Il borgo delle otto anime e il sentiero perduto: per un'archeologia del cammino

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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francesco_bevilacqua-11062017-090455.jpgCima di Monte Faggio, m. 1329, con gli Amici della Montagna. Quattro ore di ascesa e più di ottocento metri di dislivello. Ci attende un panorama sconfinato. Che comprende i due mari, le montagne della Calabria, a sud e a nord. Ma anche un piccolo, tenero faggio che spunta dalla dura roccia. La vita è sempre una rivelazione! Dell’amore e della condivisione. Qualcuno dice: “tu ami condividere i tuoi cammini”. Rispondo raccontando di Goethe. Pare che egli singhiozzasse mentre la sua carrozza scendeva verso il Lago di Garda. Al vetturino preoccupato rispose: “piango perché non ho accanto un amico con cui condividere tutto questo”. Siamo partiti stamane da Panetti, m. 590, il “borgo delle otto anime”, come lo abbiamo chiamato sul “Gattopardo”. Perché lì abitano solo otto persone. Dacché ve n’erano centinaia, sino al secondo dopoguerra e oltre. Vi era una scuola elementare. E un negozio di “generi alimentari e diversi”, come recita ancora la scritta di vernice sul fascione di calce di un piccolo uscio in legno. C’erano uomini, donne, bambini. C’erano animali. E c’era vita. Vita dura, certo. Vita di fatica e tribolazioni.

Ma la gioia non era estranea a quella comunità immersa nel suo paesaggio, nella sua storia, nei suoi valori stabili e certi. La Cascata della Tiglia è in magra. Pur sempre bella. Vestita del fine, turgido velluto dei muschi. Sono affranto per la volgare sozzura di un’inutile centralina idroelettrica che ha sventrato la valle. Verso l’alto, fuori dal cono d’ombra della valle. Il sole si irradia sui boschi. Un tempo c’erano solo gli ontani neri sul greto del Torrente Piazza, i castagni e qualche cerro più in alto. Tutto il resto era coltivato: ortaggi, grano, alberi da frutta. Poi vennero la fuga e l’abbandono. E la natura si riprese tutto ciò che l’uomo le aveva sottratto nei secoli. Una giovane coppia raccoglie legna. “Siamo venuti quassù – dico - per testimoniare che i vostri luoghi sono meravigliosi e che voi avete tanta dignità e che vi siamo grati perché esistete”. Arrossiscono, sorpresi, lieti. Qualcuno ha riattivato la sorgiva ai lati del sentiero. Ed ha lasciato una bottiglia per dissetare i viandanti. A Pietra, m. 952, il borgo fantasma che domina la valle, ci sono solo due anziani. Ci offrono caffè e bevande. Spiamo dagli usci e dalle finestre delle case crollate: segni di vita interrotta dalla fuga. Nel bosco a monte dell’abitato. Per imboccare il sentiero perduto. Ieri lo abbiamo ripulito. Qualcuno chiede perché lo abbiamo fatto noi. E chi altri avrebbe dovuto farlo? E’ venuto in mente a noi e l’abbiamo fatto noi. Senza questuare attenzioni per una cosa che solo per pochi ha valore a qualcuno che non sa nemmeno che quella cosa esiste. E quand’anche lo sapesse la rifarebbe in cemento, piastrelle, corrimano…

Ora, invece, è bellissimo: la “cava” o “cavune”, come lo chiamano qui, con il piano di calpestio scavato da secoli di transiti e le sponde trattenute da muretti di pietre a secco. Poi dico che camminare in montagna non è un divertimento, non è un gioco, non è uno sport, non è una scampagnata, non è uno sghignazzo sguaiato. A rigore non è nemmeno un salire verso l’alto. Insomma, non è nulla di quel che comunemente si crede. Anche presso quasi tutti quelli che praticano il trekking… inglesismo inutile, visto che il nostro vocabolario è pieno di parole evocatrici. Trekking mi sa di centri commerciali, di consumismo, di riviste in carta patinata, di trasmissioni televisive che ripetono gli stessi cliché per qualunque posto del pianeta. Dico che camminare in montagna è una discesa nell’Ade, uno sprofondare nel passato del mondo e dell’umanità. È un andar giù verso l’abisso del nostro animo. Camminare in montagna è uno scavo archeologico. È capire chi siamo e da dove veniamo. È chiederci verso dove, verso cosa ciascuno di noi vuole andare. Quel piccolo faggio, sulla rupe maculata di licheni, ci indica la via. Io so che la mia via è molto lontano dall’umanità che l’informazione bulimica ci racconta. So che la mia via è un borgo di otto anime e un sentiero perduto.

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