Università del dono, Facoltà dei risvegli, Corso di Laurea per sciamani culturali

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco_bevilacqua_.jpgSaliamo lungo la ripida stradina che da Panetti porta a Pietra. Entrambe piccole frazioni quasi disabitate di Platania (Provincia di Catanzaro, Gruppo del Monte Reventino). Ci inerpichiamo dal buio delle gole del Torrente Piazza verso il crinale di Monte Faggio. E’ come uscire da un enorme utero rovesciato. Ci eleviamo dall’ombra e dal freddo verso la luce e il caldo. Quasi tutto è abbandonato. Notiamo terrazzamenti, muretti a secco, antichi coltivi dismessi. La cascata della Tiglia Piccola (la chiamo così per distinguerla dalla Tiglia Grande, l’accesso alla quale è stato sbarrato da un tizio) ci accoglie felice. Ci fa le feste con i suoi vapori, gli spruzzi, il suo suono cristallino. Saliamo ancora. Su un terreno qualcuno ha piantato delle giovani piantine di Castagno. Qui il Castagno era diffuso, con boschi atavici. La castagna era uno dei prodotti principali di tutta la zona. Serviva per sfamare gli uomini, gli animali domestici, ma anche per commercio o scambio. Poi sono venuti l’emigrazione, l’abbandono, il trasferimento della gente nelle città in pianura, il consumismo, la modernità. E gli antichi castagneti da frutto sono stati trasformati in “boschi stecchino”, cedui bassi, filiformi, anonimi, avvolti da rovi e sterpaglie. Impraticabili, dacché erano pieni di sentieri vivi e vissuti quotidianamente da carbonai, boscaioli, pastori, contadini. I grandi tronchi di giganti di cinquecento anni sono stati trasformati in tavoloni da carpenteria. In questo piccolo fazzoletto di terra sotto Pietra, invece, le minuscole piantine di Castagno sono state messe a dimora dalle mani amorevoli di un uomo e una donna. Li incontriamo nel loro podere. Visi abbronzati dal sole. Mani callose. Mi presento con nome e cognome. Spiego perché siamo lì. Ci accolgono con una cortesia ed una affabilità disarmanti.

Ci invitano a restare, a rifocillarci. Parliamo a lungo. Di come erano i luoghi. Di come saranno. Proseguiamo. Raggiungiamo la strada asfaltata. Che congiunge le varie frazioni di Platania. Sotto il Monte Faggio e il Monte Reventino. Un vecchio a cui chiediamo informazioni sui sentieri si ostina ad indicarci le strade asfaltate: non sa farsi una ragione del perché andiamo a piedi. Ecco il vecchio borgo semi-diruto di Pietra. Ancora ci vive qualcuno. L’uscio di una casa è semi-aperto. Si intravede un interno post-moderno. Qui vidi, molti anni fa, una televisione coperta da ricami di pizzo, come fosse un altare. Il resto è quasi tutto crollato. In un campo vicino un uomo e una donna arano. Ci affacciamo su un fantastico belvedere sulla valle del Piazza, all’orlo della rupe che dà il nome all’abitato. Il senso è di desolazione. Ma io ho speranza. I contadini sono speranze viventi. Non sono utopie. Questa gente è vera. Molto più dei commessi e delle commesse di un centro commerciale. Molto più di un avvocato o un giudice. Molto più di un sindaco o un onorevole. Perciò ho deciso di istituire a Platania una nuova università. Le università calabresi continuano a sfornare giovani laureati che, nella stragrande maggioranza dei casi, andranno a ramengo per il mondo, per realizzarsi professionalmente. Del mare di denaro e di impegno che è stato profuso a Cosenza, a Catanzaro ed a Reggio Calabria, per formarli, non resta quasi nulla in Calabria. Le nostre università lavorano per il resto del mondo. Ma nel resto del mondo nessuno lavora per la Calabria. Ecco, la nuova università di Platania sarà un’altra cosa. Si dovrà occupare esclusivamente della cultura del dono. Di come si fa ad apprezzare tutti i doni che ci sono nelle nostre vite apparentemente affrante. L’amore per la propria compagna, per i propri figli, per i propri genitori, per i propri amici, e l’amore che da loro riceviamo: sono doni quotidiani. Ma noi non ci facciamo caso. Nelle società contadine del Sud, spiega il filosofo Mario Alcaro, in “Sull’identità meridionale”, a prevalere sulla cultura dello scambio (tipica delle moderne società consumistiche) era quella del dono.

Che era anche costruire una rete di legami comunitari. La gente di Panetti e Pietra, ad esempio, è già laureata all’Università del Dono che andremo ad istituire. Senza pergamena. Senza necessità di superare esami. I corsi necessari li hanno fatti i loro avi nei secoli e le nozioni, anzi le educazioni sulla cultura del dono le hanno avute trasmesse da quelli. E’ gente geneticamente e naturalmente programmata per la cultura del dono. Guai a chi mi dice che sto facendo della retorica sul “senso dell’ospitalità dei meridionali”! Non sto parlando di idiozie simili. Non sto dicendo che i meridionali siamo tutti buoni. Sto dicendo che la cultura del dono esiste ed era (è) attivamente praticata nelle comunità contadine del Sud. Ne avremo prova una seconda volta, durante la nostra passeggiata. Poco prima di giungere a Panetti, ad anello, provenendo da Campochiesa. Un altro contadino a cui chiediamo informazioni, è prodigo, felice della nostra intrusione, incredulo che qualcuno si interessi a lui ed ai suoi luoghi. Anche lui vorrebbe che sostassimo nella sua casa. All’Università del Dono di Platania ci sarà una sola facoltà. Si chiamerà Facoltà dei Risvegli. Apprenderemo (piuttosto che insegnare), con un sistema simile alla maieutica socratica (far lievitare le buone pratiche) come si guarisce dal coma neurovegetativo, culturale e topografico, che ci affligge, che ci ha fatto dimenticare civiltà, cultura, tradizioni, valori. Ci sarà un solo seminario permanente. Si chiamerà Seminario di Ri-patrimonializzazione della Memoria Culturale. Apprenderemo come far ritornare patrimonio collettivo la memoria. Capiremo chi era la dea greca Mnemosine. E anche qui non rimproveratemi di essere passatista. Potrei dirvi che la memoria e l’identità (non retoriche) sono anche futuro, creatività, ideazione. Ci sarà un solo un seminario. Sfornerà Sciamani Culturali. Saranno mediatori tra la gente e chi ha potere, tra i bisogni e le opportunità, tra le vocazioni reali e le idee bislacche di chi amministra. Dovranno legare due mondi separati. Ma prima, dovranno imparare a coltivare zucchine, melanzane e patate ed a portare al pascolo le capre.

© RIPRODUZIONE RISERVATA