Banche islamiche e crisi finanziaria mondiale

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà

pino_gulla.jpgNon sapevamo nulla delle banche islamiche. La lettura di un articolo sulle regole di trasparenza e di rispetto dei principi etici che la finanza musulmana deve osservare ha in qualche modo stimolato la nostra curiosità su questo mondo a noi finora sconosciuto. Quello che  scriveremo potrebbe presentare qualche inesattezza, ma in ogni caso offrirebbe l’opportunità  di allargare degli orizzonti, a volte chiusi da certo etnocentrismo causa di tanti errori. E poi quanto successo, recentemente e in passato, in Italia e nel mondo (Argentina, Usa, Giappone…) moltiplica il bisogno di conoscere altro per trovare soluzioni nel garantire correttamente le operazioni bancarie. Dicevamo della nostra ignoranza. Eppure basta andare su Wikipedia per scoprire che le banche musulmane naturalmente si rifanno ad alcune interpretazioni del Corano per le quali vale il divieto di interesse, il riba, considerato usura; tali istituti di credito  finanziano investimenti produttivi leciti, non rischiosi, né, tantomeno, speculativi. Sono previsti mutui ipotecari per comprare la prima casa e contratti “per finanziare le imprese nell’acquisto di materie prime”. Il tutto nel rispetto della legge islamica (la Sharia). Questi appena scritti sono soltanto alcuni cenni. Per saperne di più, internet è un pozzo inesauribile. Abbiamo scovato alcuni articoli  de il Sole 24 ORE. I titoli: “E boom di  bond e fondi islamici”, del 2007. Il pilota inglese David Richards, tramite consorzio, acquistò con liquidità musulmana l’Aston Martin, prestigiosa casa automobilistica. Ancora: “Crisi, le banche islamiche protette dalla Sharia”, del 2008. L’incipit del pezzo: “Se la crisi finanziaria globale ha messo in ginocchio le grandi banche occidentali ( … ), le banche islamiche ( … ) stanno conoscendo un inaspettato boom”. Nel 2009: “Le banche islamiche non conoscono crisi”. La notizia: “Aumentano in Europa  le banche rispettose dei principi coranici”. Sono stati scelti gli articoli di quegli anni perché allora esplose negli USA la crisi del subprime (prestiti ad alto rischio) che diventò crollo finanziario globale con conseguenze tuttora problematiche. Nonostante la tempesta monetaria mondiale, le banche islamiche rimasero indenni e in salute. Sono i dati positivi per le casseforti musulmane. E scusate se è poco. In ogni caso stare con i piedi per terra non guasta. Infatti Michaela Cappellini, la giornalista dell’articolo del 2007, ci dice che non sono sempre rose e fiori tanto è vero che se la normativa: “impedisce di riscuotere interessi, non significa non trovare altre formule  attraverso cui percepire l’equivalente di un profitto ”. E però non esiste la speculazione finanziaria denaro su denaro. Darshan Bijur, esperto di finanza islamica, ci informa che “i Paesi emergenti  attingono alla ricca fonte di liquidità Shariacompatibile  attraverso la formula dei Sukuk”, ovvero le obbligazioni finalizzate ad un progetto determinato”. Nello stesso articolo del 2007 leggiamo che “Emirati Arabi e Bahrein dispongono ( … )  di 50 miliardi di dollari” (….) e  dal Medio Oriente “proviene l’80% di tutta la raccolta da investire”.

E adesso un po’ di storia. Mariella Trucchi ha scritto su Mondo Bancario: “Nel 1979 il Pakistan fu il primo Stato a islamizzare tutto il sistema bancario del Paese; nel 1983 seguì l’Iran ed infine nel 1992 il Sudan. Oggi (la pubblicazione è dell’aprile 2010) si stima che l’industria dei servizi finanziari, presente in oltre 65 Paesi, tra i quali [quelli] appartenenti alla Lega Araba, gestisca fondi per oltre un trilione di dollari… ”. Dopo l’attentato alle Twin Towers, molti mediorientali hanno trasferito i propri risparmi in dollari in banche islamiche. Nel 2012 si contavano quasi “350 banche totalmente islamiche o dotate d uno sportello islamico”. Continui aggiornamenti, come risulta da Il bilancio della banca islamica (2013) di Paolo Pietro Biancone, prof. di Economia aziendale presso l’Università di Torino: Iraq, Mauritius, Arabia Saudita, Malesia, Oman, Qatar, Australia, Russia…

Interessante per quanto attiene all’Italia, il lavoro di Alessandro Morselli, docente di Scienze Economiche: Le banche islamiche in Italia, fattore d’integrazione tra popoli. Fin dalle prime pagine lo studioso evidenzia “la ricerca d’integrazione tra le banche islamiche e quelle convenzionali [come] un tentativo d’incontro tra benessere sociale diffuso, tipico delle società moderne e i  principi di solidarietà e cooperazione che, nella visione islamica, dovrebbero contrassegnare ogni attività economica”. Si citano esempi concreti: la Cassa di risparmio di Fabriano e Cupramontana che “nel luglio del 2004 ha inaugurato il primo deposito rivolto alla comunità islamica, senza interessi, ( … ) sull’esempio della Bank of Islam di Londra. Ma ancora i clienti sono troppo pochi. Vengono riportati i dati della Banca d’Italia (2005): “Un terzo degli intervistati non accetterebbe un prestito con interesse ( … ) e il 45% desidererebbe una banca specializzata per Musulmani”. Bisogna aumentare gli sforzi ai fini dell’integrazione. Ci vorrebbe per alcune  delle nostre banche un’integrazione speciale: quella dei principi etici e sociali. Abbiamo tutto da imparare in tal senso.

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