Il Pd di Zingaretti, serve un congresso vero

Scritto da  Pubblicato in Filippo Veltri

filippo_veltri.jpgMichele Ciliberto ha proposto recentemente su Strisciarossa (il blog sempre piùseguito cui hanno dato vita gli ex giornalisti della storica Unita’) una riflessione sulle sorti della sinistra italiana che prende le mosse da un’affermazione molto netta e impegnativa: “lo schieramento progressista in Italia è stato in primo luogo sconfitto sul terreno dell’egemonia”, una sconfitta “che è stata al tempo stesso culturale oltre che politica. E insisto su questo termine: culturale”, aggiunge Ciliberto. È sufficiente però il Partito Democratico – questo PD – a ricostruire un’alternativa politica positiva all’attuale dominio della destra? La risposta è evidentemente negativa, gli ha risposto Antonio Floridia. Anche dopo l’ultima Assemblea Nazionale del 13 luglio, che ha segnato un cambio di registro indubbiamente.

Vi sono alcune risposte, come quelle del sindaco di Milano Sala, apprezzate da Ciliberto, che – sottolineando il fatto che il Pd “non basta” -, pensano ad un nuovo soggetto politico “ambientalista e radicale sul piano sociale”. Altri invece, come Calenda, tendono a vedere il “nuovo” soggetto come un partito che affianchi il Pd dal versante “moderato”. Ci sono poi quei pasdaran dell’ideologia del partito “a vocazione maggioritaria” che, a sentire questi discorsi, alzano le barricate: custodi di una presunta “identità” originaria del PD vedono come fumo negli occhi una qualche possibile aggiustamento in senso “radicale” del profilo politico e programmatico del PD. Se un PD ha da esserci, – secondo queste posizioni – esso non potrà che avere l’”identità” un po’ amorfa, amebica e sfuggente, che questo partito ha avuto sin dalle sue origini: un partito vagamente di “centrosinistra”, che può dire solo “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, giacché una qualsiasi più precisa definizione rischia di rivelarsi come la classica “coperta” troppo corta….

Alla radice di tutto vi è una sconfitta “culturale”. La sinistra italiana ha progressivamente smarrito quella “capacità egemonica” che aveva caratterizzato alcune fasi cruciali della nostra storia repubblicana, dalla Resistenza alla Costituzione, dalla stagione riformista degli anni Sessanta fino alla grande avanzata elettorale degli anni Settanta.

A trent’anni di distanza, appare evidente che il venire meno di una possibile alternativa, o anche solo la minaccia di un’alternativa, non abbia segnato solo la fine del “socialismo reale”, ma abbia anche radicalmente indebolito anche la forza contrattuale e la capacità espansiva della sinistra socialdemocratica. Del resto, appare oramai consolidata, anche sul piano storiografico, la convinzione che il New Deal rooseveltiano, o le prime grandi esperienze di Welfare nord-europeo, nascono anche come “risposta” preventiva alla forza espansiva che, fino ad una certa fase storica, la rivoluzione sovietica mostrava di possedere.

Il “caso italiano” presenta aspetti peculiari: perché al “deficit” di idee, di cultura politica, di interpretazioni adeguate della società e dei suoi mutamenti, e alla conseguente inefficacia delle strategie politiche (rimane valido l’insegnamento dei classici: se si sbaglia l’analisi, la “prassi” risulta sfocata, priva di presa nella realtà), si è unito un processo gravissimo di destrutturazione, disarticolazione, sfarinamento dei modelli e degli strumenti organizzativi. Scrive Ciliberto, e su questo punto pero’ molti dissentono: “il PD, nonostante i vari tentativi di rigenerarlo e di riproporlo anche con una sequela di nomi nuovi che non celavano però la vecchia sostanza di quel partito e delle forze che in esso erano confluite, è rimasto al fondo un partito novecentesco incapace di misurarsi con le novità del nuovo tempo”…

Magari!, verrebbe da dire! Ossia, magari fosse rimasta qualche traccia di un “partito novecentesco”! Forse qualcosa di buono e di sano si sarebbe salvato! Il Pd, al contrario, si è rivelato un partito che non ha saputo conservare e sviluppare alcunché delle tradizioni di cultura politica cui pure dichiarava di ispirarsi: un partito che, paradossalmente ma non troppo, “regge” solo se, e nella misura in cui, non definisce una qualche sua più precisa identità politico-culturale. E qui ci vorrebbe un colpo d’ala: ad esempio Floridia propone a Zingaretti un vero “congresso” (cosa che le “primarie” non sono), chiamando a discutere un pacchetto di “tesi” (sì, proprio quelle, le “tesi” su cui un tempo si facevano dei magnifici congressi novecenteschi..), ed essendo libere altre componenti del partito di proporre delle tesi alternative. Nel contempo, si riapra il tesseramento, all’insegna dello slogan “venite a discutere cosa farne del Pd!”. Peraltro, sarebbe l’unico modo per dare un senso al ricorrente appello a “venire nel Pd”, per “dare una mano”: così com’è oggi, e per come funziona il partito, oggi chi si iscrive non sa letteralmente cosa fare (se non forse affiliarsi ad una qualche corrente…).

© RIPRODUZIONE RISERVATA