L'azione culturale del Comitato "Non buttiamo lo zuccherificio"

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida
Vota questo articolo
(3 Voti)

Iuffrida_matita.jpgAppare opportuno fare un po' di chiarezza sul ruolo svolto dal Comitato “Non buttiamo lo zuccherificio”, la cui nascita è da addebitare al deficit culturale relativo soprattutto alla tutela del territorio delineatosi prepotentemente nel decennio tra i più controversi, e ancora da decifrare, della storia della città. Da una parte, infatti, gli studi propedeutici al Piano strutturale comunale che annoveravano lo zuccherificio tra le opere aventi valore testimoniale, dall'altra le inerzie amministrative che di fatto ne disconoscevano l'appartenenza alla storia del territorio. Dimostrazione, questa, di una congiuntura politico-culturale, i cui effetti sono tuttora evidenti, e che imponevano una libera azione di sensibilizzazione sostenuta peraltro anche da docenti universitari del settore. Ovviamente non si mettevano in discussione le scelte di ordine urbanistico che sono demandate alla diretta responsabilità politico-amministrativa delle istituzioni competenti, nella loro più piena autonomia decisionale. Il movimento culturale sorgeva spontaneamente per affermare le stesse ragioni della valorizzazione (non soltanto della mera tutela) di una memoria storico-sociale unica nel territorio regionale che, nei suoi vari aspetti (beni culturali e beni paesaggistici) trova oggi un importante punto di riferimento nei valori espressi dal Quadro territoriale regionale paesaggistico.

È pur vero comunque che i temi legati alla tutela del territorio, appartenendo ad un limitato numero di persone (l'opuscolo “Una proposta di recupero dell'area industriale dell'ex Zuccherificio di Sant'Eufemia Lamezia”, pubblicato nel 1996, è circolato quasi in forma sotterranea) hanno una scarsa risonanza nell'opinione pubblica e, di conseguenza, non assumono forza sufficiente a stimolare l'azione dell'ente che, peraltro “motu proprio”, avrebbe dovuto esercitare il diritto/dovere di governo del territorio, azionando iniziative dirette o un partenariato pubblico/privato che tenesse conto della declinazione delle finalità istituzionali di livello regionale. Tra l'altro, proprio in quel periodo – esattamente nel 2006 – era stato pubblicato a cura di Francesco Calzolaio il volume “Cattedrali dell'archeologia industriale costiera”, con il supporto finanziario dell'Unione Europea, “Programma cultura 2000” in cui viene “registrata” e sottolineata come significativa la presenza della struttura produttiva dello zuccherificio. E a pochi anni prima risaliva il Workshop di architettura “Ripensando Lamezia”, in cui il tema dello zuccherificio occupava un posto privilegiato.

Ovviamente i limiti, imputabili ad una estesa insensibilità collettiva e soprattutto a quelli politico-amministrativi, non possono impedire che studiosi qualificati, come l'architetto Giuliana De Fazio, si impegnino con coraggio – non soltanto per lo zuccherificio – a sostenere azioni di tutela/valorizzazione, e non certamente dell'abbandono dei beni paesaggistici e dei beni culturali (significativa è stata la sua creazione artistica consistente in una caramella/zolletta di zucchero per i cavalli della politica locale). Com'è altrettanto ovvio che l'orologio del tempo non può essere fermato da un Comitato che, sebbene numeroso, non avrebbe potuto impedire fenomeni naturali quale l'invecchiamento. Tutt'altra cosa è l'obbligo – soprattutto per gli enti pubblici che subiscono l'ansia ideologica del potere fine a se stesso – di effettuare scelte ed attivare procedure di verifica della sussistenza dell'interesse culturale. L'azione del Comitato è stata un'espressione di libertà culturale poi sfociata nel vincolo parziale apposto, con autonoma determinazione, dal competente organo dello Stato (decreto del direttore regionale della Soprintendenza per i beni culturali n. 914/2011). E la volontà non era certamente quella di rendere lo zuccherificio “un ammasso di ruggine”, quanto, invece, di affermare i principi normativi statali della tutela, della conservazione e della valorizzazione, anche sulla scorta del riconoscimento abbastanza diffuso, in ambito specialistico, del valore storico-culturale delle opere di archeologia industriale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA