Il Pd e il Governo, un equivoco

Scritto da  Pubblicato in Filippo Veltri

filippo_veltri_5ff57_1ef52_5ec74_7b203_3a116_7fd84_7e9c5_66d93_fd7b2.jpgDopo le prime settimane di navigazione andrebbe innanzitutto aggiornata la colorazione politica del nuovo governo. Al giallo-rosso va aggiunto il bianco (o l’azzurro) della nuova formazione di Italia viva, con i suoi parlamentari, i suoi ministri e sottosegretari. Più sobriamente nella prima repubblica si sarebbe parlato di quadripartito. Quattro forze a sostegno dell’esecutivo, ognuno con la propria inclinazione: quella populista dei 5 Stelle, quella riformista del Pd, più a sinistra con Leu, e infine i neo-centristi del partito di Renzi. Nulla di scandaloso, ovviamente. I governi di coalizione sono una costante del sistema politico italiano, con le loro “virtù” e i loro difetti, non tanto dissimili in fondo da quelli che si sono succeduti nell’epoca del (quasi) maggioritario. La questione è come si mediano le inclinazioni e gli interessi che rappresentano le diverse forze politiche. E fino ad oggi non si può dire certo che questo sia avvenuto con equilibrio.

Partiamo dal caso più recente, quello del Def e in particolare delle clausole Iva. Per cercare di dare un segno di discontinuità, non solo col governo giallo-verde ma anche con la precedente stagione dell’austerità, il ministro dell’Economia Gualtieri, col sostegno del Pd, di Leu e (pare) anche del premier Conte, proponeva una rimodulazione al rialzo dell’Iva sui beni di lusso per avere più risorse a disposizione per il taglio del cuneo fiscale, ovvero delle tasse pagate dai lavoratori. Niente da fare. Sia Di Maio che Italia viva hanno posto il veto con l’argomento che un aumento, sia pure parzialissimo e miratissimo dell’Iva avrebbe fatto gridare Salvini e la destra allo scandalo per l’”aumento delle tasse”: e pazienza se pagare di più gioielli o auto di lusso avrebbe fatto pagare meno tasse agli insegnanti o ai metalmeccanici. L’argomento “che dirà Salvini” torna in un’altra questione cruciale di questi anni: quello dello ius soli o più propriamente dello ius culturae. Anche qui il Pd, Leu e una parte dei grillini sono favorevoli a rilanciare una battaglia di civiltà mai condotta fino in fondo per mancanza di coraggio. Ma Di Maio ha già posto il suo alt: “Sono altre le priorità”. E il mondo renziano? L’ex premier se ne tiene bellamente fuori dopo aver accusato il suo successore a Palazzo Chigi Gentiloni di non aver spinto all’approvazione della legge (giusto: ma nei tre anni precedenti alla guida del governo c’era lui), mentre i cosidetti ex (?) renziani del Pd mettono freni: cambiare in tempi ristretti sia i decreti sicurezza che la legge sulla cittadinanza darebbe troppo fiato a Salvini, è il singolare ragionamento della sottosegretaria Morani.

Visto che si può cambiare solo quello che Salvini non potrebbe contestare, meglio buttarsi allora sul (demagogico) taglio dei parlamentari. Il Pd dopo tre votazioni contrarie darà il via libera alla riforma simbolo dei grillini sollecitata con toni ultimativi da Di Maio e Fraccaro, nonostante non ci siano ancora le garanzie necessarie per riequilibrare il sistema. A cominciare dalla riforma elettorale. Anche se qui il Pd è tutt’altro che esente da responsabilità, incerto come si ritrova tra un modello proporzionale (suggerito da gran parte dei costituzionalisti per garantire maggiormente la rappresentanza dopo il taglio dei parlamentari) e uno più maggioritario, invocato da Prodi, Veltroni, Parisi e dai vecchi ulivisti. L’unico dato certo è che a far festa saranno i 5 Stelle per il nuovo colpo inferto alla “casta” dei parlamentari, nella quale peraltro dimostrano di sentirsi perfettamente a loro agio. Salvini non alzerà le barricate, trattandosi di un provvedimento smaccatamente populista, e preferirà invece condurre la sua battaglia per il maggioritario per ottenere un giorno, finalmente, quei “pieni poteri” negatigli dal Parlamento. Un risultato, però, l’ha già raggiunto: è lui a condizionare l’agenda di governo anche dall’opposizione. E’ la cosidetta tassa Salvini, una tassa tutta politica. E a pagarla, almeno sinora, è quasi solo il Pd.

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