Sui beni comuni: dal Medioevo al Terzo Millennio. Muhammad Yunus: "Vaccino anti-Covid19 sia bene comune universale"

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà

pino_gulla_36604_1ab0c_3f558_1f0e4_4b688-1_a5e57-1_d8888_28843_4c5f8_3403b_9715d_570fd_37a2e_720ae_61e4b.jpgAvevo tralasciato, durante la stesura del precedente articolo, la citazione di alcuni passi di Utopia di Tommaso Moro che si trovano in Beni Comuni di Ugo Mattei, edito nel 2011 da Laterza. Era stata eliminata per evitare che l’articolo, già lungo, diventasse interminabile e stancante, a discapito della lettura. Ma Thomas More, Santo Patrono di statisti e politici, merita di essere ancora citato perché era avanti secoli fa. Ecco il commento dell’autore: “Tommaso Moro, scrivendo la sua Utopia nel 1516, lascia pagine indimenticabili di accuse alle recinzioni operate a danno dei contadini a scopo di pascolo intensivo delle pecore necessarie per le nascenti manifatture tessili”. E qualche stralcio della citazione: “I nobili e signori e perfino gli abati cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione e così diroccano case e abbattono borghi; infine, come se non bastasse, (…) codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c’è di coltivato sulla terra (…) i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l’aculeo di ingiuste vessazioni sono costretti a venderlo” (pp. 35-36). Oggi nella sostanza avviene la stessa cosa con alleati Stato e multinazionali che si appropriano dei beni comuni: “Che si tratti del disboscamento dell’Amazzonia o dell’edificazione di grandi dighe (…) o di liberare spazio (…) il nemico dei beni comuni è sempre la micidiale tenaglia dello Stato e della corporation [società per azioni, multinazionale]” (p. 19).

 Le recinzioni intorno al XIV secolo rappresentano l’avvio, l’origine storica della graduale scomparsa dei commons a vantaggio della proprietà privata. Non solo questo, ci fu ben altro: “L’accumulazione originaria su cui si fonda il capitalismo non può ridursi alla recinzione dei beni comuni, né al saccheggio [perpetrato dal colonialismo europeo] alla conquista dell’Africa e delle Americhe (…) L’accumulazione individualizzata dei beni comuni è prima di tutto un processo ideologico di costruzione (…) di un immaginario individualizzato capace di conquistare sempre nuovi spazi” (Introduzione, pp. XVI- XVII).  A pagina 33 la ricostruzione storica di Ugo Mattei si sofferma su un documento importante: “La Magna Charta del 1215, considerato dagli studiosi il primo documento costituzionale dell’Occidente, riflette [la tensione dovuta ai tributi fiscali]. Tutti sanno che essa garantì rappresentanza politica alla nobiltà (…) mentre quasi nessuno sa che fu accompagnata da un documento, noto come Charter of the forest (…) che garantiva al popolo l’accesso libero alle foreste e all’uso dei beni comuni in esse contenuti (legname, frutta, selvaggina, acqua)” p. 33). Questo fondamentale documento sui beni comuni a livello costituzionale-giuridico [accompagnava la Magna Charta] è stato messo nel dimenticatoio. Prima delle enclosures esistevano tre modelli proprietari: il sovrano considerato “proprietario eminente”; i signori, grandi proprietari terrieri; i commoners [il popolo] che avevano i beni comuni.  In seguito le enclosures diventano rilevanti: “In Inghilterra (…) fenomeni massicci [di enclosures] avvengono nel corso del XV secolo, ma è nel XVI, XVII e XVIII che la tenaglia ai danni del comune si chiude interamente”. Dopo le recinzioni rimasero Stato e proprietà privata. L’etimologia della parola privata conferma la scomparsa dei beni comuni: “Le recinzioni costituiscono l’archetipo delle privatizzazioni, ossia del privare i commoners dei loro beni comuni. Anche etimologicamente proprietà privata significa proprietà tolta, sottratta, non più disponibile per chi un tempo ne poteva godere” (p. 35).

Le recinzioni furono importanti ma non furono le sole a far decollare la Rivoluzione industriale; nemmeno la conquista e il saccheggio dell’Africa e delle Americhe. A completamento di tutto ciò è un nuovo pensiero giuridico, politico, economico; una nuova ideologia: “Un poderoso apparato ideologico si mise in moto per legittimare questa organizzazione  violenta (…) che portò al progressivo abbandono di ogni traccia di pensiero olistico [L’insieme, il tutto, il concetto di sistema che non corrisponde alla somma delle parti, ma alla partecipazione di queste all’insieme] e qualitativo (considerato da Galileo in avanti medievale e prescientifico) a favore di una visione  quantitativa e riduzionista [un sistema non è altro che la somma delle parti], ossessionata dalla misurazione oggettiva. La logica del positivismo scientifico cartesiano si impadronì delle nascenti discipline accademiche (…) le cosiddette scienze sociali cominciarono ad emanciparsi dal diritto e dalla filosofia, divenendo discipline, autonome (…) Prima fra tutte l’economia, vera e propria scienza dello sfruttamento delle risorse naturali, (…) non ha saputo svilupparsi oltre il paradigma riduzionista, né adattarsi al nuovo paradigma ecologico prodotto dalla visione della terra come entità viva (Gaia) che rifiuta nettamente  (…) tanto la distinzione tra fatto e valore quanto quella tra  soggetto e oggetto” (p. 39). Mi sono venute in mente le lezioni della Scuola di Alta Formazione Francesco Fiorentino di Lamezia Terme.  Ricordo, tra le altre, il seminario del 2012 Economia e Decrescita, relatori i professori Giuseppe Gembillo, Giuseppe Giordano, Maria Laura Giacobello. Poi due saggi di Gembillo e Giordano; rispettivamente La complessità e le sue logiche, La scienza complessa come via per il pensiero eco-etico. Inaugurarono, nel gennaio del 2006, l’uscita del primo numero della rivista semestrale Complessità, assieme ai saggi di Edgar Morin, Emilio Roger Ciurana, Gereon Wolters. Ho chiesto aiuto a Wikipedia per aggiornare il curriculum di Ugo Mattei rispetto al retro della copertina del libro edito anni or sono: incarichi accademici in Italia e all’estero; attualmente professore ordinario di Diritto all’Università di Torino; l’ultimo in ordine di tempo il premio internazionale “Elinor Ostrom” per il governo collettivo dei beni comuni. E’ un prestigioso riconoscimento internazionale per chi ha svolto studi concernenti le tematiche trattate da Elinor Ostrom, accademica statunitense, prima donna ad aver ricevuto il Nobel per l’economia in virtù della governance dei beni comuni (E. Ostrom Governare i beni collettivi, Marsilio 2006). Tra le motivazioni del premio al professore Ugo Mattei: “L’originale approccio interdisciplinare allo studio dei beni comuni”.

 Nel capitolo quinto Ugo Mattei parla del vittorioso referendum sull’acqua del giugno 2011 (con cui si abrogavano le leggi che sostenevano una sua privatizzazione) e della Commissione Rodotà del 14 giugno 2007 che si occupò della modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici. A tal riguardo ho trovato su Google un documento del Ministero di Giustizia come riscontro per i lettori: “E’ prevista una nuova fondamentale categoria, quella dei beni comuni, che non rientrano stricto sensu nella specie dei beni pubblici perché sono a titolarità diffusa”.  Non solo le risorse naturali sono comuni: “Vi rientrano altresì i beni archeologici, culturali, ambientali”. Così i beni comuni dopo secoli riemergono in una Commissione del Parlamento italiano. Nel VI capitolo Mattei approfondisce quanto anticipato nell’introduzione: considerare con molta cautela Internet nuovo common globale. Ma quale bene comune globale: “Sono oggi gli Stati Uniti d’America (…) ad avere saldamente in pugno il controllo della Rete (…) il suo sviluppo era stato condotto presso infrastrutture di ricerca finanziate con fondi federali. (…) I tentativi di governare internet a mezzo di qualche organizzazione istituzionale globale (Internet Society) sono stati così ben presto rintuzzati. (…) Oggi il centro decisionale della Rete (…) è un’altra corporation, nominalmente no profit: ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers).  (…) Tutti i governi del mondo (tranne quello statunitense suo dante causa) non hanno che un ruolo di consulenza nelle decisioni del Consiglio di amministrazione di ICANN”.  Per quanto concerne la Russia e la Cina ho letto su alcuni giornali di controlli e censure su Internet, ma i riscontri sono difficili.    

Nonostante il liberismo sfrenato, stanno conquistando spazio movimenti ecologistici, e non solo, legati tra loro in rete per il bene di Gaia (La Terra Vivente). Fra tutti ricordo Greta Thunberg e Fridays for future. Almeno in questo ambito la rete può essere strumento importante per il bene comune del nostro Pianeta.  Riguardo alla politica in senso lato si può pensare a Occupy Wall Street, al popolo viola e alle Sardine in Italia. A finire, le ultime pagine del libro: “la critica al riduzionismo positivistico di matrice galileiana, newtoniana e cartesiana, si [è] imposta anche in fisica teorica, [provocando] un’autentica rivoluzione epistemologica”. Sono stati i temi trattati nel seminario Cosa significa scientifico oggi? del 2010 nella Scuola estiva Francesco Fiorentino, relatori Giuseppe Gembillo, Giuseppe Giordano, Annamaria Anselmo. Ho letto sulle pagine dei quotidiani nazionali l’appello di Muhammad Yunus, Nobel per la pace 2006: “Vaccino anti-Covid 19 sia bene comune universale”. Hanno firmato in 101; Tra questi: Michail Gorbaciov, Lech Walesa, Romano Prodi, Nicola Zingaretti, Bono, George Clooney. Il vaccino non dovrà essere affidato al mercato, bisogna escluderlo dal brevetto di proprietà. Completa gratuità; no alla logica del privato e del mercato. “IL VACCINO ANTI-COVID 19 SIA BENE COMUNE UNIVERSALE!”. Nonostante l’homo oeconomicus, i movimenti e la ricerca accademica rivelano un cambiamento e nuove sensibilità in atto, di buone pratiche e di nuovi modelli di riferimento; si spera che vengano supportati costantemente dalla democrazia partecipativa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA