L'anello di San Martino di Canale: Gioacchino e l'ineffabile mistero della vita

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco-bevilacqua-foto-blog-nuova.jpg“L’abbraccio di un amante”, “un serpente che s’avvinghia alla vittima”: sostiamo estasiati dinanzi al sottile faggio che avvolge a spirale un pino laricio, su Serra Crista. Pensieri antropomorfi: come umani attribuiamo alla natura comportamenti che sono tipici della nostra specie o del mondo come noi lo percepiamo. Ci viene spontaneo vedere la natura (o il cosmo o la materia), attraverso la nostra cultura. Anche per questo, quando diciamo “Dio”, lo immaginiamo come persona: ci viene difficile pensare a Dio come pura energia, senza un corpo, oppure a un Dio “tutto” o immanente. Ma la natura e Dio non ci somigliano, se non grazie alle proiezioni che la nostra psiche fa su di loro. Quell’albero non è né un abbraccio né un serpente. La natura non è né bella né brutta, né buona né cattiva, né amorevole né spietata. La natura semplicemente è! E non ha necessità di chiedersi “perché?”, come invece facciamo noi uomini. Ciascun essere ha un compito, assegnatogli in origine da chi non potremo mai conoscere. Dicono i biologi che quel compito è perpetuare la vita, adattandosi alle condizioni dell’ambiente.

Dicono i teologi che il fine è accordarsi all’ordine imperscrutabile del Cosmo. Tutto ruota attorno a questi due capisaldi. Benché gli uni – i biologi – non credano agli altri – i teologi -. E i secondi, per lungo tempo, non hanno creduto ai primi. Forse quel faggio cercava solo di crescere, realizzare se stesso. E ha trovato comodo risalire lungo e tutt’attorno al pino, piuttosto che elevarsi in solitudine, dritto e solo, verso la luce. O forse quello svolgersi in spire concentriche altro non è che il suo personale modo per connettere la Terra al Cielo. Giungiamo trasognati e stanchi dinanzi a quella visione. Dopo più di quattro ore di cammino e quasi mille metri di ascesa. Siamo partiti dalla grangia di S. Martino di Canale a Pietrafitta, che fu l’ultima dimora del monaco, asceta, teologo Gioacchino da Fiore (1135/1202). Con l’intento di fare un lungo anello, salendo sino a Timpone Tenna e a Timpone Bruno, sull’orlo occidentale della Sila Grande, e poi scendere a Serra Crista, tuffarci nella valle del T. Craticello, risalire sino alla Cona di Sella, riscendere a S. Martino. Abbiamo arrancato a lungo per un’antica strada a tratti ancora lastricata. Lo stesso Gioacchino, da giovane, avrà attraversato quelle montagne chissà quante volte. Avrà sostato, stanco e ansimante, sulla glabra altura dell’anticima della Tenna, ad abbracciare con un solo colpo d’occhio la valle del Crati, quella del Savuto, la Catena Costiera, il Gruppo del Reventino Mancuso, i Monti dell’Orsomarso, e ad est la sua amata Sila. Era uno che credeva nell’ordine imperscrutabile del Cosmo, Gioacchino. E che avrebbe voluto che a quell’ordine l’umanità si accordasse qui, sulla Terra, non in una vita oltre la morte. Era uno che amava la povertà evangelica (e S. Martino di Canale ne è testimonianza). E per queste ragioni, a lungo fu bollato come eretico. Benché il suo pensiero sia volato come un vento tenero e fragrante per il mondo. Ed abbia ispirato la più grande rivoluzione dello spirito che si sia vista in Occidente: quella di S. Francesco d’Assisi.

Come monaci erranti abbiamo compiuto il nostro percorso fin qui. Ci resta il tratto più complesso per l’orientamento. Nella valle del Craticello un altro faggio questa volta si “adagia” nel grembo di un pino. Uno dei nostri chiede se non sia opera dell’uomo. E dinanzi al mio diniego insiste, quasi che solo l’uomo possa aver prodotto un tale miracolo. No, è la natura, la materia, ispirata da qualcuno - o da se stessa - che ha prodotto tutto questo. E non v’è arte dell’uomo che possa eguagliare quanto fa la natura. Non v’è tecnica, non v’è scienza che riesca ad raggiungere tanta armonia. Per questo la penso come Gioacchino. Per questo, come il faggio-serpente di stamane, realizzo me stesso senza chiedermi perché. Per questo credo che il mondo non sia un oggetto, o una res extensa, come pensava Cartesio. Per questo credo in un mistero ineffabile che avvolge il nostro cammino.

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