Il carteggio tra Napolitano e Scalfari sulle riforme

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà

pino_gulla.jpgNonostante la canicola e le distrazioni estive, non ci siamo persi il dibattito epistolare agostano sul Corriere della Sera e la Repubblica tra Giorgio Napolitano ed Eugenio Scalfari a proposito delle riforme istituzionali e della legge elettorale che ha fatto seguito all’intervento del presidente emerito in Commissione affari costituzionali nel mese di luglio. Sappiamo quanto Napolitano sia sensibile al discorso riformatore. L’abbiamo scritto in tempi non sospetti, nel gennaio del 2009, in occasione della sua visita a Lamezia Terme, citando la sua opera, “Una transizione incompiuta?”, pubblicata nel 2006, edizione aggiornata rispetto a  “Dove va la Repubblica”, edizione del 1994, quando era presidente della Camera dei deputati. Nel libro Napolitano fa una riflessione attenta e approfondita sui temi di carattere istituzionale. A ben vedere ha ricoperto le due alte cariche in due momenti  difficili della democrazia italiana: biennio  ’92-’94, presidente della Camera dei deputati;  2006-2015, presidente della Repubblica. Fin dalla sua  elezione a capo  dello Stato, non è stato dietro le quinte; ha dialogato con il governo, è intervenuto in situazioni delicate, pur rimanendo nel proprio ruolo; partecipe in casi  controversi  tanto  “da ricorrere all’extrema ratio della promulgazione dissenziente. Apponendo, cioè, la propria firma, ma, al tempo stesso, rendendo edotti i cittadini -con una nota o una lettera [come è successo in questi giorni]- delle perplessità del Quirinale”.

Il virgolettato è di Mauro Calise, docente di Scienza politica all’Università Federico II di Napoli. Il suo modo di fare lo ha posto (e continua a porlo) in stretto rapporto con “la democrazia  del pubblico”, con il popolo, andando al di là della  ritualità formale dei messaggi alle  camere. Come sta facendo Renzi con un altro tipo di comunicazione e con un altro ruolo. Importanti da un punto di vista simbolico i discorsi sulla Patria e l’Unità d’Italia, sulla stessa falsariga di Ciampi. Ancora protagonista della rinascita del sentimento patriottico nelle celebrazioni dei 150 anni dell’Italia unita (chissà perché il pensiero va al cosiddetto “partito della Nazione”). Il rapporto con l’opinione pubblica si è rivelato decisivo in delicati passaggi parlamentari: dalle dimissioni di Berlusconi ai governi Monti, Letta, attraversando la crisi del Pd fino ad arrivare all’incarico a Renzi.  Nel momento di maggiore crisi parlamentare viene rieletto al Quirinale. Per questo motivo e per il suo protagonismo è stato soprannominato “re Giorgio”. Ha salutato  positivamente l’avvento di Renzi a capo del governo perché ha dato l’avvio all’era delle riforme a cui tiene tanto. Ma ora che la strada per la realizzazione delle stesse sta diventando accidentata ed irta di ostacoli, è intervenuto nella Commissione affari costituzionali sulle “posizioni di dissenso” al Senato, stigmatizzandole. Non poche le situazioni di disagio e/o le perplessità tra i membri della Commissione, in alcuni senatori, specialmente quelli della minoranza Pd, nel mirino di Renzi.

Purtroppo le polemiche politiche ormai da tempo si caratterizzano mediaticamente, nascondendo contenuti e motivazioni o, peggio, vengono gestite dai mass-media a modo loro. Inoltre passa in secondo piano o, addirittura, non ci si accorge che il parlamento è indebolito da forze politiche divise al loro interno e dalla moltiplicazione dei gruppi parlamentari. A questo punto pare che le riforme condivise siano un miraggio. Non a caso Il “Patto del Nazareno” è soltanto un lontano ricordo: centinaia di migliaia gli emendamenti già pronti, le forze politiche di opposizione vogliono il Senato elettivo e non sono d’accordo sulla legge elettorale con premio di maggioranza al 40%. Ma nelle dichiarazioni, comunicati stampa, slogan, hashtag, tweet non emerge tale situazione di malcontento. Pare non sia un problema neanche per il presidente emerito, secondo quanto abbiamo letto: “Non si può tornare indietro sulla riforma del Senato. La scelta è quella della natura del nuovo Senato … che ha come ... corollario la esclusione di una elezione di futuri senatori a suffragio universale e con metodo proporzionale”. Basta  che sia  coeso l’esecutivo  e il progetto riformatore,  così com’è, sia condiviso da quelli che appoggiano il governo. Il resto sarà compito dei mass-media, dei talk show con telecamere preparati all’intervista. Sarà la via oligarchica e mediatica al renzismo?

Questa volta una grande firma fuori dal coro. Scalfari non si trova d’accordo con Napolitano sul Senato  ridotto “ad Autorità di controllo e di rappresentanza territoriale  senza più alcun potere legislativo, ridotto a cento componenti”. Allo stesso modo sulla legge elettorale: “L’Italicum è in larga misura un monocamerale di nominati dal governo in carica; la conseguenza è evidente: il potere legislativo è declassato e subordinato all’esecutivo, il presidente del Consiglio diventa così il personaggio che comanda da solo esattamente il contrario della democrazia parlamentare”. Ma Sergio Mattarella, il capo dello Stato, ha dichiarato: “Nessuno, tantomeno il presidente della repubblica, è un uomo solo al comando”. Come andrà a finire a settembre?

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