I Normanni: dalla Calabria alla conquista della Sicilia musulmana

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio
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Con l’assedio e la resa di Reggio del 1059, di fatto, la Calabria era caduta sotto il dominio normanno, anche se restavano ancora qua e là delle sacche di resistenza bizantine; ecco come, sinteticamente, viene delineato tale avvenimento, che assunse una fondamentale rilevanza storica non solo per la regione, ma per tutto il Meridione d’Italia, in quanto fu una tappa molto rilevante per la costituzione della nuova entità statuale che si andava, gradualmente, affermando in tale area geografica del nostro Paese:

“Nel 1059 mancava ancora all’appello la capitale del tema [Circoscrizione amministrativa dell’Impero Bizantino del tempo con a capo lo stratego, N.d.R.], in cui avevano fatto la loro ricomparsa i Bizantini, rifiutandosi ogni patteggiamento con i conquistatori. Nella primavera del 1059 Roberto il Guiscardo e Ruggero andarono pertanto ad assediare Reggio con grande profusione di mezzi. Gli abitanti si disposero alla resistenza, ma furono colti rapidamente dal panico e finirono per concordare la resa, a condizione che i due funzionari più elevati in grado presenti in città fossero lasciati liberi di andarsene. Chi fossero questi due personaggi non è dato sapere, ma è verosimile che uno dei due sia stato lo stratego di Calabria; ad ogni modo Roberto accettò le condizioni e Reggio si sottomise” ( Giorgio Ravegnani, I Bizantini in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004, p.198 ).

La sottomissione di Reggio e la magnifica vista dell’altra sponda dello Stretto di Messina furono un ottimo stimolo per i due capi normanni ad intraprendere la conquista della Sicilia, che era sotto la dominazione musulmana; l’inizio di tale impresa e le profonde motivazioni della stessa sono ben esplicitate nel brano successivo:

“Arrivati quegli avventurosi uomini a Reggio, non si potea che non agognassero al ben di Dio che si stendea sotto gli occhi loro al di là dallo Stretto. Roberto lo vagheggiava tanto che ne avea già accattata dal papa la concessione eventuale; Ruggiero, a dir del suo storiografo, ardea della brama di guadagnarvi meriti spirituali e temporali acquisti. Né si potea far che i Normanni non fossero chiamati in Sicilia da Musulmani cui costringesse cieco furor di parte, da Cristiani levati a subita speranza del riscatto. Prima dovean essere i Cristiani di Messina. Le sei miglia di mare che corrono tra le due rive dello stretto, se contrastano il passaggio qualche dì, lo rendono nel rimagnente dell’anno, agevole e comodo agli uomini, e soprattutto alle merci; donde gli è avvenuto da tanti secoli che l’estrema Calabria e i dintorni di Messina facciano come un solo paese per le relazioni commerciali, i parentadi, i costumi, le usanze, fin le passioni politiche degli abitatori […] Non fu meno stretta al certo nel decimo secolo e prima metà dell’undecimo la fratellanza delle due popolazioni cristiane, l’una soggiogata e l’altra svaligiata ogni anno: gli stessi Musulmani, quand’e’ non correan a Reggio con la spada in alto, venian pacifici mercanti o rifuggiti” (Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Volume Terzo, Parte Prima, Le Monnier, Firenze, 2003, p.41).

La situazione sopra delineata, caratterizzata da conflitti tra Cristiani e Musulmani ma anche da frequenti scambi commerciali, in verità non riguardava in quel tempo solo l’area dello Stretto di Messina ma un po’ tutta l’area del Mediterraneo occidentale tra il Nord Africa e la Penisola Iberica e l’Italia delle Repubbliche Marinare; tale aspetto dei rapporti commerciali e la loro evoluzione nel tempo viene così delineato nel testo che segue:

“Le cose non cambiano veramente che alla svolta del X e dell’XI secolo, quando si conferma la risalita demografica occidentale, affermatasi dapprima in Italia, il che comporta un ampliamento e una diversificazione della clientela e un cambiamento quantitativo e qualitativo degli oggetti del commercio: da Alessandria e dalla Siria arrivano carichi di pepe sempre più grandi, ai quali si aggiungono prodotti medici e tintori e persino l’olio d’oliva dell’Ifriqiyya [Regione dell’Africa mediterranea corrispondente, grosso modo, all’attuale Tunisia, N.d.R.]. In compenso, gli schiavi sono più rari, perché provengono soprattutto dalle razzie germaniche nei paesi slavi o da raid dei pirati musulmani, ma sono vantaggiosamente sostituiti da prodotti strategici di cui i musulmani sono carenti in maniera endemica ( legno, pece, metalli, soprattutto ferro )… Sono dunque poste le basi di un commercio regolare tra Islam e Occidente, anche se le quantità rimangono modeste e lo squilibrio tra esportazioni e importazioni obbliga gli italiani a vendere a prezzi proibitivi, e perciò a una clientela limitata” (Alain Ducellier – Françoise Micheau, L’Islam nel Medioevo, Il Mulino, Bologna, 2004, pp.110-111).

In alcuni casi i conflitti erano più accesi tra gli stessi correligionari e non veniva disdegnata l’alleanza con chi professava una religione diversa, pur di combattere il proprio avversario della stessa comunità religiosa; una circostanza simile si verificò dopo una fugace ma vittoriosa scorreria normanna oltre lo Stretto nel 1060, che spinse Ibn- Thimna, uno dei capi musulmani di Sicilia, a chiedere l’intervento dei Normanni contro i propri nemici, musulmani anch’essi, il che viene chiaramente esplicitato nel brano successivo:

“E pur tra cosiffatte brighe i due fratelli pensavano di portare la guerra in Sicilia alla nuova stagione, quando Ibn-Thimna affrettolli all’impresa; il quale perduta parte dello stato ch’aveva usurpato, spinto da timore, sete di vendetta ed inestinguibile ambizione, saputi i gloriosi fatti de’ Normanni, fors’anco le pratiche loro coi Cristiani di Sicilia, corse da Catania a chiamarli in aiuto contro i suoi nemici musulmani. Abboccatosi a Mileto [Comune in  provincia di Vibo Valentia, allora residenza del conte normanno, N.d.R.] con Ruggiero, e quindi a Reggio con lui e con Roberto che venne a posta, Ibn – Thimna lor profferiva il partaggio dell’isola. A che obiettando i Normanni non avere tante forze da combattere le possenti milizie musulmane della Sicilia, replicava essere quelle divise e discordi, avervi lui moltissimi partigiani, rimanergli soldati e castella ubbidienti: tantoché i Normanni acconsentivano, egli giurava la lega, e dava un figlio in ostaggio a Roberto […] Negli ultimi di febbraio del millesessantuno, a vespro, sbarcarono i Normanni in su la lingua del Faro, presso i laghi” (Michele Amari, op., cit., pp.45- 47).

La conquista della Sicilia impegnò i Normanni in una lunga e sanguinosa guerra, che si concluse con la resa della città di Noto al conte Ruggiero nel modo descritto nel testo che segue:

“Nel febbraio del mille novantuno, stando egli a Mileto, veniano oratori di Noto a profferire la sottomissione, la quale egli accettò, francando la città di tributo per due anni e rimandò co’ legati il figliulo Giordano, che occupasse il castello” (Michele Amari, op.cit., p.121).

Con l’atto sopra citato cessò definitivamente il dominio musulmano nella più grande isola del Mare Mediterraneo, conquistata dai Normanni che, accortamente, si erano impegnati con forza, coraggio e diplomazia.

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