Le fate del Reventino e la verità delle cose

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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 Le montagne senza picchi inaccessibili, senza ghiacci eterni, senza altezze siderali, senza abissi … sono pur sempre montagne o no? Certo, l’uomo non può compiervi le sue imprese spavalde, non può inanellarvi record atletici, non può farne trastulli per milioni di cittadini frustrati. Ma montagne sono! Dove popoli umili, legati ai culti, alle tradizioni, hanno vissuto isolati per secoli (Fernand Braudel). Dove la natura è puro incanto. Queste montagne non si sono piegate all’omologazione culturale, alla monocultura del turismo di massa (Maurice Aymard). Queste montagne sono state punite con lo spopolamento e un complesso di inferiorità (Carlo Levi). È qui, fra queste montagne dimesse, abbandonate, maltrattate che amo vagare. Non sono affascinato dall’estetica del loro paesaggio ma dall’etica. Esse, a differenza di quelle più blasonate, non sono palestre per rassicurare i deliri egoici di tanti omini forti e sapienti: sono, invece, “l’incantesimo degli uomini sempre vivi […] ma a due condizioni: che su ogni culla che dondola e su ogni bara si ripieghi, in sorriso o in pianto, il volto di tutti, il cuore di tutti; e che ci sia un cuore di poeta che sappia ricreare una favola” (Felice Mastroianni).

E una favola cerchiamo oggi sul Monte Reventino. La favola delle fate – le creature custodi dei luoghi succedute alle ninfe – che fuggono via dinanzi all’insolenza dell’uomo. C’è silenzio fra noi, benché si sia in tanti: si entra in punta di piedi nei templi di Mnemosine, la dea della memoria. E le fate ci accolgono, con l’effetto a loro più congeniale (Esiodo): la nebbia. E una pioggia sottile, lustrale, purificatoria. La “trempa pinnuta, luntana e scavunata” (Vittorio Butera) di Pietra del Corvo è una cratofania litica, un luogo di potere, derivante dall’eternità della roccia, che trascende la precarietà umana (Mircea Eliade); un iconema, un segno distintivo dei luoghi, punto di riferimento per i viandanti (Eugenio Turri). Il bosco distrutto e ricreato, i castagni, i cerri, gli ontani, i pini, i faggi proteggono il nostro cammino. La Grotta delle Fate, finalmente ritrovata, piccola, umile anch’essa, come un eremo delizioso, un centro del mondo dove raccogliersi in meditazione e preghiera. E la grande casa diruta, di fronte al paese, segno dell’antico valore dei luoghi: Quando uomini e luoghi avevano ancora una dignità e non solo un prezzo. In montagna non serve inanellare imprese per magnificare la gloria dell’uomo. In queste montagne si cerca la pura verità delle cose.

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