Nardodipace, Ragonà, patrie perdute e ritrovate

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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Ho simpatia per i perdenti, i falliti, i miti, gli umili, gli ultimi, quelli che non hanno potere. Un po’ come ha spiegato qualche sera fa Domenico Dara, in occasione della presentazione del suo nuovo romanzo “Malinverno”, Feltrinelli. Dara parlava dei personaggi dei suoi libri. Io mi riferisco alle persone che incontro. Diffido sempre dei vincenti, di chi ha successo, degli spietati, dei boriosi, dei primi, di coloro che detengono potere. Sabato ho fatto un’immersione fra gente del primo tipo. Durante “L’anello delle meraviglie”, organizzato da Domenico Demasi e amici, fra Fabrizia e Nardodipace, remoti paesi delle Serre di Calabria. E una “meraviglia” è stata per davvero! Fabrizia e Nardodipace hanno in comune un grande luogo, la valle della Fiumara Allaro. Il fiume è un serpente di tanti colori: il bianco dei suoi sassi; il verde smeraldo delle acque; l’arancione dei tetti delle case; il verde argento delle foreste; il bianco abbacinante delle frane; il grigio delle pareti di roccia; l’ombra delle gole. L’Allaro ha offerto a migliaia di uomini e donne, nei secoli, l’opportunità di vivere: poveri e felici, anzi diversamente felici; privi di tutto, pieni di dignità. L’incantesimo si ruppe con l’avvento dell’economia di mercato, con la fine del sistema millenario basato sullo scambio e sul dono, come direbbe Marcel Mauss. Nonostante questa gente fosse tutta sottomessa ai padroni, che avevano fatto incetta di terre, grazie a governi compiacenti. La distruzione di questa civiltà avvenne, infine, fra il 1951 ed il 1973, quando, aperte le cataratte del cielo, vennero giù le alluvioni. E lo Stato non seppe aiutare la gente a ricostruire Nardodipace e Ragonà sugli stessi costoni dove erano stati per secoli. Il paesaggio che percorriamo racconta: Terra Rossa, Lenza, Pertusi, Fornaci, Cerasara, Griami, Tiglia... Il paesaggio è una cosa “seria”, profonda. Per questo, durante le mie erranze, amo vestirmi di nero, il colore del cordoglio. Il cordoglio non è solo sofferenza, come comunemente si crede. È soprattutto elaborazione della sofferenza. E non si affronta il dolore con leggerezza, se vuoi riporlo dentro di te senza che ti schianti. Il pensiero va agli ultimi di Ragonà e Nardodipace: a coloro che sono rimasti, a chi torna, a chi è partito. Penso ai “pastori socialmente utili” (PSU, li ho chiamati), che continuano a portare le greggi per sentieri che senza di loro sarebbero scomparsi. Penso ai contadini che ancora accudiscono orti minuscoli sulle ripide pendici, fra un cesello di “rasule” (i terrazzamenti) ed “armacere” (i muretti a secco). Penso alle giovani mamme ed ai figli che crescono in questi silenzi. Penso agli anziani, soli come eremiti. Penso agli emigranti che tornano, anno dopo anno, a quelli che non possono più tornare. Penso a Sharo Gambino, che qui ambientò il suo “Sole nero a Malifà”, Rubbettino. Nella piazzetta di Ragonà seggo accanto ad una vecchina vestita di nero come me: anche lei non smette mai di elaborare il cordoglio. Vive nel villaggio tutto l’anno. Racconta di quando, ogni sabato, saliva a Fabrizia a piedi a portare il raccolto al padrone. Poi si congeda indirizzandoci dolci parole beneauguranti. A Nardodipace entro, commosso, nelle case abbandonate. Restano ancora i segni della vita e della fuga. Un pipistrello rotea vorticosamente nella stanza da letto. Sino a che non trova il vuoto della finestra. Sul muro un vecchio giaccone appeso. In terra, fra il guano e la polvere, una scarpa spaiata e due buste da lettera posta aerea, per scrivere “alla Merica”. Sul letto, una cravatta bisunta e il ricordo di una donna defunta. È difficile accomiatarsi da questo luogo. Grazie Domenico, che mi hai fatto tornare. Vorrei che tutto fosse custodito gelosamente, che tutto fosse conservato. Vorrei che gli anziani vivessero per sempre, come genî custodi dei luoghi. Ragonà e Nardodipace ti restano dentro, ovunque tu vada. Sono patrie perdute, luoghi dell’anima.

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