La baricentricità centrifuga di Lamezia

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida
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di Giovanni Iuffrida

Da qualche parte, nel grande circo – proprio circo – dell’informazione di Lamezia, si legge che l’illegalità si combatte con azioni concrete non con parole vuote, partendo dal presupposto che molte attività sono in crisi. Ma quante contraddizioni ci sono in queste parole?

Dire che ci sia la crisi, è come aver scoperto l’acqua calda; che a Lamezia ci sia crisi di intelligenza e ricchezza di contraddizioni (il porto turistico nell’area industriale, i resort di fianco al depuratore, ecc.), è altrettanto vero; e che Lamezia sia una città baricentrica, rispetto all’Universo, non è una scoperta recente. Ma come ha sottolineato qualche giorno fa un acuto sindacalista, Lamezia con la sua “baricentricità centripeta” si attira soltanto le cose negative della Calabria (baricentro di raccolta della spazzatura dalla terra e dal mare, baricentro delle industrie più inquinanti, ecc.); e, per altri versi, è affetta da una “baricentricità centrifuga” dei servizi di qualità (università, strutture amministrative circondariali, ecc.).

Una ragione ci sarà. Con molta probabilità, se si guarda alla storia della Calabria, la ragione vera sta nella bassa qualità tradizionale della rappresentanza della filiera istituzionale e del mondo delle associazioni. Città rappresentate da Ernesto Pucci, da Giacomo Mancini, da Francesco Principe – giusto per fare qualche nome – hanno ottenuto nel tempo non sottrazioni ma addizioni di servizi, per le capacità relazionali proprie, prescindendo dalla collocazione geografica dei loro riferimenti urbani, dei collegi elettorali e dalla qualità dei loro collaboratori.

Da comitati lametini, con orizzonti che non vanno al di là del quartiere che rappresentano, si sente dire, invece, che la responsabilità del mancato sviluppo di Lamezia non sia da attribuire al deficit di qualità organizzativa e funzionale del contesto urbano o alla presenza delle mafie che questi comitati intenderebbero combattere, ma al basso numero di finte costruzioni agricole autorizzate. Fortunatamente sono ancora in molti, però, a condividere l’idea che a Lamezia ci sia una generale approssimazione della conoscenza del territorio e del funzionamento e delle competenze delle istituzioni nonché un’atavica incapacità relazionale, anche perché in molti casi le varie rappresentanze locali (dell’associazionismo e non) non avendo capacità dialogiche per interagire produttivamente con contesti extracomunali ricorrono, per registrare adesioni di basso profilo, al facile populismo demagogico. A dimostrazione di questo, l’unica industria in crescita di Lamezia è quella che risulta dal registro delle autopromozioni a paladino dell’antimafia.

Nell’Albo speciale del professionismo dell’antimafia – nonostante la crisi attraversi tutte le forme di produzione e lavoro – converge di tutto, da imprenditori pulitissimi a vari rappresentanti di categoria, che a titolo personale o collegiale escludono a priori di aver “dialogato” con quei settori della città che secondo il già procuratore Vitello costituirebbero quell’ormai tristemente famoso 20% di mafiosità urbana, che sembra vivere in un ranch dai confini, però, invisibili. A questo proposito, ai cronisti – non solo ai sociologi – che si occupano di Lamezia non farebbe male, né a loro né alla verità, analizzare il fenomeno ancora in corso, per esempio, del confuso caleidoscopio dei “difensori” del Tribunale.

Ma andiamo con ordine: la crisi lametina legata alle attività imprenditoriali e commerciali di prossimità si colloca nel contesto di quella più generale che valica i confini comunali e che registrano una contrazione del volume di affari dal 20 al 40% e una riduzione dei consumi pari al 2,6%. Dai bollettini ufficiali del 2012, nella capitale (non a Lamezia ma a Roma, per intenderci), solo nei primi mesi dell’anno, la “natimortalità” è allarmante: il saldo negativo è pari a 863 attività commerciali. Di conseguenza la proposta della Cna Commercio è stata chiara: arginare l’emorragia prodotta, non solo dalla crisi in atto, ma anche dai grandi centri commerciali, la cui avanzata provocherebbe “la morte di tre negozi su dieci con ripercussioni negative anche sull’occupazione”.

Un patto sociale per le attività commerciali pretenderebbe, come conseguenza, la difesa di quelle di prossimità che imporrebbero una politica urbanistica diversa, proiettata verso l’agevolazione dell’accesso alla città, che – guarda caso – avrebbe preteso soluzioni mirate: per esempio, la realizzazione di nuovi parcheggi e di spazi di qualità urbana, per migliorare l’accoglienza dei “clienti” (in senso lato) della città; non solo per difendere le “botteghe”, ma la città stessa e la sua economia.

