Monte Ciagola: il dono delle pietre

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco_bevilacqua-04302018-081805.jpgIl periodo dell’anno in cui la vita si fa dono. A primavera, Tellus Mater dimostra quanto sa essere generosa. Con le foglie, i germogli, l’erba, i fiori, i frutti. Il risveglio dal lungo sonno invernale rinnova la speranza della vita. Inevitabilmente, chi ha cuore lo avverte. E il cuore trabocca di commozione, tenerezza, gratitudine. Lungo è il tragitto in macchina, sul sorgere del giorno, per raggiungere Aieta: nido d’aquila che occhieggia sotto le piramidi di pietra del Gruppo del Ciagola. E benché sia caldo, per essere ancora all’inizio di maggio, dalle nubi imbronciate stilla la pioggia, come un lavacro purificatorio. Per fortuna i miei compagni sono sconsiderati almeno quanto me. E dopo tre ore di viaggio non hanno alcuna voglia di rinunciare. Indossiamo, dunque, gli indumenti impermeabili e ci incamminiamo fra i prati turgidi di umori di Piano Ciranteio. Sotto la pioggia battente, che reca, per noi, una speranza di chiarità. Come conoscessimo le sue intenzioni. La luce tutt’intorno pare grigia e livida ma non lo è affatto. Perché la miriade di fiori, erbe e foglie appena partorita illumina il cielo.

E col cielo le nostre anime. Il valico di Croce Ferrata divide i territori di tre comuni: Aieta, Laino Borgo, Papasidero. Nomi che starebbero bene in una fiaba. Nomi che designano tre antichi abitati dove ancora trovano rifugio le ultime anime semplici dell’occidente opulento. La loro presenza è una sfida alla modernità. E’ un oltraggio alla gaudente incoscienza che abbiamo appena lasciato sulla costa stuprata dall’uomo. Il vento spira forte. E porta con sé una suite di fronde stormienti e di scampanellii di armenti. Sono trentotto anni che faccio il pellegrino pedestre in Calabria. Ma vi è una quantità di tragitti che devo ancora scoprire. Perché il mondo – anche il mio piccolo Mondo – è molto più vasto di quanto io possa immaginare. Sul Monte Ciagola sono stato diverse volte ma mai da questo versante. In ogni occasione in cui percorrevo la cresta di Monte Gada e Serra Ciranteio, provavo una quieta libido per quella complicata cresta nord. Anzi, dovrei direi l’innamoramento calmo di chi sa che, prima o poi accadrà. L’ultimo desiderio è scattato qualche domenica fa. E ho sciolto, così, ogni resistenza.

Ora si tratta di individuare il percorso più consono ai luoghi e al tempo. Tagliamo diagonalmente verso destra, discettando sul colore sublime dei fiori dei peri selvatici, fra il bianco e il rosa: il primo dipinto prezioso di oggi. Attraversiamo la pendice costellata da una miriade di sassi, che è la caratteristica principale di queste montagne. Come se un artista potente ed immenso avesse creato un mosaico di pietre calcaree. Varcato l’orlo del costone si apre dinanzi ai nostri occhi l’incanto senza tempo del Piano di Li Gretti. Con un’aia al centro, animali, alberi fioriti, muri di pietre … ed un mare d’erba. Impetriamo gli dei a concederci una tregua dalla pioggia. Varchiamo la soglia del “non si torna indietro”. E scegliamo la cresta alla nostra sinistra per puntare alla cima. Lunga, faticosa ascesa fra rupi dalle forme misteriose. Ma poi ci infiliamo in una di quelle strisce di boschi che allignano nel canaloni percorsi dall’acqua, fra una pendice e l’altra. Passiamo accanto a due neviere e ad un portentoso inghiottitoio. Che ammiriamo ed esploriamo a lungo. Poi in cima, nel sole pallido, sul nostro piccolo tetto del mondo. Le terre, le valli, i paesi, il mare, i monti ci circondano a perdita d’occhio. Impossibile nominarli tutti. Mi sovviene il ricordo di un’epica traversata da Aieta a Papasidero, una decina d’anni fa, lunga undici ore, con arrivo, di sera, al paese illuminato come un presepe. Ed il Fiume Lao brontolante e veloce, d’una fretta di chi ha un lungo, inarrestabile cammino da compiere. Cominciamo la discesa ad anello. Voglio esplorare la striscia di bosco che sopravvive, come un’oasi nel deserto, al di qua della cresta rocciosa di stamane. Perché so che lì c’è l’altro dono più bello di questa giornata. Li vedo, subito, i grandiosi faggi che abbracciano le rocce.

Ne incontriamo una quantità. Ma come le pietre, gli alberi sono simboli di forza, di durata imperitura, di potenza. Essi sono i garanti della rinascita, insieme all’acqua. Sono, anzi, teofanie telluriche. Giungiamo così, di nuovo al Piano di Li Gretti. Una luce meridiana, tenera e viva illumina la sua composta, seducente bellezza. Da qui torneremo al punto di partenza attraverso i gradoni che digradano verso nord ovest e poi con un lungo aggiramento nel bosco verso nord est. Intanto, fra i prati, gli alberi, i fiori, i muri, le rovine del grande pianoro, Tellus Mater si risveglia, leggiadra, seducente, travolgente come le note di Vivaldi. E il suo amore rinnovato non dimentica il dono più grande: la speranza.                

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