Pellegrinaggio agli aceri

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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 E’ notte. La mia mente ribolle di pensieri. Da anni, ormai, inseguo l’assenza di pensieri, lo stato di quiete. Forse dovrei ascoltare i consigli di Caterina, che oggi è in cammino con noi per la prima volta, e che fa yoga. Mi dice che, partendo dalla concentrazione sul pensiero, si può fare il vuoto dentro di noi. Un vuoto salutare – deduco io -, depurante. Provo a scrivere. Anche questa è una forma di depurazione: butto fuori una parte dei pensieri, li mando a ramengo per il mondo. Ritorno a ieri mattina. Passiamo per Plataci. Un piccolo paese arbereshe a quasi mille metri di quota, abbarbicato fra le montagne orientali del Pollino. Questo è un vero luogo di quiete! I camini fumano lievemente. Poche donne sciamano alla piccola chiesa di rito orientale per la funzione mattutina. Un indescrivibile paesaggio di valli e boschi e mari luccicanti si apre verso est. Mentre saliamo nel bosco di cerri alle spalle dell’abitato. Verso i monti solitari che lo sovrastano. E’ un giorno di pellegrinaggi. Ogni anno, in autunno, veniamo qui per incontrare gli aceri del Monte Sparviere. Una colata di colori incandescenti che precipita verso la testata valliva del Torrente Saraceno.

Durante la settimana di lavoro – come sempre stremante e deprimente – ho letto da qualche parte, come un mantra, che non conta quel che accade fuori di noi ma come ciascuno di noi percepisce la realtà. E per essere sereni occorre un esercizio di adattamento. In attesa che il miracolo dell’adattamento si avveri dentro di me, provo con l’unico antidepressivo efficace che conosca: camminare in montagna. Con l’unico yoga che riesco a praticare: respirare a pieni polmoni lungo un’erta scoscesa. Con l’unica funzione religiosa che veramente mi appaghi: ascoltare la liturgia del silenzio fra gli alberi e le creste rocciose. Impegniamo il costone che s’inerpica sino alla vetta di Timpone di Bardisce. Capiamo subito che i colori degli aceri non sono ancora a giusta maturazione. Gli aceri di Monte Sparviere seguono regole per noi inintelligibili. Hanno una missione da compiere. Vivono con un senso del tempo che non sarà mai quello degli uomini. Non importa. Non veniamo qui per un’impellenza estetica.

Non dobbiamo fare man bassa di scatti fotografici folgoranti. Il nostro è un pellegrinaggio agli aceri. E alla loro bellezza di creature vive, intelligenti, animate. Che donano quel che vogliono. Oggi ci offrono una vista nitidissima sull’ovale dell’arco di Sibari. Con la pianura ove, un tempo era la grande palude narrata da Raoul Maria de Angelis. Pieghiamo fin sulla Cima di Monte Sparviere e poi giù per il largo crinale di Lago Forano. Con la vista del Saraceno e di Alessandria del Carretto ad est e quella del Torrente Maddalena, delle timpe (San Lorenzo, Cassano, Porace, Falconara) e del Pollino, ad ovest. Un paesaggio che non ha eguali! Mostro, su un costone di Tacca Peppini, il piccolo abete isolato protagonista di una struggente scena di “Le quattro volte” di Michelangelo Frammartino.

Sorride Giuseppe Briglia, anch’egli con noi per la prima volta: fu proprio lui l’aiuto regista di Frammartino! Poi ancora avanti. E l’incontro con Giorgio Braschi, colui che più di chiunque altro ha contribuito al risveglio del Pollino. Quante coincidenze oggi! Quanti incontri. Abbracci e sorrisi ci scaldano il cuore, in questa giornata luminosa ma sferzata da improvvise folate di vento freddo. E poi su, fino a Timpone Rotondella, che s’affaccia come un nido d’aquila sulle timpe. E’ tempo di tornare. Con Antonio, che viene quassù anche lui per la prima volta, parliamo della nostra superbia di uomini fatti a immagine e somiglianza di Dio, della nostra invadenza, della tracotanza, dei danni che facciamo al mondo. Gli aceri, gli ontani, gli abeti bianchi, gli ornielli dello Sparviere ascoltano sereni, pacifici, teneri e forti come angeli. Sono loro, oggi, i nostri angeli custodi. E fra le loro sontuose navate che compiamo il nostro pellegrinaggio, il nostro rito.

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