Il Bruzio nel contesto della romanizzazione d’Italia

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio

francesco_vescio.jpgNel corso del II secolo a.C. e nei primi decenni del primo tutta la regione fu sotto il dominio di Roma; ma lo status giuridico degli abitanti era assolutamente differenziato: quelli di Reggio erano confederati, per il motivo che non avevano mai parteggiato per Annibale; i Bruzi, estremi oppositori ai Romani, erano considerati come schiavi ed addetti ai lavori più umili; gli italioti, eredi dei coloni ellenici, che avevano partecipato per il Cartaginese sebbene in condizione di quasi necessità, erano trattati come gli altri Italici, che erano stati alleati con il condottiero punico; i coloni, di diritto romano o latino, erano equiparati a quelli del resto d’Italia.Per avere un quadro complessivo della situazione bisogna tenere presente che la Sicilia, la Sardegna, la Corsica non facevano parte della Federazione Italica, ma erano delle province; la politica di Roma verso i popoli della Penisola si può ritenere ben sintetizzato nel brano seguente: “Ma se il processo di romanizzazione, benché iniziato più tardi che altrove, progredì rapidamente nel corso del II secolo in tutto il territorio della penisola a nord dell’Appennino, grazie alla vastità e al numero degli insediamenti coloniali, lo stesso non può dirsi per le regioni del centro e del mezzogiorno. Qui, dove intorno al nucleo centrale latino della Federazione italica si distendevano i territori dei popoli alleati di differenti linguaggi e civiltà – Etruschi, Umbri, Campani, Sanniti, Sabelli, Apuli, Lucani, Bruzi – e dove la presenza di coloni italici e romani era proporzionalmente assai meno elevata, si era ancora ben lungi, alla fine del II secolo, dalla formazione di una popolazione etnicamente e moralmente compatta. E ciò per due ragioni: in primo luogo, perché il senato di Roma si era proposto bensì l’unificazione politica di tutti quei territori attraverso i vincoli federali e instillando nei <<socii>> il sentimento del comune destino e della comunanza d’interessi fra essi e Roma, ma si era sempre disinteressato dell’unificazione nazionale dell’Italia, non ostacolando ed anzi incoraggiando, l’uso delle diverse parlate dei federali e lasciando a tutti piena libertà di coltivare le proprie costumanze tradizionali e la propria religione; secondariamente, poi, perché la politica romana… agì, nell’organizzazione del dominio di Roma sull’Italia, con consapevole durezza, innalzando fra cittadini e soci sempre nuove barriere, sollevando continuamente nuove ragioni di  insofferenza e di malcontento, creando insomma quello stato di cose che soltanto la guerra sociale doveva poi  infrangere. E pertanto, in tutto questo periodo, l’opera di romanizzazione rimase piuttosto affidata, oltre che alla coscienza politica unitaria, penetrata ormai in tutte le genti federate, alla prassi monetaria, agli strettissimi rapporti commerciali ed economici – nei quali è doveroso riconoscere che gli alleati vennero tenuti su di un piede di perfetta parità coi cittadini romani – e, ancora di più, all’opera di fusione e di affiatamento che si compiva quotidianamente nell’esercito e nella vita militare” (Giulio Giannelli – Santo Mazzarino, Trattato di Storia Romana – Volume Primo - L’Italia Antica e la Repubblica Romana, a cura di G.Giannelli, Tumminelli Editore, Roma, 1962, p.291).

Il Bruzio con le sue peculiarità produttive fu coinvolto nella politica economica dello Stato romano, come chiarisce in sintesi il testo seguente: “Verso la seconda metà del II secolo a.C., il capitalismo italico attuò nel Bruzio una notevole trasformazione dell’agricoltura. Anche se l’attività prevalente rimaneva la pastorizia, non di meno si diede inizio a cospicui impianti di oliveti e di vigneti nei terreni ritenuti idonei. Se la politica economica di Roma era rimasta sorda alle invocazioni dei granicoltori italici in rovina per la concorrenza del grano trasmarino, per l’olio ed il vino fu attuata, come s’è accennato, una politica protezionistica intesa a costituire un monopolio dei due prodotti da parte dei grandi proprietari. Appare evidente lo spietato egoismo della nobiltà senatoria, la quale vedeva la felicità del popolo romano nel basso prezzo del pane, ma difendeva strenuamente quelle derrate (vino ed olio) di cui i suoi rappresentanti erano i massimi produttori. Il Bruzio, per le sue condizioni ecologiche, non era adatto alla coltivazione dei cereali, ma il clima era molto favorevole per le colture della vite e dell’olivo ” (Giuseppe Brasacchio, Storia Economica della Calabria – Dalla Preistoria al II Secolo dopo Cristo - Volume Primo, Edizioni Effe Emme, Chiaravalle Centrale, 1977, p. 263).

In quello stesso periodo fu costruita l’importantissima via consolare Annia, detta anche Popilia, tramite la quale la regione fu collegata al sistema viario romano per i secoli successivi: “Il territorio in età romana era infatti strutturato su assi di percorrenza longitudinali, interno e costiero, con collegamenti trasversali che formavano una maglia stradale imperniata essenzialmente sulla via Annia. Questa era la principale strada che attraversava la regione dei Bruttii e, anche se in molti tratti riprendeva percorsi più antichi, fu progettata come grande arteria continua soltanto nel II secolo a.C. con il preciso scopo di mettere in comunicazione diretta Roma con i maggiori centri della Lucania e dei Bruttii e con la Sicilia” (Armando Taliano Grasso, Viabilità ed uso del territorio tra il fiume Savuto ed il fiume Amato in età romana, in “ Tra l’Amato e il Savuto, Tomo II – Studi sul Lametino antico e tardo-antico, a cura di Giovanna De Sensi Sestito, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1999,p.277). Il dominio romano nel Bruzio provocò mutamenti profondissimi non solo da punto di vista sociale e degli insediamenti antropici, ma pure da quello economico e, se si vuole, anche paesaggistico per l’importante ed articolato sistema viario realizzato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA