Il potere in politica: una tossicodipendenza che corrode le cellule cerebrali

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco_bevilacqua.jpgLo dico subito a scanso di equivoci. Non ho nulla contro la politica; semmai è la politica che ce l'ha con se stessa, visto il degrado in cui è caduta negli ultimi trent'anni almeno. Abbiamo sempre bisogno di persone degne e capaci e oneste e volenterose e impegnate e generose ed equilibrate, che facciano politica. Abbiamo bisogno di uomini e donne, che abbiano fatto bene nelle loro vite personali e professionali e che trasferiscano esperienze e saperi in politica, per un tempo limitato ma intenso. Chi ha voglia, forza, passione per la politica deve farla. Ma quel che vedo in circolazione, attraverso i manifesti dei candidati alle elezioni comunali di Lamezia Terme è deprimente. Se qualcuno avesse tempo dovrebbe fotografare - a futura memoria - i manifesti elettorali e commentarli uno per uno. Le facce hanno perlopiù espressioni furbette, ammiccanti, talvolta sprezzanti, talaltra sguaiatamente allegre, come vivessimo in una specie di parco divertimenti. E, quel che è più grave, nessuno ha vergogna di sbattere le proprie facce - talvolta davvero ridicole - su manifesti 70/100. Gli slogan sono quanto di più improbabile si possa leggere: la parola "Lamezia" e "Lametini" è ovunque, spalmata di tutte le salse più prosaicamente campaniliste. Come se Lamezia fosse l'ombelico del mondo e i lametini il popolo eletto da Dio. Il pronome "io" si intuisce dietro ogni frase.

Come se il candidato dicesse: "eccomi, ora ci sono io, potete stare tranquilli, il salvatore è arrivato". La quantità dei giovani è impressionante. La gran parte dei candidati non ha alcun tipo di esperienza professionale, sociale, politica. E questo è sintomatico di come il fare politica sia concepito esso stesso come un'esperienza, come un'occasione per farsi conoscere, come un'opportunità per trovare incarichi, lavoro, fonti di profitto. Piuttosto che - come accade dall'alba dei tempi - il punto d'arrivo di vite spese per imparare un mestiere, per apprendere, per capire, per discernere. E trasferire l'esperienza accumulata negli anni al servizio della propria comunità. Eppure, nonostante questo scenario deprimente che contraddice quel principio ormai obsoleto che qualcuno chiama "primato della politica", non ho paura della politica. Quel che temo è il potere applicato alla politica. Ho conosciuto persone apparentemente sane di mente, equilibrate ed intelligenti che hanno conquistato il potere politico (e non solo quello) e si sono ammalate di stupidità. E per stupidità intendo, ad esempio, che non sono più state in grado di distinguere tra amici disinteressati e persone opportuniste. Intendo che non sono hanno più fatto discernimento tra cose davvero importanti, di cui occuparsi personalmente (senza lasciare carta bianca a tecnici e burocrati incompetenti), e cose banali da delegare. Intendo che hanno assunto uno strano distacco dai sentimenti e dalle emozioni per abbracciare, invece, una fredda e asseritamente necessaria “razionalità”. Intendo che hanno abiurato ogni loro ideale per accedere ad un pragmatismo cieco ed insulso. Intendo che hanno assunto l’abitudine di uscire dalla realtà concreta di tutti i giorni e di entrare in una bolla mediatica, virtuale e fuorviante. Intendo che hanno sviluppato un ego smisurato perdendo ogni senso di umiltà. Intendo che hanno obliterato l’idea della politica come dono di sé agli altri per accettare, invece, un’idea della politica come eterno, estenuante conflitto con spettrali nemici esterni ed interni. Intendo che anziché desiderare che giunga il momento di mettersi da parte per tornare alle proprie vite, ai propri affetti, alle proprie occupazioni come vera ricompensa per il periodo di “servizio” speso in favore degli altri, guardano con terrore a quando non ci sarà più nessuno, dietro la porta del loro ufficio, a questuare qualche grazia, qualche favore. Da anni mi sono fatto l’idea che la politica delle “scese in campo”, delle campagne elettorali, degli accordi di coalizione, della conquista del potere, delle cariche pubbliche, corroda inesorabilmente le cellule cerebrali anche delle persone migliori (salvo qualche rara eccezione, naturalmente). Le quali, normalmente, non hanno una psiche attrezzata – come la gran parte di noi, del resto - a resistere alle pressioni devastanti del potere. E’ come una tossicodipendenza, come una mutazione, come un cancro. O forse, molto più semplicemente è come dice Josè Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay (una di quelle poche eccezioni di cui dicevo), il quale sostiene che “il potere non cambia le persone, mostra come sono veramente”.

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