Canolo, grotta di Zagaria, gole del Pachina e del Novito. Il racconto commosso delle nostre vite

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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 Un pezzo d’Aspromonte che, in 39 anni di erranze, non ho mai scavato a fondo. Il medium di questa nuova archeologia del cammino, si chiama Natale. E’ lui l’anima dei luoghi. E’ lui l’archeologo, il narratore, l’aedo. Nella psiche ho un mischio di stupore, gratitudine, commozione, vertigine. Non molto diverso da quello che provò Von Humboldt nel suo viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Mondo. Ma, nel mio caso, con qualcosa in più: qui, in questo piccolo, sconosciuto angolo di mondo, io mi riconosco nei muri sberciati, nella sedia di paglia che svela l’intimità dell’abbandono, oltre il muro crollato di una casa di Canolo Vecchio. Ad ogni passo Natale narra anche la mia vita. Di quei torrenti scroscianti laggiù, delle pareti vertiginose delle gole, del nero incombere delle nubi in cielo, del vento impetuoso che scavalca le montagne, del sentore degli stazzi dei pastori … io sono fatto. Ciò che vedo, per la prima volta con gli occhi, è già dentro di me. Sin da prima che divenissi embrione nell’utero di mia madre. Sin da prima che le Moire filassero il mio destino. Questo è un viaggio più arduo di quello di Von Humboldt. Perché cerco quel che è celato nel fondo della mia anima. Percorriamo l’antica mulattiera che dalle case lillipuziane del paese serpeggia fra i campi e le gole. L’altopiano mostra le Torri di Canolo, oltre le gole del Pàchina. Uno stretto camminamento ci appende alla parete portentosa che precipita verso il torrente. Natale cerca una labile traccia fra le euforbie, i lecci, le ginestre spinose. Ci attende la grotta, l’utero cui tornare, per rinascere.

Zagaria la chiamano i pastori. Saliamo un colatoio, vischioso di umori della roccia, per accedere alla cavità uterina più profonda. Le pareti levigate nei millenni, lo stillicidio d’acque delle stalattiti, i colori della roccia, le sculture, i disegni, gli arabeschi, rischiarati dalle torce frontali, sono sembianze di volti, corpi, membra. Avvolto nel vapore che esala dal mio corpo compio un rito lustrale, purificatorio. Rivedo tutta la mia vita. E tutte le altre che ho già vissuto: quando fui qui primitivo a scheggiare le pietre; quando fui eremita penitente ed orante; quando fui pastore in attesa che fuori si dissolvesse la tempesta. Poi si rompono le acque, si ripete il travaglio. Finché l’utero mi riconsegna alla vita. Ricomincia il cammino. Rapidi valichiamo lo spartiacque per affacciarci sui furiosi meandri del Novito e del Vallone del Diavolo, sugli altipiani e le montagne, sulla panoplia di rupi dalle forme bizzarre che costellano come sculture immaginifiche ogni piega di quest’area. Di nuovo su. Un freddo vento da ovest spazza il piano di Canolo Nuovo. La nebbia aleggia spettrale fra le case allineate. L’odore delle pane che cuoce in un forno risveglia tenerezza, grazia. Dentro, mi mostrano il miracolo dell’impasto che si gonfia e diviene cibo. Ora, Natale, io, gli altri, sediamo tutti attorno al focolare, con il pane fumante nelle mani, intriso d’olio appena versato. Portiamo alla bocca la medicina, il lenimento. Come medicina e lenimento è la semplice, gratuita amicizia che ci stringe insieme e lascia fluire, con fede, il racconto commosso delle nostre vite.

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