Forse è poco, ma a me basta

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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  Brutto su tutta la Calabria. Sfuma ancora il desiderato pellegrinaggio annuale agli aceri di Monte Sparviere. Ma anche il brutto tempo per noi è bello. Non c'è maltempo che può fermare un errante. Vento, pioggia sferzano gli uomini come se la Terra volesse urlare qualcosa. Noi vogliamo ascoltare. E' il tempo della montagna vicino casa. E' il tempo del paesaggio ancestrale. Dove i nostri avi, contadini e pastori, sono nati e vissuti per secoli. Il lillipuziano borgo di Panetti. I pochi abitanti dormono ancora nelle calde case di pietra, il fuoco morente nei camini. Si inizia con la pioggia. I versi di Neruda: "La nube densa sgranò le sue uve / cade l’acqua da tutto il cielo vago / il vento scioglie la sua trasparenza / si riempiono gli alberi di anelli / di collane, di lacrime fuggenti". La cascata sorride. Non è in piena, ma ugualmente sensuale. Sulla pendice della valle del Piazza come in una foresta pluviale. Per fare Fitzcarraldo, il film di Herzog, manca la nave. Un coltivo. Il cremisi delle foglia dell'uva. La pioggia stessa si incanta. Spalanca l'orizzonte, verso la piana e il mare. Filamenti di nubi lasciano spazio all'azzurro del cielo e al sole. Bagnati fuori, sudati dentro. Fradici. Cambio abbigliamento. Il sole asciuga tutto in pochi minuti. Al borgo di Pietra chiediamo di un vecchio sentiero per il crinale. "Nossignore, non ce ne sono più di sentieri. Una volta c'erano. Ora è tutto abbandonato, infrascato". Imbocchiamo la sterrata nota. Ma poi la lasciamo al primo accenno di sentiero. Perché se siamo cercatori di luoghi perduti, cerchiamo anche i sentieri perduti. Perché se vogliamo dirci erranti o raminghi, dobbiamo avere il coraggio di abbandonare le vie note. Ripagati! I sentieri ci sono ancora. Eccome se ci sono! A non esserci sono gli occhi e il cuore degli uomini. Ogni borgo, ogni masseria aveva il suo sentiero che saliva agli orti, poi al castagneto da frutto, poi al bosco di ontani, cerri e faggi, poi ai pianori coltivati a segale e avena, poi sui pascoli della sommità. Felici di errare. Come pellegrini. Grandi pietre silenziose. Una poiana dal piumaggio chiarissimo. Riconosciamo in alto, sopra di noi, Monte Faggio, Capobove, Monte Tombarino. Scendiamo tra i nuovi castagneti da frutto, i noceti, i campi. La massaia di Sambate ci riconosce. E' stranita: i nostri corpi evaporano, fumano. Giù, fino a Granci. E poi di nuovo a Panetti. Oggi non abbiamo visto i pini loricati, non ci siamo sperduti in una foresta della Sila, non abbiamo sostato sull'orlo di una rupe dell'Orsomarso, non ci siamo immersi nella gola di una fiumara d'Aspromonte ... Solo viaggiatori intorno casa, malati di oikofilia. E la nostra casa, le nostre montagne sanno attendere che i loro amanti tornino. Forse è poco, ma a me basta.

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