Un francese a Lamezia

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida

Iuffrida_matita-OK_0e788_db425_50701_ad838_a3ec4_50f5e_39a7a_13eda_4fdc6.jpgIn questo strano 2020, al varco del ponte di sant’Antonio di Lamezia, viene fermato un elegante calesse, tirato a lucido. Accompagnato dalla moglie Edith de Castillon e dalla nipote, “a cassetta” è un tale che dice, burocraticamente, di chiamarsi Lenormant François nato nel 1837. Alza subito il tono della voce, indispettito perché costretto a compilare l’autocertificazione prevista per l’attuale crisi sanitaria. Sotto dettatura è un’umiliazione; per giunta, i “gendarmi” – come preferisce chiamare, alla francese, i militari al posto di blocco – iniziano ad accusarlo di dichiarazioni mendaci. Le sue asserzioni vengono subito rubricate come una lunga lista di menzogne, compreso l’anno di morte (1883); paradossalmente la giustificazione addotta per il suo arrivo in città è, guarda caso, quella di mettere in evidenza le bugie che circolano a Nicastro, come una vera e propria malattia virale. La reazione immediata è la minaccia di arresto perché sembra tutto una messa in scena; e, in questo periodo pandemico, non si può scherzare. Peraltro “i gendarmi” non riescono a spiegarsi come abbia potuto, dalla Francia, giungere a Lamezia con i tanti cordoni sanitari attivati: nazionali, regionali e locali. Forse perché anche François Lenormant è un invisibile come il nemico che sta ammorbando il mondo. O, forse, si sta verificando uno sdoppiamento del tempo.

In questo clima surreale, monsieur François Lenormant insiste col dire che si trova a Nicastro – “ma quale Lametia, non è mai esistita!” – e, con il suo “calesse del tempo”, il 2020 è il 1882. Il suo obiettivo nascosto, in verità, è anche quello di visitare corso Numistrano, appena ultimato e, pare, ben curato dall’architetto, ovviamente “forestiero”, Ciro Candela. E continua: “Ammesso che abbiate ragione voi signori gendarmi, e cioè che sia il 2020, se mi sanzionate non otterrete nulla; non si è mai visto che un morto paghi. Tempo perso, il vostro. Forse avete la buona intenzione di allungarmi la vita, ma non posso vivere 183 anni per il vostro comodo di fare cassa, con ben 137 anni di interessi! Men ne sono andato giusto un anno prima per evitare il colera del 1884 e ora mi volete coinvolgere in questa storia di virus che non capisco.”

Aggiunge che non è sua intenzione prendere in giro qualcuno, ma di fare un gran giro, un Grand Tour; poi rinfaccia ai gendarmi di essere avvezzi, anche loro, alle falsità: “Dopo avermi sputato addosso i vostri dubbi e le vostre affermazioni difettose di verità, ho capito che è inutile perdere un’intera vita alla ricerca della conoscenza, superando di volta in volta i miei stessi errori, spesso dovuti alla fretta di dare il più possibile nei miei brevissimi quarantasei anni di vita. Da archeologo vi confesso che voglio avere giusto il tempo di visitare la vostra città e mettere in ordine i miei appunti. Intanto, però, datemi la soddisfazione di dire qualcosa sulle vostre bugie, che non sono perdonabili, al contrario degli errori dovuti alla fretta di comunicare o stampare. Forse tornerà utile, anche a me, il vostro virus che sta insegnando l’importanza della lentezza. Andate anche voi in calesse”.

“Voi tutti – continua con la voce alterata François Lenormant – siete abituati a presentarvi falsamente, con quattro quarti di nobiltà, come giganti, grandi; ma per il vostro equilibrio vi consiglio di iniziare a sgombrare il terreno di una folta vegetazione di favole. La Grande Grèce (e se volete, chiamatela pure Magna Graecia), la Grande Lamezia (che scimmiotterà la Grande Reggio del 1927) sono dimensioni che appartengono a chi vi ha colonizzato. Voi avete vissuto di riflesso, della grandezza degli altri. Di grande, se volete saperlo, c’è solo il Grand Tour, lungo, estenuante, in questa Calabria di dirupi e senza strade; e noi, turisti d’Oltralpe abbiamo cercato di rappresentarvi pure bene per invogliare i turisti del Duemilaventi a godere delle bellezze che non avete realizzato voi, ma la natura, poi i greci, i romani, i normanni, gli svevi e, se volete, gli spagnoli e i loro baroni”.

Con una lunga sequela di citazioni storiche dice, poi, che i nicastresi si sono appropriati indebitamente di memorie di altre città. “Pure ladri di memoria. Per fare un esempio – continua François Lenormant – sarebbe necessario, per una pura questione di dignità, cancellare il nome di Corso Numistrano, perché Numistro era un’antica città del nord della Lucania (nei pressi di Muro Lucano) e non ha niente a che vedere con la vostra Nicastro”. Poi farfuglia una serie di citazioni, di favole, di fantasie locali prive di qualsiasi fondamento.

“Per farla breve, non sapete nemmeno copiare. Molte parole della vostra lingua locale derivano dal nostro francese, ma le avete storpiate, perché non siete riusciti a capire a cosa si riferissero. Per esempio nella nostra antica lingua abbiamo chiamato bail il cortile del castello e, per estensione, la corte, elemento architettonico. Ma, voi, non avendo mai realizzato direttamente una buona architettura, se non facendo ricorso a maestranze forestiere, avete traslato (in effetti, male inteso) il significato riferendo il termine al semplice varco, passaggio, accesso al cortile, alla corte, offendendo pure il latino ballium e l’arabo bahah. Comunque è un problema vostro. Siete liberi di chiamare le finestre, gli affacci da dove buttate ancora le immondizie per strada, col sostantivo porte, e viceversa. Del resto non avete mai partorito buone maestranze, siete stati soltanto carrettieri e mulattieri, trasportatori di pietre. In ogni caso vi dovete comprendere soltanto tra di voi, chiusi, come siete sempre stati, paradossalmente, nel vostro cortile di mediocrità. Se avete denominato corso Numistrano con un riferimento storico riferito ad un’altra città e l’avete fatto per quasi due secoli, con consapevolezza e senza vergogna, che problema avete a insistere che ’u vàgliu è un semplice androne d’ingresso? Di sicuro, noi francesi, quando abbiamo usato in antichità la parola bail, volevamo intendere il cortile, la corte. In Puglia, per esempio, ci hanno capito. In Sicilia col termine bbagghiu o bbagliu viene indicato, anche nei documenti antichi, il cortile, ovvero lo spazio intorno a cui si coagulano solo unità abitative o unità abitative con strutture di conservazione/trasformazione dei prodotti agricoli.

Tra l’altro, proprio un vostro paysan, nella Rubrica mensile di termini ed espressioni dialettali delle popolazioni lametine di una vostra Rivista d’altri tempi, scrive che per vàgghijju è da intendersi il cortile, piccolo atrio all’interno di una casa. Precisazione che può andare bene a metà, ma aggiunge altra confusione: ci mancava pure l’atrio! Mi sembrate solo dei bailisti, ballisti o bugiardi irriducibili, se proprio vi devo concedere il beneficio di una qualche consapevolezza. Ladri di memoria, comunque. Au revoir – conclude François Lenormant –, al mio libro La Grande Grèceche sarà pubblicato nel 1884”, in tempo di colera.

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