Meno Caritas e più diritti

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida
Vota questo articolo
(5 Voti)

Iuffrida_matita.jpg

In questi giorni, in cui Lamezia auspica di essere rappresentata nell’esecutivo regionale, si rincorrono artatamente numerose iniziative di buonismo natalizio, di tutela dell’ambiente naturale (parchi eolici del Reventino, con anni di ritardo che evidenziano sospetti) e del cosiddetto sociale con attività celebrative intese a promuovere la città come capitale di ogni forma di assistenzialismo, sia alimentare (dalla “questione rom” all’attività della Caritas, con il sacrificio spontaneo del volontariato locale) che urbanistico (con la programmazione di ulteriori nuclei edilizi specializzati nel “recupero” sociale, ma in realtà utili per una città delle separazioni, delle divisioni; per una città multicentrica, multietnica e “multi costosa”).

La trappola dell’assistenza, utile soprattutto per il sistema di interessi politici ed economici che ruotano intorno alla malattia sociale dell’assistenzialismo, dovrebbe essere smontata da iniziative che dovrebbe assumere Oliverio, che si appresta a governare la regione più povera. Proprio da qui dovrebbe partire la spinta contro le forme di dipendenza sociale che derivano da due insicurezze: l’insicurezza del posto di lavoro e quella del reddito, che dovrebbe comportare la battaglia contro le varie forme di dipendenza dalla mafia e dalla mafia dell’antimafia, che tendono a mantenere la condizione di povertà per ragioni in fondo convergenti. In cinque anni Oliverio potrebbe creare le condizioni per rivoluzionare il welfare nazionale risollevando le condizioni generali della Calabria. Intanto dovrebbe non farsi condizionare dall’antimafia di facciata, che potrebbe presentarsi soltanto come garante di coperture consolidate da parte di quella magistratura molto presenzialista, pervasiva quanto carrierista. Il professionismo dell’antimafia produce nuovi modelli di mafia e di dipendenza (esiste in Calabria la tossicodipendenza da assistenzialismo).

L’onorevole Oliverio, invece, dovrebbe proporre in modo nuovo il welfare per i disoccupati, per tutti i disoccupati, prescindendo dalle appartenenze e dal tipo di emarginazione. Dovrebbe interrompere la scia dell’assistenzialismo caro a quella sinistra che ha in realtà tutto l’interesse ad “alimentare” la povertà, la condizione di difficoltà degli ultimi, per poter distribuire favori (inutili, però, a risolvere il problema dell’emarginazione) e incrementare disuguaglianze con il clientelismo sociale. E Lamezia è un esempio eclatante.

L’aspetto macroscopico – senza andare ad elencare i numerosi e onerosi interventi di “accompagnamento”, di progetti di integrazione, di edilizia abitativa, ecc. –  è che i costi sociali ed economici a favore dei rom (dal lontano 1982 usufruiscono di varie forme di sostegno) costituiscono una voce importante sui conti pubblici, anche a causa della loro progressiva distribuzione sul territorio (Scordovillo, Ginepri, San Pietro Lametino, ecc.) che ha prodotto un incremento delle forme di assistenzialismo e delle attività di controllo. I rom e gli emarginati sono diventati così uno strumento elettorale in mano alla politica che favorisce ben determinate posizioni di rendita urbana (ovvero, speculazioni edilizie) con i trucchi dei continui trasferimenti e delle nuove localizzazioni.

Quale soluzione, allora? Giovanni Perazzoli ha recentemente scritto che di fatto esiste più assistenzialismo che redistribuzione. Il welfare moderno, quello vero dovrebbe essere universalistico, cioè redistributivo più che assistenzialista; non dovrebbe individuare infatti categorie, ceti, etnie, gruppi, territori, amici, famiglie, zie e nipoti, ma dovrebbe determinare un diritto. Questo tipo di welfare non dovrebbe prevedere intermediari che accrescono il loro potere distribuendo favori. Cioè non dovrebbe essere pensato come una rendita, proprio perché non è clientelare o corporativo.

L’onorevole Oliverio sa che un’azione sociale concreta implica un welfare universale, proprio sulla base di quello che ci chiede inutilmente l’Europa dal 1992 con l’introduzione di “reddito minimo garantito”, ma che la sua sinistra ha sempre indesiderato. I disoccupati, che oggi appartengono a tutte le classi sociali, hanno diritto a un reddito minimo illimitato (cioè quanto dura la ricerca del lavoro) e universale, condizionato soltanto dalla disponibilità a cercare lavoro.

Con l’autorevolezza che ha, quale governatore della regione più povera d’Italia, Oliverio dovrebbe affidarsi a tecnici che propongano non un più alto numero di pasti della Caritas ma un più alto numero di posti di lavoro. E la sollecitazione di una diversa politica del welfare, con il reddito minimo garantito, sarebbe un passo importante in questa direzione. Anche da ciò passa la ricostruzione della Calabria. Il governatore Oliverio dovrebbe farlo presente subito al “jobsactista” Renzi. Ma questo non sarebbe comunque sufficiente se si lasciasse condizionare dai professionisti dell’antimafia e della mafia dell’assistenzialismo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA