente che molte cantine importanti – anche le più rinomate –  hanno, nella loro offerta, vini di prezzo interessante che, prodotti in larga scala, servono spesso per sostenere i rossi o i bianchi d'immagine che trainano il marchio aziendale.

Comunque è sempre importante leggere con attenzione l'etichetta, la provenienza, le sigle (Igt, Doc, Docg), rendersi conto se il vino è imbottigliato all'origine dal l'azienda che lo mette sul mercato. Infine si ricordi che fra gli outsider, magari fino agli 8 o 9 euro, si può nascondere quello pronto a salire nella hit parade della critica, aspetto che successivamente farà alzare il prezzo. Di conseguenza chi riesce a individuare questa etichetta paga meno e ha la soddisfazione di aver scoperto la chicca. Cosa che non succede acquistando vini già affermati, ma che fanno piangere il portafogli.

Il viaggio nella Calabria low cost del vino parte dal nord-ovest cosentino e precisamente da Montalto Uffugo in località Cariglialto: a 320 metri c'è un vigneto biologico dove nasce il Donn’Eleonò Igt  Valle del Carti, che ha un prezzo finale al pubblico di 9 euro. Sa di lampone e ribes questo magnifico rosato prodotto da Lidia Matera nella sua azienda Terre Nobili. Lo ottiene da uve Magliocco e Nerello in quote paritarie col metodo tradizionale del salasso di uve rosse.

Spostiamoci più a est e arriviamo a Cirò Marina per un calice di Cirò. Una performance eccezionale di rapporto qualità-prezzo è firmata dall’azienda Librandi col suo Cirò rosso Doc che arriva sugli scaffali a 7-8 euro. Un prezzo ottimo per un rosso doc rotondo e di spessore con netta impronta di ciliegia e note speziate di cardamomo.

Scendendo un po’ più a sud troviamo a Strongoli l’azienda Dattilo di Roberto Ceraudo che produce, tra l’altro, il Petelia Igt che ha un prezzo al pubblico di 9 euro. E’ un blend di greco bianco, mantonico e chardonnay, per un bianco a regola d’arte, fresco, floreale e fruttato con piacevoli note esotiche di papaya e mela verde.

Concludiamo nel Lametino (la testata, del resto, l’impone…) il nostro percorso fra i vini di qualità al prezzo accessibile.

Le Cantine Lento hanno in produzione il bianco Contessa Emburga, un bianco elegante che si trova anche a meno di 10 euro: giallo paglierino brillante, ha profumi intensi di frutti esotici, è un sauvignon meridionale, equilibrato ed armonico, con un gradevole finale di albicocca.

Cantina in costante crescita, quella dei fratelli Statti hanno diversi vini low-cost ma quello che raggiunge il topo della qualità-prezzo è senz’altro il rosso Gaglioppo Igt (7 euro), vale a dire l’antico vitigno calabrese riproposto con tecniche moderne per un vino elegante e non palestrato che, alla giusta temperatura, è un rosso “estivo” e “da pesce”.

Chiudiamo questa piccola rassegna con l’ultimo nato del vigneto-Calabria: si chiama Annibale ed è un rosso giovane e promettente che produce Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia (nell’area del Lametino che costeggia il Savuto). Proviene da uve magliocco dolce (80 per cento) col resto di sangiovese. Il vigneto di Chirillo è stato impiantato a sesti stretti su una collina dalla notevole pendenza e gode di ottima esposizione. Il risultato è davvero interessante e merita attenzione. Rosso rubino con unghia violacea, richiama frutti rossi  ma in primis spicca un netto sentore di more di rovo, poi qualche accenno di menta. Semplice e lineare in bocca, è ancora un po’ pungente per freschezza. Al pubblico arriva a poco più di sei euro, sette al massimo. E’ facile prevedere che scenderà a meraviglia, l’Annibale, nei calici delle prossime feste…

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Pubblicato in Gianfranco Manfredi

filippo_veltriDI FILIPPO VELTRI 

Il 2012 è iniziato nel peggiore dei modi con intimidazioni e violenze a raffica in ogni angolo della regione: Lamezia, Cosenza, Catanzaro, Isola Capo Rizzuto, Rosarno, San Giovanni in Fiore, Vibo Valentia. Presi di mira cittadini normali, imprenditori, amministratori, giornalisti, sindaci. Un’escalation che la dice lunga sul fatto che l’emergenza andava attenuandosi come qualche buontempone aveva sostenuto sul finire dello scorso anno. Ci sono dati ora inoppugnabili, chiari, che seguono del resto il trend degli anni scorsi, che indicano come questa regione debba fare i conti con un tasso altissimo di violenza e di illegalita’ che ne frena la crescita e lo sviluppo e che si accoppia a quell’altro tasso di illegalita’ diffusa che e’ dentro la politica e le istituzioni.

Sono due cancri eguali, due facce della stessa medaglia, che rischiano di far fallire ogni ipotesi di mutamento e di svolta che timidamente fa capolino e che rischia, ancora, di far regredire tutto il dibattito anche sulla possibilita’ di una narrazione ‘normale’ della Calabria, cioe’ dei risvolti positivi che pure fanno capolino in vari campi ma che ovviamente rischiano di non decollare mai, nemmeno nell’immaginario collettivo e nel senso comune. I dati sono assolutamente impressionanti: saltano in aria bar e auto in citta’ capoluogo e che si consideravano piu’ o meno tranquille, taglieggiati imprenditori piccoli e grandi, massacrati di intimidazioni sindaci e assessori in ogni parte, messi sull’avviso giornalisti (e siamo alle solite anche in questo caso). Emerge un dato che e’ comune al di la’ delle matrici varie: in questa regione la violenza e’ il convitato di pietra con il quale si punta a far fare i conti, sapendo che alla fine chi quella violenza la usa vince. Cosi’ che: non si puo’ avere un lavoro o quel lavoro e’ finito a ditte concorrenti? Nessun problema, gli facciamo saltare in aria mezzi e affini. Quel comune usa un metodo di azione politica che taglia le unghie alla discrezione e quindi al malaffare? Nessun problema, gli facciamo saltare in aria il portone del Municpio. Quel commerciante non paga il racket? Nessun problema, gli spariamo prima alle cose e se poi non si convince pure a lui. Sui giornali si pubblicano non le solite giaculatorie inutili sulla lotta roboante e mondiale alla illegalita’ ma dati e fatti precisi su un determinato fatto? Nessun problema, prima intimidiamo il cronista e poi passimo alle vie di fatto.

E’ altrettanto evidente rispetto allo stato sopra descritto che non si puo’ andare avanti per molto in questo modo. Il rischio, in alcuni casi gia’ la realta’, e’ che si sgretoli quel poco di tessuto sociale e democratico che regge, che non ci sia il senso di un normale svolgimento della vita pubblica e che tutta la regolazione dei rapporti, in ogni angolo della Calabria, sia determinato dalle bombe e dalle intimidazioni. Questo rischio, che – ripetiamo- in alcune zone della regione e’ gia’ oggi realta’, puo’ avere la meglio se non si fotografa in maniera esatta quel che da troppo tempo sta avvenendo in un silenzio reale della collettivita’, al di la’ ed oltre le parate di facciata e le targhe sui Comuni. Qui ci sta il ruolo della politica, se non fosse per il piccolo particolare che l’altro lato della medaglia e’ rappresentato proprio dalla politica corrotta, mentre quella sana – che c’e’ – fa fatica a farsi largo. Qui ci sta il ruolo delle associazioni di categoria, a partire dalla Confindustria, che da pochi giorni ha un nuovo presidente regionale dopo un interminabile vuoto per lotte intestine di potere. E’ evidente che da qui deve venire un monito non solo a parole ma nei fatti, di sostegno agli imprenditori tartassati (siano o meno associati a Confindustria), una battaglia di civilta’ innanzitutto, di lunga lena, con indicazioni chiare.

Qui ci sta il ruolo delle istituzioni politiche, della Regione e giu’ per i vari gradi. L’attentato al Comune di Isola Capo Rizzuto ha destato scalpore e preoccupazione, li’ sono stati messi in atto dei movimenti seri contro gli interessi materiali delle cosche della zona che sono tra le piu’ potenti dell’intera Calabria. Ci chiediamo: ma non sarebbe un gesto forte se per una settimana, due settimane, un mese la Giunta Regionale svolgesse alcune delle sue periodiche riunioni in quel municipio? O se una o piu’ sedute del Consiglio Regionale e del Consiglio Provinciale di Crotone si svolgessero in quello stesso Municipio oggetto della violenza mafiosa? Solo fatti simbolici? Certo, poi ci vogliono le concrete azioni, ma intanto andiamo oltre i comunicati indignati che ormai non li legge piu’ nessuno. Facciamo – come dice don Ciotti – il salto in avanti dalla solidarieta’ alla condivisione e poi andiamo avanti. L’impressione e’ che, invece, si assista da impotenti ad uno stillicidio senza fine, ad una sorta di inevitabilita’ del male, ad una soddisfatta piu’ o meno autoanalisi che ‘meno male, non si e’ fatto male nessuno’ e via con la prossima. Si tratta, in definitiva, del futuro di un vivere civile rispetto al quale troppi sono i silenzi, gli ammiccamenti, il voltarsi dall’altra parte, ‘ad altri spetta agire’, ‘noi che possiamo fare’ e via discorrendo. Cosi’ si finira’ con il consegnare il buono che c’e’ al male che dilaga.

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Pubblicato in Filippo Veltri

Gianfranco_ManfrediDI GIANFRANCO MANFREDI

Lamezia “capitale” del vino grazie a una serata eccezionale, densa di iniziative e appuntamenti. Un brindisi di gala, nel cuore della città, per le eccellenze enologiche calabresi, ma non solo. Venerdì 2 dicembre dalle ore 18.00 nella suggestiva cornice dei saloni di Palazzo Nicotera di Nicastro un assordante tintinnio di calici fragranti per festeggiare la Guida Duemilavini 2012 edita da Bibenda, la pubblicazione ufficiale dell’Associazione Italiana Sommelier considerata la “bibbia” nazionale dei vini. Per la prima volta è stata presentata in Calabria quest’opera e per l’occasione è intervenuto all’evento  l’editore di Bibenda, Franco Maria Ricci, presidente dell’WSA-Worldwide Sommelier Association, l’ONU della Sommelièrie della quale fanno parte 20 Paesi del Mondo, tra Europa, Asia e Americhe.

La manifestazione è stata promossa dall’AIS-Calabria, l’associazione regionale dei sommelier, da sempre impegnata nella valorizzazione della vitivinicoltura del territorio calabrese ed ha trovato il sostegno convinto dell’Amministrazione comunale di Lamezia, fortemente voluto dal sindaco, Gianni Speranza. Un appuntamento d’alto livello, insomma: negli eleganti saloni del prestigioso edificio del centro storico lametino (Palazzo Nicotera, riportato alla bellezza originaria dopo anni di restauro) la presentazione della Guida di Bibenda affiancata dai banchi di assaggio delle etichette calabresi che hanno ricevuto il riconoscimento dei 5 e 4 Grappoli col coinvolgimento di tutte le aziende locali recensite nella guida Duemilavini 2012, allo scopo di evidenziare tutte le produzioni vitivinicole calabresi di qualità.

Ma cos’è Duemilavini 2012? Si tratta di un volume-guida ai vini d’Italia, rivolto a professionisti e comunicatori, per il popolo del vino curioso e appassionato, per coloro che desiderano consultare un testo semplice e professionale al tempo stesso. Giunta alla dodicesima edizione, fornisce anche preziose indicazioni del vino per ogni giorno e il suo abbinamento con il cibo. Duemilavini presenta ogni le Azienda coi suoi vini. Per aiutare i neofiti e per una chiara comprensione dei termini e del metodo utilizzato, le pagine introduttive sono dedicate alla spiegazione della tecnica della degustazione e dell’abbinamento cibo-vino. All’inizio di ogni regione vengono indicate, inoltre, le Doc e le Docg, i prodotti Dop e Igp del territorio.
I numeri della guida 2012 sono davvero notevoli: 1.800 pagine per la recensione di 1.685 Aziende, oltre 20.000 vini degustati, circa 900 finalisti e 437 quelli premiati con i 5 Grappoli, il punteggio dell’eccellenza, per 395 Aziende. Ma non basta: oltre alla descrizione di tutti i vini degustati, per i vini premiati con i 5 Grappoli c’è anche la pubblicazione dell’etichetta.
Particolarmente dettagliate le schede delle aziende. C’è una pagina intera per ciascuna, completata da quelle informazioni ritenute utili, necessarie e/o interessanti. Quindi, dall’indirizzo a come arrivarci, dal nome del proprietario a quello di “chi fa il vino”, dagli ettari vitati al numero di bottiglie, oltre alle descrizioni dell’azienda stessa e dei vini degustati, con le relative informazioni tecniche e gli abbinamenti. Infine, l’elenco di tutti i vini prodotti.
Per ogni vino descritto, inoltre, vengono fornite numerose informazioni: Tipologia, Uve, Gradazione alcolica, Prezzo, Numero di bottiglie prodotte, note sulla Vendemmia,

sulla Vinificazione, sul Potenziale di conservazione in cantina e l’Abbinamento specifico. 
I campioni analizzati vengono descritti utilizzando il metodo di degustazione di scuola A.I.S. e valutati in Grappoli, corrispondenti fasce di punteggio da 2 a 5: - 2 Grappoli = da 74 a 79 Centesimi = Vini di medio livello e piacevole fattura; - 3 Grappoli = da 80 a 84 Centesimi = Vini di buon livello e particolare finezza; - 4 Grappoli = da 85 a 90 Centesimi = Vini di grande livello e spiccato pregio; - 5 Grappoli = da 91 a 100 Centesimi = Vini eccellenti.
La soglia dell’eccellenza per DUEMILAVINI si colloca a 91 centesimi. Ed è per questo che anche i vini valutati 4 Grappoli rappresentano, nella loro fascia da 85 a 90 centesimi, una grandissima qualità. I vini premiati per aver raggiunto il traguardo dei 5 Grappoli sono facilmente individuabili nell’opera: le loro prestigiose etichette vengono pubblicate nella pagina dedicata a ciascuna azienda.
Direttore della pubblicazione è Franco M. Ricci, Presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Roma, Presidente Worldwide Sommelier Association e Direttore di BIBENDA, la patinata rivista di cultura del vino. La realizzazione di DUEMILAVINI è curata da Paola Simonetti, con una squadra composta da 40 collaboratori, tutti Sommelier.

Ma la data del 2 dicembre 2011 a Lamezia rimane memorabile per il mondo del vino calabrese anche per un altro appuntamento. Nella Sala Comunale dell’ex-municipio di Sambiase, in piazza Diaz, è partita la quarta edizione del Concorso enologico nazionale “Vini del Mediterraneo” promosso dall’Ente Fiera lametino. E’ una iniziativa dedicata al compianto notaio Fortunato Galati, gentiluomo e appassionato cultore di enologia. Autentico pioniere della valorizzazione dei vini del Sud già in anni in cui il vino non era “di moda”, che con tenacia e impegno disinteressato ha animato l´iniziativa del concorso nell´ambito della Fiera Agricola.

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Pubblicato in Gianfranco Manfredi
Sabato 26 Novembre 2011 12:31

Novelli calici, fruttati e fragranti

Gianfranco_Manfredi

DI GIANFRANCO MANFREDI

All’inizio era il Beaujolais. Bisogna rendere onore al merito dei cugini francesi per l’invenzione del metodo di produzione moderno che ha permesso  di ottenere subito poco dopo la vendemmia vini rossi freschi, fragranti e fruttati. E fu subito successo - straordinario, internazionale - il Beaujolais Nouveau. Poi il fenomeno italico del Novello – abbastanza in declino, a dire il vero, da qualche anno a questa parte. Passato un minuto dalla mezzanotte di sabato 5 novembre – prescrive la legge - sarà possibile stappare. Quindi, lo start in negozi, ristoranti, enoteche, ma anche nelle numerose sagre sul territorio, è fissato per legge. Ma, come dicevo poc’anzi, il fenomeno è in calo: lo conferma la Coldiretti che per la produzione 2011 stima un decremento del 30 per cento rispetto all’annata precedente, da addebitare principalmente alla diminuzione fatta registrare dalla vendemmia, ma anche a un minore appeal di questo tipo di prodotto rispetto ai fasti passati. Indubbiamente la moda del novello non è più forte come qualche anno fa e molti produttori consacrano a questo fenomeno un quantitativo minore di uve.

Non dimentichiamo, però, che il novello è anche una delle poche primizie legate a una data precisa e grazie alla quale è possibile assaggiare il primo vino della vendemmia. Un test, insomma. Una volta veniva spillato dalle botti tra la fine di ottobre ed i primi giorni di novembre per controllare lo stato di maturazione del vino prodotto. Quest’anno i prezzi dovrebbero sostanzialmente restare immutati, con una media di 5 euro a bottiglia. Il metodo di vinificazione è profondamente diverso da quello tradizionale: le uve del novello, infatti, non vengono pigiate e successivamente fermentate, ma viene invece effettuata la fermentazione direttamente con gli acini interi in modo che solo una piccola parte degli zuccheri presenti si trasformi in alcool, conferendo al vino il caratteristico gusto amabile e fruttato.

Mentre ancora si celebra l’anniversario dell’Unità d’Italia, col novello 2011 si brinda a questa ricorrenza attraverso un prodotto di gusto tutto italiano. Saranno, del resto, i sapori e i prodotti più tipici dell’autunno ad esaltare il vino novello con abbinamenti che uniscono tutti i sapori del territorio. Castagne sugli scudi, ovviamente, ma anche altre eccellenze gastronomiche locali, proposte come tradizione vuole o, perché no?, reinterpretate secondo la fantasia di chef e produttori. Senza costi di affinamento, con tappi quasi sempre in silicone  e l’allettante prospettiva dei primi incassi già a qualche settimana dalla vendemmia, i novelli rappresentano un ottimo affare per i produttori e in genere un acquisto a buon mercato per i consumatori.

A differenza dei ‘primeurs’ d’oltralpe che sono a base di una sola varietà d’uva, il novello italiano e quello meridionale e calabrese in particolare si produce con varietà diverse e molte autoctone, valorizzando, così, il patrimonio varietale tipico che costituisce una ricchezza peculiare. Ma quanto arriva a costare una bottiglia di novello? I prezzi quest’anno oscillano fra i quattro e gli otto euro, ovviamente a seconda degli esercizi commerciali. Per i novelli sono indispensabili uve selezionate, sane e mature. Attenti ai trucchi, però. Ci sono produttori con pochi scrupoli che arrivano a mischiare considerevoli quantitativi di vino vecchio - anche l’ 80 per cento - a quello prodotto con macerazione carbonica. E’ un’attività di  “riciclaggio” non nociva ma poco onesta che rischia di guastare la festa.

Ma non stiamo troppo a discettare, perchè innanzitutto il novello è un rito, una festa, un evento collettivo. Conquista soprattutto i palati femminili e dei giovani, guadagnando quota anche nel difficile comparto della ristorazione più popolare. Certo gli esperti raffinati storcono il naso. “I novelli”, eccepiscono, “che vini sono?”. “Spinti, artificiosi, sono solo vaghi e giovanissimi parenti poveri dei veri, grandi nettari d’uva...”. E qualcuno, più colto, sfodera una classica, fulminante battuta di Luigi Verdelli: “Anche per quello che riguarda i vini  - disse un volta il grande “Gino”-  non sono... pedofilo”.

Ma allora? Davvero solo un “vinello” per palati senza pretese? Tutt’altro: il novello, si conferma, come sostenevo prima, un prezioso test della vendemmia: non perdona i difetti della “frutta” d’origine e dice molto sulla qualità dell’annata. Fresco e giovanissimo, calice allegro e immediato - si raccomanda di servirlo a non più di 14° - , non deve avere struttura nè caratteri vocati alla conservazione. Avrà vita breve, infatti, e la sua esistenza, destinata per legge all’ “espace d’un matin” (quattro-cinque mesi al massimo, la conservazione consigliata, vendita interdetta a primavera) esalta tutte le qualità della giovinezza.

In genere è rosso rubino, più o meno carico, spiccatamente fruttato al naso con sentori di frutti rossi (di solito prevalgono la marasca e il lampone), fine, dal gusto avvolgente e vellutato, non ha asperità. Ma è proprio inutile stare ad approfondire: il novello è fatto per festeggiare dopo la vendemmia, per brindare in compagnia e magari a fare a gara tra amici a chi lo scova per primo. Piacevolezza, leggerezza e freschezza sono le sue chance, piacciono quanto più riescono a mantenere e restituire nel bicchiere tutti gli aromi primari del frutto. Sentori di mora, note di ciliegie, profumi di lamponi, ribes e fragole. Dai calici s’alza un tripudio di effluvi fruttati, insomma. Semplici semplici.

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Pubblicato in Gianfranco Manfredi
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