Primo maggio nelle navate della più grande cattedrale arborea della terra

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco_bevilacqua.jpgTrasformare una celebrazione laica, scimmiottante ed inutile in un momento di fatica, condivisione, riflessione, spiritualità, trasformare la festa del lavoro in una giornata di autentico lavoro fisico e interiore: questa è la nostra intenzione, il primo maggio, allorché vaghiamo tra le ierofanie della Sila. Come si può celebrare il lavoro in un’epoca in cui tutto, anche il lavoro, è fatto per essere eternamente precario, per produrre ansia, disperazione, depressione? E non per necessità. Ma per precisa volontà criminale di chi deve poi venderci, tra l’altro, antidepressivi e ansiolitici. Come credete che curino, i medici, i disoccupati, chi ha perso il lavoro, i lavoratori eternamente precari, gli immolati alla panacea della flessibilità? Con gli psicofarmaci, appunto. Che tra qualche anno – come indicano le statistiche – saranno assunti dal 70% della popolazione mondiale.

E come credete che le multinazionali farmaceutiche riescano a produrre e vendere sempre più psicofarmaci? Con la regola più semplice dell’economia di mercato: favorendo le condizioni della domanda di psicofarmaci nella gente. Che sono appunto ansia, fobie, psicosi, precarietà. Ecco, noi venerdì primo maggio facciamo la nostra piccola rivoluzione. Partiamo dal vivaio forestale della Fossiata e costeggiamo il torrente Cecita. Fra le navate di una cattedrale arborea. Pini, faggi, abeti, di proporzioni colossali. Acque cristalline che ruscellano. Il verde tenue delle fronde ancor giovani dei faggi, illuminato dai raggi del sole. Le selve di pini della Sila – che Guido Piovene disse più belle di quelle norvegesi – con ancora i segni dell’estrazione della resina. Un profumo squisito, antico, senza prezzo, che non si compra in un negozio. Attraversiamo il sontuoso Bosco del Corvo.

E’ la cattedrale più vasta della Terra. Non ci sono colonne, ma alberi. Non ci sono affreschi: un intero mondo vi è dipinto, vivo, palpitante. Non vi sono fedeli: gli alberi sono la dimostrazione inequivocabile di una armonia soprannaturale. Non vi sono integralismi e verità assolute: qui ci si interroga. E tanto basta a placare la sete di spiritualità che pervade la ricerca di senso dell’uomo. Unico animale che sa di dover morire. Ammiriamo il quadro rinascimentale del Lago Cecita incastonato tra le cime dei pini. Ci stupiamo dinanzi ad altri alberi enormi, ultracentenari, su Cozzo del Principe. Caliamo lievemente, oltre i boschi, lungo tappeti d’erba vellutata, sulle praterie sconfinate di Macchialonga. Basiti da tanta bellezza. Una bellezza che non è puramente estetica. Una bellezza che non serve solo a farci gioire. Una bellezza profonda, ancestrale, che rievoca, narra, risveglia la nostra identità, libera le nostre menti dalla schiavitù della tecnologia e dell’urbanesimo. Una bellezza che è la quintessenza della povertà e per questo ci rende liberi. Come scrissero Leo Longanesi e Pier Paolo Pasolini. Solo la povertà, che è semplicità vernacolare, che è autenticità morale, che è riconoscimento del sacro, che è di chi sa di non potersi fare Dio, può salvarci dalla quotidiana estorsione dell’economia di mercato, dai delitti dei criminali finanziari. Qui, in questi luoghi liberi il lavoro non è precario, nessuno vende psicofarmaci. Qui, una bellezza antica e povera, una storia mitica e struggente, inocula nelle nostre menti asfissiate l’ossigeno della rigenerazione e della rinascita. 

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