I primi passi delle italiane nella conquista dei diritti politici

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà

pino_gulla.jpgUn regalo interessante per noi. Un altro libro. “1946, i primi passi della democrazia italiana”. Per i 70 anni della nostra Costituzione, abbiamo letto il saggio “Finalmente cittadine” di Barbara Pezzini, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Bergamo. L’autrice racconta i momenti iniziali della democrazia paritaria dell’Italia appena liberata dalla dittatura fascista. La gestazione di un tale parto dell’uguaglianza cominciò concretamente con il decreto legislativo luogotenenziale (del Luogotenente del Regno d’Italia Umberto, reggente,  nominato dal padre, re Vittorio Emanuele III), l’1 febbraio 1945, n. 23: “Estensione alle donne del diritto di voto”, per quanto riguarda le elezioni amministrative, che si svolsero nella primavera del ’46. “Elettrici, ma non eleggibili”, la frase fatta passare come una svista fu poi corretta. Qualche settimana prima del decreto, Radio Roma aveva lanciato :“ Appello alle donne dell’Italia ancora occupata” del Comitato pro voto di cui facevano parte tutti i comitati femminili dei partiti del CLN (Il Comitato di liberazione nazionale), l’Associazione pro-suffragio e la Fildis. Quest’ultima è la Federazione italiana laureate e diplomate Istituti superiori, fondata nel 1920 e dal ’22 affiliata alla I.F.U.W. (International Federation of University Women) di Londra. Organizzazione femminista avversata dal fascismo, si sciolse nel 1935. Si ricostituì nel 1944 e partecipò, come stiamo scrivendo, alla lotta per il suffragio universale. Tuttora in attività.

 Ci piace il saggio di Pezzini perché mette in rilievo la gravidanza, lunga e difficile, delle donne italiane prima di generare una democrazia completa il 2 giugno del ‘46, quando votò l’89,08% degli aventi diritto, percentuale oggi impensabile. A proposito della “gravidanza”, nonostante le difficoltà, segnali postivi facevano presagire il buon esito: nel 1945, 13 donne furono  nominate alla Consulta, “che doveva formulare pareri su questioni generali e sui provvedimenti legislativi del governo, obbligatori in materia di bilancio, imposte e leggi elettorali, era composta  da membri non elettivi, formalmente espressivi dei partiti del CLN, di organizzazioni sindacali e professionali, della classe politica prefascista (n.31, pp.61-62)”. Il 1944 fu nominata per la prima volta una ministra, Gisella Floreanini, della Repubblica partigiana  dell’Ossola, nel Nord Italia. Dicevamo una gravidanza difficile, infatti il 1867, nel giovane Parlamento del Regno  fu presentata una proposta di legge da Salvatore Morelli con i seguente titolo: “Abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna accordando alle donne i diritti civili  e politici”. La docente riporta in nota l’art.1: “La donna italiana può esercitare tutti i diritti che le leggi riconoscono ai cittadini del Regno”. Non fu presa in nessuna considerazione. Nel 1880 la petizione di Anna Maria Mozzoni, giornalista, nonché antesignana dei diritti civili e del femminismo, presentò la petizione per il diritto di voto alle donne; ma pur riconosciuta la legittimità giuridica, la Commissione Zanardelli “aveva ribadito l’inopportunità del suffragi femminili, considerando importante “la missione domestica” della donna, incompatibile con la vita politica.

 Il 1906 vide protagonista la suffragista Maria Montessori che promosse l’appello per l’iscrizione delle donne alle liste elettorali accolte da alcune Commissioni provinciali. Vertenze giudiziarie risolte dalle Corti d’Appello, ad eccezione di quella di Ancona, la quale ne riconobbe la legittimità in quanto le donne erano comprese nell’art. 24 dello Statuto: “tra tutti i regnicoli  (…) uguali davanti alla legge”. Quindi non potevano essere escluse. Ci volle la Corte di Cassazione che fu costretta ad invocare il principio  presupposto  “dell’estraneità delle donne a qualsiasi carica politica”. La legge venne interpretata secondo un presupposto sessista. Così Barbara Pezzini a conclusione del paragrafo: “L’esclusione delle donne dal voto cessa di essere una differenza naturale, per divenire a tutti gli effetti una discriminazione giuridica: non la natura, ma il diritto priva le donne del voto”. Nel 1912, con 209 voti contrari, 48 a favore e 6 astenuti il Parlamento  respinse la concessione del voto alle donne. Dovranno passare ancora altri decenni, dittature e guerre catastrofiche per arrivare al suffragio universale del 1946, che si è ricordato e celebrato in questi giorni, quando le cittadine e i cittadini hanno dato vita a “una forma di Stato democratica unicamente fondata  sulla sovranità popolare ( … ) riconoscendo la piena cittadinanza alle donne”. Per chiudere, la prima parte dell’art. 3 della nostra Carta: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso … ”. E fu l’inizio della fine del monopolio maschile nello spazio politico italiano.

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