Erranti su un mare di nebbia

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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francesco_bevilacqua.jpg E’ lontana Alessandria del Carretto. Alla fine del mondo. Alla fine di un mondo. Non v’era una strada carrabile che la raggiungesse, nel 1959, quando Vittorio De Seta vi girò “I dimenticati”, per la RAI. Dall’azzurro dello Ionio, su per colline a grano e pini d’Aleppo. Sino alle balze del Monte Sparviere. Che stringe in un abbraccio la valle della Torrente Saraceno. Alessandria e lì, a mille metri di quota, acciambellata come un gatto sulla cresta che scende dal Timpone Montillo. Piano Farneto si risveglia in una luce sfuggente, perduta tra le nubi che ruotano nel cielo. Percorriamo un lungo traverso che taglia verso nord la pendice rimboschita. E che poi riappare, finalmente, per come è sempre stata: pascoli, coltivi abbandonati, boscaglia rada. Un grande ontano. Poi un grande pioppo. Questa è la regione dei prodigi arborei. Accanto ai segni dei diboscamenti ripetuti nei secoli, ci sono foreste vaste, a tratti, monumentali. Mentre attacchiamo la cresta est di Timpone della Neviera, alla nostra destra digrada il bosco di Spinazzeta, da dove gli Alessandrini, ogni hanno, a primavera, traggono un grande Abete bianco, lo sramano, lo scortecciano, lo trascinano a mani sino al paese e poi lo issano nella piazza per la festa della “pita”. Un rito di rigenerazione agraria. Di lì a poco, infatti, si riprodurrà il miracolo della ricrescita delle messi. Dopo il lutto estivo, prodotto dalla falce messoria, ed il lungo sonno invernale. Un rito che recupera anche il senso identitario di questa comunità di sopravvissuti. Su. Sempre più su: Lungo lo spigolo della piramide.

Sino ad abbracciare con lo sguardo una miriade di altri mondi perduti, tra Basilicata e Calabria. Poi giù, nella larga sella che separa Timpone della Neviera da Tacca Peppini. Puntiamo all’isolato Abete bianco sulla pendice di nord-est di Tacca Peppini, che fa da sfondo alla storia narrata, senza parole e senza musica, nel film di Michelangelo Frammartino “Le quattro volte”. Poi, ancora, una cima glabra, sospesa sullo spazio siderale che è del cielo (Urano) ma anche della terra (Gea). Poi Lagoforano. E poi giù nella desiderata acereta. Che però ha già perso gran parte dei suoi colori. Ma non siamo giunti qui per errore. Né per caso. Non si giunge mai in un luogo senza una ragione. All’improvviso una rupe squaderna il paesaggio della valle del Saraceno cosparsa di nebbie slabrate, fluttuanti nella luce tenue del tramonto. Impossibile non richiamare alla mente il famoso quadro di Caspar David Friedrich “Viandante su un mare di nebbia”, il simbolo del sublime naturale. Ma mentre la figura che osserva in quel quadro è un elegante cittadino che contempla l’immensità della natura, confidando nella grandezza del proprio spirito e di quello dell’intera umanità, illudendosi di poter un giorno dominare tutto ciò che ora gli fa paura, noi siamo, invece, piccoli esseri sperduti, attoniti, felici nella nostra umiltà, grati agli dei per averci concesso quel privilegio inusitato. Siamo solo erranti. Ed è quell’errare che dà senso alle nostre vite. Non viandanti, ma solo erranti su un mare di nebbia.

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