Montea, a lezione d'autunno e di vita

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
Vota questo articolo
(3 Voti)

francesco_bevilacqua.jpgUna biblioteca e un orto. Così vedo la mia vecchiaia all'Anello di Querce, sul limitare del bosco. E poi, finché il Buon Dio me lo consentirà, cammini giornalieri, nello stile di Thoreau, proprio a partire dalla mia casa. E un cammino-erranza più lungo e lontano, almeno una volta la settimana. E poi amici, che vengano quassù: a camminare, a cogliere frutta e verdura, a suggere la luce impavida del tramonto, a sedere dinanzi al camino, a discorrere dolcemente. Non so perché abbia questi pensieri dopo la lunga erranza di oggi su Montea, faticosa, ardua, stupita. So, però, che tutto scorre, come insegnava Eraclito. Che passano le stagioni, gli anni, il tempo. Che nulla è eterno. La vita - se solo fossimo più lenti e riflessivi - ci insegnerebbe a capire questo elementare concetto. E a darci la forza e l'intelligenza per appagarci solo dell'essenziale. Basterebbe osservare, come faccio io, oggi, da quassù, le fronde degli alberi. Così splendide e lucenti nel loro ultimo canto autunnale. L’autunno è la stagione dei prodigi cromatici. E’ il tempo della bellezza e della caducità. Quelle foglie diventano smaglianti, bruciano del loro effimero splendore. Perché stanno per cadere. Cadono, esprimendo così la loro gioia. Senza rimpianti. Senza rimorsi.

Ogni autunno è una lectio magistralis sulla vita! Un grande emiciclo di creste irsute si svolge intorno a noi. Da oriente ad occidente. Contro l’azzurro saturo del cielo. Le pendici dipinte con l’arancione dei faggi, il cremisi degli aceri, l’amaranto degli ornielli, il giallo dei pioppi, il verde dei pini loricati, il grigio chiaro delle rocce. Siamo venuti fin qui, sperdendoci nella fitta foresta che alligna nei valloni a nord-ovest di Fontana di Cornia. Abbiamo vagato a lungo. Mettendo insieme i miei ricordi, le informazioni ricevute da Domenico Riga, l'intuito del momento.

Alla fine siamo sbucati su uno degli apici rocciosi di Serra del Finocchio. Da dove si è spalancato il magico mondo delle più belle, selvagge e solitarie montagne della Calabria. Montea ha un nome che è, nello stesso tempo, un’onomatopea e un titolo nobiliare. Chi glielo ha messo, deve avere immaginato, dalla sua mole e dal suo profilo, la regina di tutte le montagne. Creste alpestri, canaloni precipiti, pendici sprofondanti verso abissi celati in foreste sconfinate. E poi Monte Petricelle, dietro cui si apre la lontana costa tirrenica. E Monte La Caccia, seminascosto. E Monte Faghitello, Serra La Croce, Monte Cannitello. Nell'era dell'instupidita invasione dei droni, noi navighiamo nel cielo, grazie solo ai nostri piedi. E grazie ad essi sorvoliamo creste e pinnacoli, foreste e praterie oblique. Ed ora, venuti qui di sabato per evitare l'incerto meteo di domenica, prima di ridiscendere lungo l'anonimo costone della rupe e tornare a Cornia, planiamo nel vento. Rendendo grazie a Montea per questa immaginifica lezione d'autunno e di vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA