Sulle tracce di Norman Douglas: nell’incanto del mito

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco-bevilacqua-foto-blog-nuova.jpgLo videro sbucare dai meandri del fiume, sul far della sera. Abito di tweed, cappello di feltro a larghe falde, mulattiere al seguito. Un abitante, in paese, cui chiese di procuragli del cibo, liquidò come una fandonia il racconto di quel forestiero bizzarro. Proveniva da Acri. Aveva camminato tutto il giorno. Salendo sullo spartiacque del Trionto e scendendo poi, sui fianchi dell’alveo, sino a Longobucco. Il suo nome era Douglas … Norman Douglas. Mezzosangue, austro-scozzese, prima grande donnaiolo, poi, col tempo, omosessuale, ambasciatore mancato, naturalista, romanziere, viaggiatore impenitente, innamorato del Sud Italia, dove morì dopo la seconda guerra mondiale, a Capri.

“Calava ormai il crepuscolo – scrisse nel suo Old Calabria – e avevo attraversato il torrente tante volte, arrancando a lungo nel caos di acque ruggenti e di rocce stranamente colorate, che incominciavo a chiedermi se l’esistenza di Longobucco non fosse un mito”. Anche per noi Longobucco è un mito, anzi un rito, ossia la ripetizione di un mito, di un racconto fondativo della nostra comunità. Bisogna attraversare tutto l’altopiano della Sila, da ovest ad est, varcarne l’orlo orientale, e calarsi ripidamente nell’imbuto del Torrente Macrocioli, per scorgere il fumo azzurrino dei camini sui tetti sulle case affastellate. Sullo sfondo della pendice dirupata di Pietra Gnizzito e della lingua detritica del Trionto, che qui sbuca inquieto dalle gole. E’ un rito che ripeto ciclicamente. Le prime volte, all’inizio degli anni Ottanta, ci venivo da “outsider” – secondo la definizione di Denis Cosgrove in “Realtà sociali e paesaggio simbolico” -, da forestiero, per esplorare montagne, valli, foreste dai nomi strani ed evocatori. I percorsi più evidenti, tratti dalle carte corografiche.

Poi conobbi Sasà Pellegrino, che invece qui viveva e lavorava come guarda-boschi. Sasà è un “insider”, invece, un abitante. E a differenza di quasi tutti gli altri abitanti dei paesi di montagna della Calabria di allora, non pensava di esser nato lì per caso e di volersene fuggir via prima possibile. Anche lui camminava in montagna, ma per sentieri segreti, tramandati di padre in figlio. E’ così che, agli occhi dell’insider il territorio diventa molto più denso, vasto, dedalico, identitario, mitico, appunto. Oggi siamo insieme. Festeggiamo così il suo pensionamento. Da domani sarà libero di vagare nelle regioni della sua anima, come direbbe Kahil Gibran. Dal margine superiore del paese saliamo verso Pino Torto. Tutto è drammaticamente mutato rispetto all’epoca del viaggio dell’outsider Douglas, ai primi del Novecento. I castagni che un tempo sfamavano, con i loro frutti, uomini ed animali, ora sono sculture arboree dai sembianti mostruosi. Gli antichi orti terrazzati sono stati invasi dalla vegetazione. I sentieri secolari, scavati nella roccia, sono quasi scomparsi.

La presenza dei pini fra le rupi di granito conferisce al sentiero – che qui è un vero capolavoro di ingegneria viaria – un insolito aspetto nordico. Ma quando, dalla piatta sommità di una rupe si spalanca il quadro della vallata del Trionto con il paese nel mezzo, e le bianche spire del fiume che serpeggiano verso la costa, ritorniamo al paesaggio identitario di queste estreme montagne del Sud Europa. A Pino Torto c’è ancora la neve e decidiamo di calare verso le gole del Trionto. La colazione la consumiamo accoccolati nel cerchio di pietre che costituiva la base di un “pagliaro”, il rifugio tradizionale dei pastori, che era completato da una intelaiature conica di pertiche ricoperte si ginestre. All’interno - come ebbi modo di osservare personalmente - i giacigli per trascorrere la notte e un fuoco al centro. Eccoci poi sul sentiero a mezza costa che percorre la pendice in destra dei Trionto.

Con il fiume mugghiante sul fondo della gola, ingrossato dallo scioglimento della neve sui monti. Sino alla visione senza tempo di una piccola casa di pietre su un poggio che sovrasta la valle, circondata da capretti belanti. Siamo di nuovo al punto di partenza. Ma il rito non si conclude qui. Ci attende il commovente pellegrinaggio al Museo della Tessitura, dove la famiglia Celestino ha raccolto ricordi, cimeli, telai, utensili e magnifici manufatti di quella che fu un’arte straordinaria, ricavata dai filati di lana, seta, ginestra, dai colori vividi, dall’ordito (la struttura) e dalla trama (il racconto) usciti da una storia millenaria. E poi un salto all’azienda agricola Grillo che, con il latte di capra confeziona squisiti yogurt premiati come i migliori d’Italia nel 2018. “E questa sarebbe la terra del brigantaggio e dello spargimento di sangue!” concluse Douglas, nel capitolo dedicato a Longobucco. E questo sarebbe il paese da cui tutti vogliono fuggire! Aggiungo io. Ecco, caro Sasà, cara famiglia Celestino, cara famiglia Grillo, voi avete, da insiders, un compito grave ma entusiasmante: far rinascere la bellezza e la profondità del mito, ridare un futuro alla vostra terra incantata.    

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