Storia di muschi e ginepri. E di una giornata tumultuosa

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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 Osservo, nell'incavo della mano, una piccola, delicata zolla di muschio. E' così soffice, umida, vellutata! Provo una tenerezza struggente. Scalzata dal mio scarpone in un anfratto fra i grigi sassi di Timpa di Cassano. Raccolta amorevolmente. Non so quanta consolazione potrà trovare sulla pelle rugosa della mia mano. Non lo so davvero. E’ nata fra queste balze rupestri. L’ha nutrita la terra. L’ha dissetata la pioggia. L’ha cullata il vento. Le passa accanto un uomo dolorante. Vestito di nero. Fasciato dai suoi indumenti high tech. Un tempo vestiva di velluto e fustagno, di lana e panno. Aveva uno zaino militare e un bastone di legno di castagno. Adorava i colori e i tessuti naturali. Felice nelle sue sahariane verdi e beige. I primi scarponi glieli aveva donati un maresciallo forestale originario di Pedace. Insieme a tanti insegnamenti sul linguaggio degli alberi. Giulio – era il nome del forestale – avrebbe trovato singolare questo magnifico bosco rado di ginepri sul pendio fra Timpa di Cassano e Timpa di Porace. Avrebbe toccato con circospezione le foglie puntute, raccolto le bacche, raccontato le loro storie. E avrebbe sorriso dolcemente alla vista della zolla di muschio. Siamo qui, su queste rupi sferzate dal vento. A contemplare il paesaggio ruotando il capo di 360 gradi: il crinale della Timpa del Principe, Manfriana, Serra Dolcedorme, Serra delle Ciavole, Serra di Crispo, Serra di Mola, Falconara, Timpa di San Lorenzo, Monte Sparviere, San Lorenzo Bellizzi, Monte Sellaro, la Piana di Sibari, lo Ionio, la Sila Greca, l’Orsomarso. Questo è il luogo più bello del Mondo! E’ stata una mattinata tumultuosa. Nel cielo e nell’anima. Partiamo che è buio, con rapidi scrosci di pioggia. Alle prime luci, sull’autostrada, il cielo è una trapunta plumbea, dappertutto. Ma poi, all’altezza del Vallo del Crati, lo sfondo del Pollino Orientale s’illumina. Come per un incantamento misterioso. E le montagne si destano in uno splendore adamatino. La neve è venuta silenziosa, per tutta la notte.

Il mio vecchio fuoristrada arranca sulla sterrata che da Colle Marcione di Civita costeggia l’alta Valle del Raganello. Con intorno un paesaggio d’una bellezza indomita. Forse è per la disattenzione dovuta al guazzabuglio di pensieri, forse è il mio stato d’animo … ma commetto un’imprudenza. E l’auto si pianta su un macigno nascosto sotto la neve. Gira una sola ruota. A vuoto. Pensiamo a un problema serio. Rinunciamo al proposito di salire a piedi alla Grande Porta del Pollino, via Casino Toscano. Convinto che dovremo lasciare l’auto quassù per tornare a prenderla chissà quando e come, mando giù a piedi tre dei miei (da qui a Civita ci sono quasi venti km), mentre io e Matteo, con l’altra auto, cerchiamo qualcuno in questa solitudine artica. Ancora, quassù, abita qualche famiglia di agricoltori e pastori. Praticamente isolati, a causa della strada che mai nessuno ha pensato di sistemare. Sono eroi che lo Stato dovrebbe esentare da qualunque tassa e incentivare, invece, in tutti i modi, a restare custodi dei luoghi. Sono questi i veri cavalieri del lavoro, non quei bellimbusti che ricevono la vacua e retorica onorificenza al Quirinale. Uno di questi generosi ci aiuta a tirar fuori l’auto dai guai. E per fortuna nulla si è rotto. Il nostro bel programma (le condizioni di innevamento erano ideali) è sfumato. Riscendiamo a Colle Marcione, dove ci attendono gli altri. Il brutto tempo è arrivato anche qui. Scavalcando il crinale della Manfriana come un’ombra furente. Nevica. Tentiamo di riscattare la giornata. Ci incamminiamo verso Timpa di Cassano. Nell’intrico dei lecci, per una labile pista di capre. E poi su, verso la cima. Nuova schiarita in cielo. Scendiamo in un vero e proprio bosco di ginepri, sino al belvedere sull’orrido della Scala di Barile. Non mi trovo appesa al collo la macchina fotografica. Dovrò risalire sino in cima a Timpa di Cassano per ritrovarla. Con sempre, di fronte, l’immane triedro roccioso della Timpa di San Lorenzo. La mia caviglia necrotica duole. E nella psiche si scatena una tempesta umorale. Poi la piccola zolla di muschio. E la tenerezza. E un sorriso lieve. E il pensiero della finitezza, dell’ineluttabilità. Il mio daimon mi ha lanciato, negli anni, troppi segnali inascoltati. Ha smesso di nevicare. L’ammasso di nubi si è spostato sullo Sparviere. Precedute da un sibilo, due aquile reali solcano l’aria pochi metri sopra di noi, dirette ai loro rifugi segreti sulla Timpa di San Lorenzo. Lo scheletro calcinato di un vecchio ginepro. La mia ierofania è lì, fra le pietre, il muschio, le visioni, e le membra del vecchio ginepro in preghiera.

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