Per essere più espliciti, ciò avrebbe dovuto comportare, necessariamente, una più rispondente utilizzazione degli spazi liberi urbani, alle esigenze collettive, pubbliche, piuttosto che di qualche imprenditore aderente a partiti del privilegio, iscritto ad associazioni locali o alla Confindustria e probabilmente illecitamente favorito, come è emerso in diversi dibattiti tra esponenti politici di rilievo e non nei mercati coperti di periferia.

Invece che cosa va a sottolineare il nascente “comitatismo” demagogico di Lamezia? La necessità di espansione illimitata dell’edilizia illecita, all’interno della quale si sono annidati e si annidano processi in cui la mentalità mafiosa ha affondato la propria base di esistenza. E nel frattempo si dedica qualche minuto, a favore di telecamera, in difesa del Tribunale. Sono piccole contraddizioni di questa città (la quarta città della Calabria in termini di abitanti, ma l’ultima in termini di qualità urbana, se si escludono le infrastrutture “statali”).

Le grandi personalità, che la cronaca riporta come interpreti dei disagi della città,  dovrebbero spiegare come si possa coniugare la carenza di parcheggi, giustamente evidenziata da qualcuno, con le costruzioni che hanno favorito poche imprese a danno di altre e del commercio in generale, la cui devitalizzazione è legata proprio all’inaccessibilità della città?

Bisognerebbe avere il coraggio – avendone la capacità, senza facili e demagogiche generalizzazioni da campagna elettorale di periferia – di analizzare ogni singolo caso valutandolo nel contesto delle norme vigenti,  acquisendo così anche pieno titolo a difendere un presidio di legalità che dovrebbe essere il Tribunale; e cercando di capire se la prevalenza dell’interesse pubblico stia nei pochi nuovi edifici realizzati a discapito delle effettive necessità comuni o nella necessità (insoddisfatta) di adattamento della città alle esigenze della collettività e delle attività economiche, favorendo nel contempo l’accoglienza e la qualità complessiva con decoro urbano, strade e, innanzitutto, parcheggi, grazie ai quali la città di Catanzaro sta ancora sopravvivendo alla scelta “controproducente” di Germaneto.

Quanto costano ai cittadini le scelte sbagliate e la mancanza di un’idea complessiva funzionale alla qualità della città e del suo territorio, di cui si continuano a pagare le conseguenze contribuendo a far crescere esponenzialmente lo “spread urbanistico” di Lamezia rispetto, per esempio, ai consolidati “bond urbanistici” di Catanzaro?

 

Risposta ai commenti

Ringrazio tutti gli intervenuti che hanno onorato l’articolo con i loro giudizi di alto profilo tecnico-culturale. Una risposta a sé merita l’intervento di Fagà che parte da un presupposto che ho condiviso nel lontano 1983 con grande partecipazione, tanto da “inseguire” Leon Krier anche nella giornata che ha dedicato alla comune amata (Filadelfia); non solo perché ha sintetizzato musicalmente le stonature di Lamezia (nei materiali come nell’articolazione dei volumi), ma anche perché la forma della città da lui auspicata era per me un sogno. E questo è rimasto purtroppo un sogno anche per pochi altri che ne hanno condiviso i principi ispiratori, tranne che per i molti che hanno visto Lamezia come una terra di facile conquista edilizia o elettorale (è la stessa cosa), compromettendo qualsiasi ipotesi di sviluppo ordinato del territorio e rinunciando gravemente alla ricchezza (anche in senso economico) paesaggistica, che non andava congelata ma gestita in maniera dinamica su solidi principi di vera sostenibilità, per il “bene comune”. E su questo tema non voglio annoiare con le lunghe citazioni di norme “ad personam” o “ad criccam” che negli anni hanno fatto perdere il senso alla correttezza democratica e che invece intervengono giusto al momento del bisogno dei pochi eletti (non solo nel senso di “scelti tramite consultazione elettorale”).

Un altro valore hanno poi i rilievi sui “si” o sui “no”, su cui convergono responsabilità diverse, ma anche doveri, e ruoli specifici. Infatti, la programmazione e le scelte urbanistiche (lo ha già spiegato benissimo Vittorio Mazzei) attengono alla sfera politica, mentre la gestione alla sfera dirigenziale. A cascata ci sono responsabilità – come la mia – di attuazione delle scelte politico-amministrative e che attengono i livelli burocratici inferiori, con compiti di mera verifica delle procedure e di rispondenza alle norme, senza funzioni decisionali. Diverso è, invece, il tempo del “vuoto” che può portare, verso un silenzioso dovere civico, sui sentieri delle “ideologie” di Leon Krier. Un abbraccio a tutti coloro che hanno dedicato del tempo a questo dibattito, che mi auguro possa continuare sul piano della “cultura della città” con i prossimi articoli.

Giovanni Iuffrida

 

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