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Sabato 12 Maggio 2012 11:51

Il merito, i giovani, il Mondo di Lucia

 

filippo_veltriDi Filippo Veltri

Il Mondo di Lucia. E che cosa e’? E chi e’ Lucia? Perche’ la Calabria delle persone oneste e perbene si e’ mobilitata cosi’ tanto? E’ il sintomo che qualcosa puo’ cambiare dal basso se c’e’ pero’, appunto, una volonta’ della base, altrimenti e’ tutto perduto. Ma andiamo con ordine. Lucia e’ una ragazza di 28 anni che si e’ suicidata un mese fa perché non trovava lavoro. Lucia si e' buttata dal balcone della sua abitazione lo scorso aprile a Cosenza, lasciando una bambina di due anni. Laureata in ingegneria gestionale con il massimo dei voti, 110, era stata costretta ad accettare un lavoro sottopagato e insoddisfacente. Uns storia drammatica che ne ha innescata un’altra di storia, anzi di storie. La madre di Lucia ha, infatti, scritto una lettera in cui denunciava la situazione psicologica che ha spinto la figlia a togliersi la vita e ha parlato della meritocrazia per i giovani. Da questa lettera, che e' diventata un vero e proprio manifesto, alcune donne cosentinehanno unito i commenti postati sui social network creando un gruppo su Facebook che prendeva le mosse dalla manifestazione del 18 aprile a Roma. In poche ore, gli iscritti al gruppo ''Il mondo di Lucia'' sono stati oltre mille e ccrescono di giorno in giorno.

''Il suicidio di Lucia, con la lettera della madre, non e' piu' un fatto privato ma diventa sociale'', ha spiegato all'Adnkronos Maria Rosaria Aquino, una giovane e brillante giornalista cosentina, una delle fondatrici del gruppo ''Il mondo di Lucia''. Insieme a Bianca Rende, che lavora all'Università' della Calabria, Anna Falcone e altre amiche e amici, ha promosso un incontro dal vivo tra i tanti aderenti al gruppo sul social network al quale hanno partecipato, inaspettatamente, oltre quaranta persone. ''E' comodo cliccare mi piace dal computer, ma dovevamo fare di più, vederci per contarci. Non immaginavamo che saremmo stati così tanti'', dice ancora Rosamaria Aquino. All'incontro, che si e' tenuto in un locale di Cosenza, hanno partecipato universitari, amici, la presidente di Federcasalinghe, due ex assessori comunali che hanno raccontato la loro esperienza sul fallimento di alcune iniziative istituzionali e tracciato la linea per un impegno futuro, l'attuale assessore alle politiche sociali del Comune bruzio, Alessandra De Rosa, che ha manifestato la disponibilità dell'amministrazione alle iniziative del movimento spontaneo. La prima sarà una fiaccolata che si terrà il 12 maggio nel centro di Cosenza.

L'idea che gli aderenti del gruppo ''Il mondo di Lucia'' vogliono far passare e' che il dramma del disagio giovanile, il lavoro sottopagato e sfruttato, è comune a molti. Per questo il 12 maggio si terrà una fiaccolata che servirà come momento di riflessione su quanto accaduto e sul fenomeno in genere, alla luce anche dei numerosi recenti suicidi di parecchi imprenditori in difficoltà finanziarie. Il programma della manifestazione e' ancora da definire ma nell'idea delle promotrici c'e' quella di dedicare uno spazio aperto agli interventi ''senza politicizzarla anche se abbiamo già avuto l'appoggio istituzionale del Comune'', precisano.

Verranno distribuiti bigliettini ai partecipanti e ognuno potrà scrivere il proprio pensiero e una proposta concreta che confluirà in un grande cartellone. ''Chiederemo -spiegano le promotrici- maggiore impegno da parte delle istituzioni regionali e nazionali, l'adozione di un piano straordinario per l'occupazione giovanile nel Mezzogiorno, la creazione di un osservatorio che da una parte faccia incontrare domanda e offerta di lavoro, mettendo in rete le conoscenze, e dall'altra ascolti i giovani che hanno bisogno di un supporto psicologico''.

''Questa non e' una manifestazione sull'antipolitica, vogliamo offrire le nostre riflessioni e proposte alla Regione Calabria e soprattutto al governo nazionale'', afferma Bianca Rende che e' una sostenitrice della creazione dell'osservatorio. ''La mamma di Lucia nella sua lettera ha parlato del merito. Noi proponiamo proprio un osservatorio del merito. Non sappiamo che e' stato questo mancato riconoscimento a spingere Lucia al suicidio ma e' un problema che tocca molti giovani. Abbiamo dati statistici in questo senso. Quando i giovani -spiega- terminano il loro percorso di studi, non sanno cosa fare perché manca l'orientamento e i dati ci dicono che rinunciano a cercare lavoro perché sono convinti che senza conoscere ''qualcuno'' non ne troveranno''. Ciò che manca al sistema, secondo Bianca Rende, e' l'ascolto. Dalle adesioni avute sul social network ''si e' capito che c'e' tanta voglia di partecipare, noi l'abbiamo solo intercettata. Oggi -prosegue Rende- mancano i luoghi di aggregazione e questo e' un altro problema. Adesso pero' con questa iniziativa dobbiamo traslare le proposte dal web alla realta'. L'idea dei bigliettini e' la trasposizione sul piano reale''.

Da evento scioccante, la morte della giovane Lucia e’ cosi’ diventata occasione di riscossa della società. ''Stiamo rispondendo - conclude Bianca Rende - all'invito della mamma di Lucia, che ci ha chiesto di reagire. E' strano che proprio in Calabria, che e' una regione che soffre tantissimo, ci siano poche iniziative e non sorgano così tanti movimenti spontanei''. Il mondo di Lucia, insomma, c'e'. Speriamo che serva da esempio per tante altre lucie e che soprattutto contribuisca ad evitare che si possano ripetere altri casi del genere. Non sara’ facile ma occorre provarci.

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Venerdì 06 Aprile 2012 14:31

Il sogno spezzato di monsignor Bregantini

filippo_veltriDI FILIPPO VELTRI

La cooperativa Valle del Bonamico, fondata da monsignor Giancarlo Bregantini, è stata assolta dalla Corte dei Conti. E’ falso che abbia provocato un danno erariale di 1.375.000 euro. Questa notizia è stata data un paio di settimane fa in una conferenza stampa a Locri ma non ha suscitato grande interesse. Anzi nessuno. Poco spazio sui giornali locali, niente su quelli nazionali, qualcosa in più su qualche sito di qualche volenteroso. Diffusamente se n’è occupato solo lo scrittore Gioacchino Criaco, autore anni fa di un best seller tra cronaca e realtà, nato nella locride, grande conoscitore di come vanno le cose in quelle zone. Per il resto silenzio. Nessuna reazione di partiti, sindacati, Chiesa, associazioni antimafia, associazioni senza anti. Insomma, zero.

Eppure quella cooperativa e quell’iniziativa di quel Vescovo, mai troppo rimpianto, ha fatto cose che meritavano qualche riflessione in più. Ma così va la Calabria…Così va l’informazione oggi in Italia. Quella cooperativa conta 30 aziende che coltivano lamponi e 5 che si occupano dell’allevamento del maiale nero, e ha centinaia di operai alcuni dei quali ex detenuti. Il tutto in terra di mafia. In un comunicato, dopo l’assoluzione, la cooperativa scrive: “C'è da dire che certa antimafia è diventata più che battaglia di giustizia e di democrazia, una mangiatoia per costruire affari, carriere ed effimere aziende tuttofare. Spesso, certe forze che istituzionalmente sono chiamate a fare antimafia, anziché riparar ferite e guarire lacerazioni del tessuto sociale ed economico, con questo pretesto continuano nell'opera di asservimento del Sud. Nel nostro caso ha vinto la giustizia”.

C’è amarezza in queste parole, quella che non ha mai ufficializzato e mai lo farà Monsignor Bregantini, oggi a Campobasso e per anni a capo della Diocesi di Locri-Gerace e prima ancora prete operaio a Crotone. Veniva dal Trentino, viaggiava senza telefonini, spesso lo si incontrava a piedi sulla statale ionica 106. Un prete, un uomo del quale la Calabria fa finta di non ricordare ma che lui forse rimpiange. Sicuramente quella locride, quella gente,  quelle montagne  che dal mare salgono verso l’ Aspromonte, dove lui aveva scommesso con le sue cooperative, che poi hanno tentato di infangare, di mandare anche quelle al macero.

‘’… Qualcuno – scrive Criaco -  avrebbe gioito se la sua creatura, la cooperativa del Bonamico, fosse stata condannata come un qualsiasi truffatore. Qualcuno che aveva gioito quando un’intercettazione, in cui si parlava di un intervento del vescovo per far cessare le stragi a San Luca, aveva fatto il giro dei media per poi svanire nel nulla, anch’essa come l’accusa di danno erariale…’’. Oggi, in periodo di Pasqua, vogliamo dedicare questo spazio a questo sacerdote, a questo grande uomo. Ci manchi mons. Bregantini.

‘’…Ci manca – uso ancora le parole di Gioacchino Criaco - il prete operaio, ci manca il missionario utopista che ci aveva fatto scoprire che avevamo i lamponi più buoni del mondo e che anche i cattivi potevano coltivarli. Manca alla nostra terra e manca anche ai senza Dio. Anche a Bregantini manca la Locride, così continuerà a infilarla ogni tre parole, in qualunque discorso farà e in qualsiasi posto.Grazie monsignore, quaggiù qualcuno la ama, esclusa la Calabria ingrata quella che l’ha fatta partire, ma non è riuscita a spegnere un amore che arde ancora anche se da lontano, quella Calabria che dovrebbe interrogarsi e smetterla con l’arroganza di sentirsi solo essa buona’’.

Bregantini  antico e moderno, uno che sa stare nel mondo attuale ma che porta dentro una carica spirituale millenaria, ancora perfettamente intatta. In un certo senso il monsignore è un diavolo, perché la sua ‘’…dialettica – conclude lo scrittore - ha un che di diabolico, ti ammalia, ti strega, gioisci ad ascoltarlo anche se sei uno che la Chiesa non la frequenta neanche di striscio. Se, anche per caso, ti trovi ad ascoltare un suo sermone a lui non puoi non riconoscere la passione, l’umiltà, la buona fede e, soprattutto, la fede. Si può avere qualunque idea sulla religione, ma una sola sul suo animo. E’ un missionario dell’utopia, crede in Dio ma anche nell’uomo. E poi, quando parla di qualunque cosa parli trova il modo di infilare nel suo discorso il Sud. Ogni volta, mette dentro la Calabria, sempre a proposito, ogni tre parole’’. Quello di Bregantini fu un sogno spezzato, un altro del quale la Calabria si pentirà.

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Come puo’ avanzare quel tentativo di un racconto normale della Calabria (di cui ho parlato sul n.179 de ‘il Lametino’ del dicembre scorso)  se contestualmente non fa passi da gigante quella resistenza civile di cui non si vede invece nemmeno l’inizio?  Questo e’ il problema dei problemi che ci troviamo difronte anche in questi primi mesi del 2012. Ma chi la deve fare questa resistenza civile?  Chi soprattutto la deve promuovere? Qui si arriva al cuore del problema dei problemi:  un tempo si diceva la societa’ civile, la buona cultura,  la buona universita’, il sindacato, e via di questo passo, e si aggiungeva che se non ci pensava la societa’ civile….Ma quella societa’ civile – si aggiungeva – era del tutto eguale alla societa’ politica e quindi….

Vero, tutto vero perche’ se non incardiniamo la discussione su un binario di verita’ non andiamo da nessuna parte: il problema drammatico della Calabria di oggi e’, dunque, la politica. Non lo e’ tanto e non solo negli evidenti tratti di contiguita’, di legami, di rapporti. Qui c’e’ materia per tribunali e questo e’  il tracciato addirittura piu’ semplice da combattere. Il vero problema e’ che siamo in presenza, nel suo complesso e fatte salve poche eccezioni, ad una classe politica che non e’ in grado oggi di cogliere quella domanda di un racconto normale, di farvi fronte con gli strumenti di governo delle istituzioni e , dunque, alla fine di rappresentare quella parte migliore della societa’. Una parte china, muta, che vorrebbe gridare ‘ma io che c’entro con la mafia?’ Ma che alla fine si ritrova sempre piu’ sola, sempre piu’ muta, sempre piu’ inascoltata e alla fine il rischio e’ che diventi anche sorda.

Certo quel racconto della Calabria e’ assai arduo, quando capitano tra le mani storie recenti come quella di Maria Concetta di Rosarno, suicida per colpa dei genitori. E’ difficile perche’ e’ da qui che bisogna partire e ne hai voglia di dividere le cose buone da quelle cattive quando leggi di una storia terribile come quella e poi ti ricordi di altre un anno fa e altre ancora due anni fa e cosi’ via. Poi la relazione dell’Antimafia con quella tombale parola ‘’strutturale’’ a proposito della ‘ndrangheta. E poi quei dati dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, sulla diffusione della ‘ndrangheta e sulla sua pervasione. ''La 'ndrangheta e' una forma di criminalita' piu' difficile da combattere perche' radicata anche e soprattutto nei legami familiari che sono piu' difficili da estirpare'': cosi’ ha detto il ministro della Giustizia, Paola Severino, intervenendo a Palmi all'intitolazione al giudice Antonino Scopelliti, ucciso nell'agosto del 1991, dell'aula della Corte d'assise di Palmi. ''E' anche per questo - ha aggiunto il Ministro - che ci rivolgiamo alle famiglie affinche' al loro interno non insegnino il disvalore dell'illegalita'''. Sante parole.

Eppure un corridoio stretto esiste e dentro questo stretto corridoio ci si puo’ incamminare ma con grande onesta’ intellettuale, coraggio e tanto rigore. Perche’ si puo’ cadere da un lato e dall’altro, cioe’ nell’ enfasi ma anche nell’omettere, anche in buona fede, i dati di fatto per cercare quella normalita’ di narrazione. La Calabria non ha bisogno di questo ma di un racconto senza sconti per nessuno, lucido nella sua analisi sulle tante cose che non vanno, e dunque sulla pervasita’ mafiosa in primo luogo. Ha bisogno anche che le poche positivita’ che fiammeggiano non si spengano, non vadano disperse, non si affievoliscano ma anzi crescano e si sviluppino. Questo e’ compito dei calabresi onesti –  si dice sempre che sono la ‘stragrande maggioranza ma io, in verita’, non so se siano davvero questa stragrande maggioranza  di cui sono pieni convegni e buone intenzioni- faccia la propria parte, si spenda, si prenda di coraggio, faccia fino in fondo il proprio dovere. Basta con la litania ‘’ma gli altri…’’. Si cominci con ognuno al suo, per primi, senza deleghe e senza attese messianiche in qualcun altro che deve fare prima di noi. ‘’Il Quotidiano della Calabria’’ ed il suo direttore hanno organizzato –  tempo fa – una grande manifestazione di resistenza civile alla ‘ndrangheta a Reggio Calabria. Come e’ noto ando’ benissimo. Poi nessuno ha raccolto quella bandiera, quelle bandiere. E’ stato lasciato morire tutto.   Torniamo allora a quella assenza di resistenza civile  che pero’ e’ indispensabile in questo momento. Dopo la storia di Concetta da Rosarno ancora una volta l’unica proposta  e’ venuta  dal direttore del Quotidiano, per far si’ che l’8 marzo festa delle donne sia un giorno di lotta e ricordo per le donne calabresi cadute recentemente nel loro impegno antimafia. Cosi’ si incoraggia concretamente quella resistenza civile in assenza della classe politica calabrese.

Il resto sono chiacchiere. Solidarieta’ a raffica quando uno viene intimidito, parole, ma poche condivisioni reali. Si puo’ andare avanti cosi’? Con questa latitanza di sordi e muti?   In questo sentiero stretto stretto qualcuno deve pure incamminarsi, deve sporcarsi le mani, deve ragionare con rigore ma con intelligenza, altrimenti alla fine le macerie cadranno su tutto e tutti, e non ci pare ne’ giusto ne’ normale.  Noi ci proviamo.

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filippo_veltriDI FILIPPO VELTRI 

Il 2012 è iniziato nel peggiore dei modi con intimidazioni e violenze a raffica in ogni angolo della regione: Lamezia, Cosenza, Catanzaro, Isola Capo Rizzuto, Rosarno, San Giovanni in Fiore, Vibo Valentia. Presi di mira cittadini normali, imprenditori, amministratori, giornalisti, sindaci. Un’escalation che la dice lunga sul fatto che l’emergenza andava attenuandosi come qualche buontempone aveva sostenuto sul finire dello scorso anno. Ci sono dati ora inoppugnabili, chiari, che seguono del resto il trend degli anni scorsi, che indicano come questa regione debba fare i conti con un tasso altissimo di violenza e di illegalita’ che ne frena la crescita e lo sviluppo e che si accoppia a quell’altro tasso di illegalita’ diffusa che e’ dentro la politica e le istituzioni.

Sono due cancri eguali, due facce della stessa medaglia, che rischiano di far fallire ogni ipotesi di mutamento e di svolta che timidamente fa capolino e che rischia, ancora, di far regredire tutto il dibattito anche sulla possibilita’ di una narrazione ‘normale’ della Calabria, cioe’ dei risvolti positivi che pure fanno capolino in vari campi ma che ovviamente rischiano di non decollare mai, nemmeno nell’immaginario collettivo e nel senso comune. I dati sono assolutamente impressionanti: saltano in aria bar e auto in citta’ capoluogo e che si consideravano piu’ o meno tranquille, taglieggiati imprenditori piccoli e grandi, massacrati di intimidazioni sindaci e assessori in ogni parte, messi sull’avviso giornalisti (e siamo alle solite anche in questo caso). Emerge un dato che e’ comune al di la’ delle matrici varie: in questa regione la violenza e’ il convitato di pietra con il quale si punta a far fare i conti, sapendo che alla fine chi quella violenza la usa vince. Cosi’ che: non si puo’ avere un lavoro o quel lavoro e’ finito a ditte concorrenti? Nessun problema, gli facciamo saltare in aria mezzi e affini. Quel comune usa un metodo di azione politica che taglia le unghie alla discrezione e quindi al malaffare? Nessun problema, gli facciamo saltare in aria il portone del Municpio. Quel commerciante non paga il racket? Nessun problema, gli spariamo prima alle cose e se poi non si convince pure a lui. Sui giornali si pubblicano non le solite giaculatorie inutili sulla lotta roboante e mondiale alla illegalita’ ma dati e fatti precisi su un determinato fatto? Nessun problema, prima intimidiamo il cronista e poi passimo alle vie di fatto.

E’ altrettanto evidente rispetto allo stato sopra descritto che non si puo’ andare avanti per molto in questo modo. Il rischio, in alcuni casi gia’ la realta’, e’ che si sgretoli quel poco di tessuto sociale e democratico che regge, che non ci sia il senso di un normale svolgimento della vita pubblica e che tutta la regolazione dei rapporti, in ogni angolo della Calabria, sia determinato dalle bombe e dalle intimidazioni. Questo rischio, che – ripetiamo- in alcune zone della regione e’ gia’ oggi realta’, puo’ avere la meglio se non si fotografa in maniera esatta quel che da troppo tempo sta avvenendo in un silenzio reale della collettivita’, al di la’ ed oltre le parate di facciata e le targhe sui Comuni. Qui ci sta il ruolo della politica, se non fosse per il piccolo particolare che l’altro lato della medaglia e’ rappresentato proprio dalla politica corrotta, mentre quella sana – che c’e’ – fa fatica a farsi largo. Qui ci sta il ruolo delle associazioni di categoria, a partire dalla Confindustria, che da pochi giorni ha un nuovo presidente regionale dopo un interminabile vuoto per lotte intestine di potere. E’ evidente che da qui deve venire un monito non solo a parole ma nei fatti, di sostegno agli imprenditori tartassati (siano o meno associati a Confindustria), una battaglia di civilta’ innanzitutto, di lunga lena, con indicazioni chiare.

Qui ci sta il ruolo delle istituzioni politiche, della Regione e giu’ per i vari gradi. L’attentato al Comune di Isola Capo Rizzuto ha destato scalpore e preoccupazione, li’ sono stati messi in atto dei movimenti seri contro gli interessi materiali delle cosche della zona che sono tra le piu’ potenti dell’intera Calabria. Ci chiediamo: ma non sarebbe un gesto forte se per una settimana, due settimane, un mese la Giunta Regionale svolgesse alcune delle sue periodiche riunioni in quel municipio? O se una o piu’ sedute del Consiglio Regionale e del Consiglio Provinciale di Crotone si svolgessero in quello stesso Municipio oggetto della violenza mafiosa? Solo fatti simbolici? Certo, poi ci vogliono le concrete azioni, ma intanto andiamo oltre i comunicati indignati che ormai non li legge piu’ nessuno. Facciamo – come dice don Ciotti – il salto in avanti dalla solidarieta’ alla condivisione e poi andiamo avanti. L’impressione e’ che, invece, si assista da impotenti ad uno stillicidio senza fine, ad una sorta di inevitabilita’ del male, ad una soddisfatta piu’ o meno autoanalisi che ‘meno male, non si e’ fatto male nessuno’ e via con la prossima. Si tratta, in definitiva, del futuro di un vivere civile rispetto al quale troppi sono i silenzi, gli ammiccamenti, il voltarsi dall’altra parte, ‘ad altri spetta agire’, ‘noi che possiamo fare’ e via discorrendo. Cosi’ si finira’ con il consegnare il buono che c’e’ al male che dilaga.

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Sabato 17 Dicembre 2011 15:33

Per una narrazione normale della Calabria

filippo_veltriDi FILIPPO VELTRI

Si puo’ puntare ad una narrazione normale della Calabria? Questo il tema di  un incontro non banale, dotato di ritmo e a tratti accorato, svoltosi sere fa a Reggio Calabria, a Palazzo Foti, organizzato dall'associazione culturale Senza Nulla A Pretendere, con la partecipazione del movimento Slega la Calabria. Ne parlo qui perche’ non vorrei che si mandasse dispersa la possibilita’ di avviare un dibattito, che considero centrale e fondamentale per la Calabria: l’immagine, la sua immagine, i pregiudizi vecchi e nuovi, cosa fare per cercare di uscire da una strettoia in cui nosi stessi e gli altri hanno finito col metterci.

L’occasione è stata offerta dalla presentazione di una nuova edizione del libro ‘Razza maledetta’, di Vito Teti, ordinario di etnologia all’Universita’ della Calabria ed uno dei piu’ raffinati intellettuali del nostro tempo calabrese. Si è inteso toccare, facendolo da dentro, le innumerevoli sfaccettature offerte dall’annosa ‘questione meridionale’, cui il libro di Teti contribuisce a percorrere sentieri solitamente poco tracciati, nella riproposizione di saggi storici sul pregiudizio antimeridionale (Lombroso e Niceforo, ma poi anche Napoleone Colaianni).

In un alternarsi di voci, cui è seguito una corposa partecipazione del pubblico, si è provato a rispondere a quesiti cui è stato difficile da sempre dare risposte: dall’intellettualmente onesta ammissione di un divario civico tra nord e sud d’Italia, fino al ricercare le responsabilità di tale gap che alcuni, specie negli ultimi lustri, e maggiormente oggi, fanno risalire al percorso di unificazione nazionale con i suoi ‘derivati’. Un divario che forse nasce e si consolida per nostra stessa opera, perché incapaci di fare aggregazione culturale, ma capaci invece di esportare le nostre eccellenze in un nord che ha il merito di porre nelle condizioni di operare chi, venendo dal Meridione, intende far valere la propria preparazione.

Ma sono stati gli intellettuali meridionali e calabresi in particolare ad essere stati messi nel mirino delle critiche, nell’ambito di un ragionamento che non ha affatto eluso i nodi della riproposizione stanca e stantia di una immagine della Calabria e del sud stereotipata: guardiamo, per ultimo, a come i media nazionali hanno trattato le recenti sciagure in Liguria e Toscana e come, invece, l’ ancora più recente alluvione nel catanzarese, non abbia riscosso il medesimo interesse giornalistico. Ed i morti di Messina siano stati addirittura di serie B (se non di C) rispetto a quelli delle Cinque Terre.

Questo richiama, dunque, l’esigenza di  quella ‘narrazione normale’ dei fatti calabri, di cui gli stessi calabresi devono farsi interpreti, nonché la presa di coscienza, amara, di una cosi’ detta societa’ civile incapace di mettersi dinanzi a quella politica, che resta pero’ il perno di tutte le inefficienze. Una classe politica, quella calabrese, che manifesta al suo interno tutti quei problemi che ne fanno un’entità ormai ‘derelitta’ (questa sì, non la Calabria). Vito Teti, ha ricordato gli albori politici della Lega, la lotta verbale fatta di slogan fino ad allora sconosciuti allo scenario politico nazionale, slogan da ‘non si affitta ai meridionali’, fino ad allora rimasti stampati solo nella memoria di quegli uomini e donne del sud che ambivano un’occasione, una carta da giocarsi. Un momento storico, quello dei primi anni ’90 (non a caso la prima edizione del libro è del 1993), da cui in poi nulla ha più suscitato indignazione.

E’ stata l’occasione per fare una critica netta a un certo tipo di intellettualità calabrese, ‘ammesso che ci sia’ (in molti hanno fatto eco). Un’intellettualità che, e noi crediamo invece ve ne siano ancora di tracce, ha il dovere morale oggi più di ieri, di farsi interprete di questo percorso di crescita del Mezzogiorno e della Calabria specialmente; un’intellettualità che sia parte civica attiva, che alle provocazioni di un certo sterile intellettualismo leghista sappia rispondere con fierezza delle proprie identità, ma senza che queste siano motivo per ancorarsi e dilatare ancora le speranze di crescita. O peggio cadano nel rancorismo, nel provincialismo, nel vittimismo: tre angoli da cui sfuggire per lanciare appunto, con serieta’ e rigore, l’approccio alla narrazione normale della Calabria, che poi significa narrazione di quel che accade senza sconti a nessuno, ma anche di quel che accade e che non viene raccontato da nessuno. La via e’ stretta ma si puo’ tentare di percorrerla.

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Di FILIPPO VELTRI

E' stato tra i relatori piu' citati e apprezzati del convegno dei giovani industriali di Capri che e’ stato un paio di settimane fa al centro del dibattito politico ed economico italiano. Si chiama  Emanuele Ferragina, e’ docente di politiche sociali comparate ad Oxford, e' una delle menti ''under 30'' di cui ha parlato anche il direttore del Sole 24Ore Roberto Napoletano nella sua rubrica sull’ inserto domenicale di cultura del quotidiano economico di Confindustria ed il suo nome e’ finito nelle cronache dei quotidiani nazionali sulla tradizionale assise dei giovani industriali a Capri.

Proprio da quella platea dei giovani imprenditori, il professore partito dalla Calabria per laurearsi a Torino e poi passare dall'Ecole de Commerce di Parigi per approdare, adesso, ad Oxford dove insegna politiche sociali comparate, ha raccolto una messe di applausi soprattutto quando ha sostenuto che l'Italia e' un paese non più abituato al confronto. Come Ferragina ce ne sono tanti, tantissimi ragazzi e ragazze calabresi partiti da qui e poi impostisi a livello internazionale, senza pianti greci o lamentazioni inutili. La storia di questo ragazzo e’ del resto illuminante.

Emanuele Ferragina e' il solo italiano che ha fatto parte in Inghilterra di uno dei 14 gruppi di ricerca sulle scienze sociali in team con Robert Walker, il suo insegnante, e Mark Tomlinson, per la realizzazione di uno studio sulla comprensione delle disuguaglianze sociali in Inghilterra. A Capri sono stati in tanti ad apprezzare il suo intervento che ha trovato spazio anche nelle cronache dei giornali stranieri.

Doppia laurea in Relazioni Internazionali ed in Economia a Torino e Parigi, ricercatore nel dipartimento di Social Policy e Intervention dell'Universita' di Oxford, dove ha conseguito il dottorato, Ferragina, si occupa di temi del mercato del lavoro, delle politiche di welfare comparate e della questione meridionale. Ha anche lavorato come consulente per molte istituzioni pubbliche in Italia, Belgio e Regno Unito, ed e' tra i fondatori della ''Fonderia Oxford'', un laboratorio politico fatto da docenti e ricercatori che guarda all'Italia e alle sue prospettive politiche ed economico-sociali. Insomma, un curriculum di tutto rispetto, una bella situazione oggi e in prospettiva, che ci apre il capitolo su come sia stato possibile tutto cio’ – e la risposta e’ abbastanza facile e anche scontata – ma soprattutto su cosa fare.

''Sono calabrese ed orgoglioso di esserlo - dice Ferragina raggiunto dall’ANSA telefonicamente ad Oxford nei giorni scorsi - e a Capri ho molto apprezzato il fatto che si siano chiamati tanti giovani docenti e ricercatori a dare il proprio contributo, un segno di apertura al confronto’’. Poi la frase decisiva: ‘’Basta – dice infatti Emanuele - piangersi addosso, piuttosto bisogna guardare agli aspetti positivi che esistono e tenere in conto che se e' vero che lo Stato investe poco in innovazione e ricerca, anche le aziende non sono da meno. Anche in Calabria, terra alla quale sono legato, dove vivono i miei genitori e dove torno spesso, esistono tante storture e negatività, non per questo ci si deve sempre e solo piangere addosso. Bisogna cercare di risolvere i problemi guardando agli esempi positivi che pure esistono per guadagnare tutti in autostima''.

A giudizio di Ferragina e' necessario chiudere anche con la retorica dei cervelli in fuga: ''per quanto mi riguarda - dice - non sono andato via perché sono stati cacciato ma perché ho avuto la possibilità di trovare ciò che stavo cercando. Il problema e' che per me che vado via non c'e' un tedesco o un inglese che viene in Italia a fare lo stesso lavoro. Da questo punto di vista non esiste reciprocità e su questo bisognerebbe confrontarsi''.  Ecco dunque il vero problema davanti all’Italia e non solo alla Calabria, assolutamente di attualita’ con la situazione economica dell’Italia e dell’Europa intera: non esiste reciprocita’, non c’e’ sinergia e sintonia e ai tanti Ferragina attratti da Gb, Francia, Germania (per non parlare di Usa e Canada) non fa riscontro un analogo fenomeno verso l’ Italia. Qui sta tutta la difficolta’ che vive oggi il nostro paese, non solo la Calabria. Magari si trattasse solo di noi!

Tifosissimo del Catanzaro, proprio davanti ai colori giallorossi Emanuele Ferragina smette per un attimo l'aplomb oxfordiano. Ma con il capoluogo calabrese, dove e' nato 28 anni fa, Ferragina mantiene forti legami: di recente e' stato nel team di Salvatore Scalzo, candidato del centrosinistra alle ultime elezioni comunali della primavera scorsa essendo stato coautore del programma elettorale. Quindi lui va e torna, partecipa e ci da’ lustro. Ma il punto e’ che lui da’ lustro all’Italia ma l’Italia non gliene da’ affatto. Questo e’ il vero problema dell’Italia di oggi.

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Non si può certo dire che la Calabria abbia accolto con un entusiasmo da ricordare nella storia la visita del Papa, un mese fa a Lamezia Terme e a Serra San Bruno. Sarà stato per il cattivo tempo, sarà stato per un problema tutto interno alle gerarchie cattoliche calabresi, sarà stato perché – soprattutto – lo stato complessivo della Calabria di questi tempi non e’ al massimo, ma non si può certo dire che la visita di Ratzinger abbia provocato nell’opinione pubblica regionale dei sussulti. Qualcuno ha giustamente detto ‘’Nemmeno il Papa scuote la Calabria’’.

Perché la verità – al di là delle contingenze di cui sopra si e’ detto – e’ amara da constatare ma e’ propria quella: nemmeno il Papa riesce a svegliare dal torpore ormai atavico questa terra. Una vergogna in piena regola, perché il Papa tedesco ha scelto due momenti assai significativi, nel cuore della Calabria che deve darsi una svegliata da tutti i punti di vista e nel cuore della spiritualità della certosa di Serra. Ma invece, prima e durante e dopo e’ sembrato che si sonnecchiasse. Eppure Ratzinger ha detto parole importanti, nello stile che e’ suo e non nella prorompente vitalità cui magari si era abituati con Woytila. Ratzinger e’ un Papa che trasmette valori profondi e non passeggeri, e’ un uomo dalla immensa cultura, che prima di ogni altro ha visto e detto di un occidente malato e in cui si sperdevano valori e sensazioni. E anche in Calabria ha detto questo.

Ha detto, ad esempio, Benedetto XVI:  «Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni di questa comunità diocesana. So che vi siete preparati a questa Visita con un intenso cammino spirituale, adottando come motto un versetto degli Atti degli Apostoli: “Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” (3,6). So che anche a Lamezia Terme, come in tutta la Calabria, non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni’’. Poi ha proseguito: ‘’Se osserviamo questa bella regione, riconosciamo in essa una terra sismica non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza. All’emergenza, voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione». E a Serra San Bruno tra i certosini ha ricordato quei valori che si vanno perdendo anche a causa della virtualità dei rapporti, soprattutto tra i giovani.

A un mese da quei due incontri di Lamezia e Serra San Bruno, che cosa resta della visita del Papa in Calabria? A giudicare da quanto scrivono i giornali, un po’ di spazzatura ancora non raccolta sulla spianata dove è stata celebrata la Messa e i conti della Diocesi che sembrano mancare delle cifre promesse dalla Regione. E un dibattito che – pur con alcuni apprezzabili sforzi e nonostante in molti avessero, prima della scorsa domenica, parlato della visita come “evento epocale” destinato a mutare la storia calabrese – non è riuscito a decollare.

Perché? Perché Benedetto XVI – hanno scritto alcuni commentatori su giornali e siti internet - ha un linguaggio pacato, intessuto di riferimenti biblici, che non punta ad ottenere titoloni ad effetto, ma a fornire solide basi ai credenti; un linguaggio la cui profondità si coglie meglio nella, evidentemente non (ancora) fatta, rilettura o che non è stato sufficientemente dirompente rispetto alla gravità dei problemi calabresi? ‘’Perché i “laici” sono ormai incapaci di comprendere i cattolici, se non in maniera strumentale come possibile, ma sempre più incerto, bacino elettorale? Perché i cattolici non sanno trovare  parole per raccontarsi – sfibrati, come sono, dalla galoppante secolarizzazione e dagli scandali interni alla chiesa, indeboliti da quell’impasto di indifferentismo etico e di sfiducia nelle possibilità del cambiamento che pervade la società non solo calabra, e consapevoli delle ampie zone d’ombra di una religiosità che, da una parte, è (stata) capace di alleviare sofferenze d’ogni tipo ma, dall’altra, ha accettato compromissioni col male che «ferisce il tessuto sociale» e, più spesso, non è stata in grado di uscire dalle sacrestie vivificando il territorio? Perché chi ha “sentito” le parole del Papa senza “ascoltarle” ha avuto il buon gusto di evitarne il commento e chi, invece, le ha ascoltate, prova a trasformarle in quelle iniziative di tempo lungo, più nascoste e mediaticamente silenti, da cui, secondo il fiducioso auspicio del Papa, «scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune»? Oppure, perché?’’. Facciamo interamente nostre queste riflessioni di Franca Dattola e le rilanciamo. La Calabria si svegli dal suo torpore, almeno per il Papa.

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DI FILIPPO VELTRI

Il Sud? Sta diventando un Paese per vecchi, con una senescenza demografica crescente e sempre meno lavoro per i giovani. È la fotografia che emerge dal Rapporto Svimez 2011 presentato nei giorni scorsi a Roma. Il Mezzogiorno continua a crescere meno del Centro-Nord, con un tasso di disoccupazione reale del 25%. Un'area a rischio tsunami demografico, in cui nel 2050 gli over 75 cresceranno di dieci punti percentuali. 

In base a valutazioni Svimez nel 2010 il Pil è aumentato nel Mezzogiorno dello 0,2%, in decisa controtendenza rispetto al - 4,5% del 2009, ma distante di un punto e mezzo percentuale dalla performance del Centro-Nord (+ 1,7%). Delle 533mila unità perse in Italia tra il 2008 e il 2010 ben 281mila sono nel Mezzogiorno. Nel Sud dunque pur essendo presenti meno del 30% degli occupati italiani si concentra il 60% delle perdite di lavoro determinate dalla crisi. Incide in questa area, più che altrove, il calo fortissimo dell'occupazione industriale (meno 120mila addetti, che vuol dire quasi il 15% di calo, che diviene il 20% in Campania).

Ma la vera e propria emergenza ­– rileva il Rapporto Svimez – è tra i giovani. Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (nel 2009 era del 33,3%): praticamente al Sud lavora meno di un giovane su tre. Situazione drammatica per le giovani donne, ferme nel 2010, al 23,3%, 25 punti in meno rispetto al Nord del Paese (56,5%). È come se la "debolezza" sul mercato del lavoro, legata in tutto il Paese alla "condizione giovanile", al Sud si protraesse ben oltre l'età in cui ragionevolmente si può parlare di "giovani". Dal brain drain, cioè dalla "fuga dei cervelli", il drenaggio di capitale umano dalle aree deboli verso le aree a maggiore sviluppo, siamo ormai passati al brain waste, lo "spreco di cervelli", una sottoutilizzazione di dimensioni abnormi del capitale umano formato che non trova neppure più una valvola di sfogo nelle migrazioni.

Nel 2010 il tasso di disoccupazione registrato ufficialmente è stato del 13,4% al Sud e del 6,4% al Centro-Nord, a testimonianza del permanente squilibrio strutturale del nostro mercato del lavoro. Nel Centro-Nord la perdita di posti di lavoro tende a trasformarsi quasi interamente in ricerca di nuovi posti di lavoro; nel Mezzogiorno solo in minima parte diventa effettivamente ricerca di nuova occupazione. Rispetto all'anno precedente, i disoccupati sono aumentati più al Centro-Nord (+ 9,4%) che al Sud (+6,6%). In testa alla non invidiabile classifica la Sicilia, con un tasso del 14,7%, seguita dalla Sardegna (14,1%) e dalla Campania (14%). 

In valori assoluti i disoccupati sono aumentati di 59.300 unità nel Mezzogiorno, di cui 18.500 in Campania e 12.600 in Puglia. Il tasso di disoccupazione ufficiale rileva però una realtà in parte alterata. 
La zona grigia del mercato del lavoro continua ad ampliarsi per effetto in particolare dei disoccupati impliciti, di coloro cioè che non hanno effettuato azioni di ricerca nei sei mesi precedenti l'indagine. Considerando questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo nel Centro-Nord supererebbe la soglia del 10% (ufficiale: 6,4%) e al Sud raddoppierebbe, passando nel 2010 dal 13,4% al 25,3% (era stimato nel 23,9% nel 2009). Dopo una riduzione di 110mila unità nel 2008, nel 2009 gli inattivi in età lavorativa sono cresciuti di 329mila unità nel 2009 e di 136mila nel 2010.


Nel Sud cresce la domanda di lavoro in agricoltura (+2%), dopo la forte flessione del 2009 (-   5,8%), con un forte boom in Calabria e Abruzzo, superiore al 10%. In calo l'industria, che segna -5,5%. Ancora peggio se consideriamo l'industria in senso stretto: -7,3%, più del doppio del Centro-Nord (- 3,3%). La dinamica dell'occupazione industriale è sensibilmente negativa in tutte le regioni del Sud, particolarmente in Sicilia (- 8,1%), Calabria (- 6,9%) e Campania (- 6,1%). Fa eccezione il Molise (+ 3,7%), per l'ampio ricorso alla CIG. Giù anche i servizi, con un calo dello 0,4%, ben più marcato che nell'altra ripartizione (+ 0,2%). Particolarmente negativo il dato del Molise (- 4,9%) e della Basilicata (- 3,6%). In controtendenza la Sardegna (+ 3,1%). In valori assoluti, il Sud ha perso nel 2010 77.500 unità nel settore industriale (- 126.600 nel Centro-Nord), e 17.300 unità nei servizi (+ 52.100 nel Centro-Nord). Gli occupati in agricoltura sono cresciuti invece di 16.500 unità, di cui 8.400 al Centro-Nord e 8.100 al Sud (con una forbice compresa tra + 5.800 in Calabria e - 4.900 in Sardegna).

Su queste cifre si è ovviamente imbastito il solito e tedioso balletto delle dichiarazioni di principio, di solidarietà (ma a chi?), le buone intenzioni e via discorrendo. Ci sarebbe da ridere se non venisse da piangere. Tutti sanno quel che accade, poi arriva Istat o Svimez di turno e tutti cadono dalle nuvole e via ai pianti greci di disperazione. Ma – scusate – chi è che deve intervenire? Quegli stessi dei pianti greci di cui sopra. Come a dire che il problema non si risolverà mai. Altro che etica della responsabilità! Intanto quel paese per vecchi diventerà sempre più vecchio.

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Pubblicato in Filippo Veltri
Martedì 27 Settembre 2011 20:50

La Calabria, la sua storia, l’autodistruzione

 DI FILIPPO VELTRIfilippo_veltri

Una pregevole intellettuale calabrese, Maria Franco, quest’estate appena conclusasi mi ha segnalato alcuni testi dello scrittore veneto-calabrese Giuseppe Berto, che racchiude alla perfezione lo stato dell’arte calabrese. E’ assai utile fare conoscere il testo diffuso dalla Franco, perche’ spesso ci mancano le parole per fotografare la situazione nella quale viviamo ed invece qualcun altro quelle parole le ha gia’ usate.  Cosi’ scrive Berto: ‘’ora io non ho paese né luogo al mondo, ho solo questa terra dei suoi racconti e della mia memoria, questa è la terra alla quale posso in qualche modo appartenere.Di solito uno appartiene a due luoghi: quello in cui è nato e quello dove gli piacerebbe vivere. E’ uno degli elementi della nostra inquietudine questo, perché poi accade che se si sta in uno dei due luoghi ci si sente un po’ infelici di non stare nell’altro. Comunque appena la vidi seppi che quella terra dalla quale si scorgevano quelle magiche isole era la mia seconda terra, e qui infine sono venuto a vivere. Il tratto di costa che culmina in Capo Vaticano è pieno di storia e di bellezza. Si potrebbe chiamarlo Costabella, con un pizzico di rimpianto e nostalgia... appena la vidi, seppi che quella terra dalla quale si scorgevano quelle magiche isole, era la mia seconda terra, e qui sono venuto a vivere. Sto su di un promontorio alto sul mare, una punta di granito troppo vecchio che si sfalda precipitando. E’ un panorama stupendo.

E quando dalla punta del mio promontorio guardo gli scogli e le spiaggette cento metri sotto e il mare limpidissimo che si fa subito blu profondo, so di trovarmi in uno dei luoghi più belli della Terra. Spesso, stando lì a guardare, arrivo a dimenticarmi di dove sono, tanto completamente mi appago di quella bellezza e del pensiero senz’altro egoistico ch’essa è mia, mi appartiene... Si chiama così perché è un posto sacro: nell’ antichità i sacerdoti vi andavano ad osservare il volo degli uccelli e altre cose, e ne traevano vaticini. Duecento metri al largo c' è uno scoglio, chiamato Mantineo, e in greco ‘mantéuo’ vuol dire interpretare la volontà divina”. Di fronte, la sconfinata bellezza siciliana: “…l’isola degli aranci sta dall’altra parte celeste e gialla e un poco verde nella sua breve lontananza, e in mezzo c'è un piccolo tratto di mare proprio piccolo ma non ho il coraggio di passarlo, padre non ho coraggio, (...) e del resto non tutti coloro che volevano la terra promessa poterono giungervi, non tutti furono degni della sua stabile perfezione, e così verso sera cerco un posto da dove si possa guardare la Sicilia, di notte l’altra costa è una lunghissima distesa di lampadine con segnali rossi e bianchi (...) ecco qui mi costruirò con le mie mani un rifugio di pietre e penso che in conclusione questo potrebbe andar bene come luogo della mia vita e della mia morte.Però è un fatto che la ricchezza materiale giunta in Calabria all’ improvviso e in non sufficiente misura ha reso la regione più brutta, più inospitale, più scontenta e violenta”. (Nel 74, scriverà «concordo con Pasolini. Raramente mi capita ch’ io concordi in quel che fa o dice Pier Paolo Pasolini, e quando capita mi rattristo, non per me naturalmente, per lui, dato che a pensarla come la penso io c’è da tirarsi addosso i rabbuffi o addirittura gli insulti degli intellettuali radical-marxisti, e lui se ne dispiace»)

Osserva Berto:  «L’antica civiltà contadina, che si era tenuta in piedi sugli stenti  è crollata di colpo: al suo posto non è nata alcun’altra civiltà, è rimasto un vuoto di valori le cui manifestazioni visibili, sono, a dir poco, incivili… La conoscenza dell’alfabeto, se non diventa cultura, dà forza all’ignoranza, e la disponibilità di mezzi rende più potente il disonesto, il furbo… (I calabresi)… si sono messi fervidamente al lavoro e, bisogna riconoscerlo, hanno sbagliato quasi tutto. E’ sorprendente come siano riusciti, in un tempo tutto sommato neanche tanto lungo , a rovinare bellissimi paesaggi con brutte costruzioni, a trasformare siti fino a poco fa campestri in luoghi pieni di cartacce… A parer mio, tutto questo è sbagliato… Potessero costruirci un bel grattacielo ve lo costruirebbero subito, magari arieggiante alla pensilina tranviaria… Invece i calabresi, se vogliono attirare turisti dal nord o dall’estero, dovrebbero preoccuparsi di offrire cose che altrove non si trovano più, e cioè oltre al loro mare, quiete solitudine, paesaggi integri, cose semplici… … per cui succede che molti di coloro che deturpano paesaggi con costruzioni orribili sono intimamente convinti di abbellirlo con capolavori architettonici. Contro queste forze ancorché preponderanti si potrebbe combattere.

Il guaio grosso è che il calabrese è mosso da un irrefrenabile stimolo di autodistruzione che, per quanto riguarda l’ecologia, ha le sue radici in un senso di inferiorità collettiva. I calabresi sono i primi a non credere alla bellezza e all’altezza della loro civiltà, che è una civiltà contadina. Per essi la civiltà contadina è simbolo di miseria, di scarso cibo e di molte malattie, di disprezzo, vero o supposto, da parte di altre popolazioni economicamente e tecnicamente più progredite. E’ comprensibile, quindi, che essi vogliano cancellare le vestigia di tale civiltà.… al suo posto non è nata alcun’altra civiltà, è rimasto un vuoto di valori le cui manifestazioni visibili sono a dir poco incivili… Ora, la civiltà contadina era sì miseria… ma era anche grandissima onestà e nobiltà d’animo popolare, quasi una sacralità che la gente povera esprimeva nel parlare, nel gestire, nel coltivare un campo, nel costruire un muro o una casa. I risultati di quella civiltà, sia nel fare che nel preservare, erano arrivati fino a noi: un patrimonio proprio come capitale, la povertà degli antenati che finalmente diventava ricchezza per i posteri, preziosa materia prima, in quantità incredibile… I calabresi si sono messi con grande energia e determinazione a distruggerla. In questo sono infaticabili e, a modo loro, geniali». La lunga citazione di Berto serve per dire una cosa sola: quello stimolo dell’autodistruzione di cui parla il grande scrittore di Mogliano Veneto e’ forse il tratto di ieri ma anche di oggi. Quello – al di la’ di tutto – e’ il male da combattere. Non tanto oscuro – per restare sempre nell’ambito delle citazioni di Berto – ma assai complicato da combattere e quindi da vincere.

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di FILIPPO VELTRI

filippo_veltriInizia il generale agosto ma l’estate e’ gia’ in pieno svolgimento da alcune settimane e, come al solito, la Calabria ha gia’ dato il peggio di se’.  Polemiche a non finire, mare sporco si’ e mare sporco no, spiagge insicure, la solita valanga di iniziative culturali di basso livello in cui, ovviamente, si perdono anche quelle poche buone, un ciarpame insopportabile che ha portato la Calabria a scomparire da ogni agenda nazionale di qualsiasi tour operator o manager culturali. Non ci siamo e a volte ci si fa del male noi stessi gratuitamente.

Speriamo che agosto, il mese per antonomasia dedicato a vacanze e turismo possa far segnare dei progressi ma ci lasciamo alle spalle giorni e settimane difficili. In verita’ sono decenni difficili. Proviamo allora a fare una mini rassegna del peggio ma soprattutto alcune proposte ben precise e non elusive. Una, anzi, la facciamo subito: non si faccia piu’ una campagna pubblicitaria sul turismo calabrese a maggio. Non ha senso, non ha significato e rischia di aggravare il quadro. Se proprio la si deve fare la si faccia a gennaio, e’ l’ultimo mese utile dell’anno. Poi ci sono sempre sei-sette mesi per cercare di aggiustare il quadro e rimettere a posto la cornice. Perche’ – questo il punto – al danno si puo’ unire la beffa, cioe’ alla solita campagna pubblicitaria magniloquente e ovviamente propositiva delle bellezze fa riscontro un quadro diverso. Questo discorso vale oggi, valeva ieri e valeva avantieri. Cioe’: valeva per Loiero e Chiaravalloti nella stessa misura di Scopelliti.

A Badolato (costa ionica tra Catanzaro e Locri) hanno costruito su una collina un villaggio con alcune centinaia di villette vendute a turisti danesi (sulla carta). Anni fa. La gran parte ora o sono chiuse o sono in vendita. I danesi hanno preferito perdere la caparra versata, una volta messo piede sul posto. Non che non fosse bello il mare o il paese. Ma li’, su una collina senza un albero, che ci facevano loro sbarcati dalla Danimarca e portati senza possibilita’ di avere un auto a noleggio, o di un taxi? Come si muovevano? Nel frattempo vandali o chi per loro hanno devastato quest’inverno una cinquantina di case portando via bagni, arredi e quant’altro. Una vergogna.

Stessa cosa e’ avvenuta a Isca sullo Jonio, poco piu’ a nord, per un gruppo di villette che dovevano essere vendute ad inglesi e britannici in genere. Pochi sono venuti, altri hanno desistito ed hanno perso – anche loro - l’anticipo. Li’ – come a Badolato  - il mare e’ ancora assai bello, pulito, ma poi come si muovevano? Che facevano? Come andavano a fare la spesa? Ora si tenta di agganciare il mercato dei russi, dicono, per non buttare al macero un investimento. Da Diamante a Cosenza due domeniche fa molti hanno impiegato fino a quattro ore di auto (normalmente un ora e un quarto), con file gigantesche provocate dalla chiusura dell’autostrada in tutte e due le direzioni attuata di domenica (!!!), mentre sulla stessa tratta tra Cosenza e Falerna si prevedono – non si sa fino a quando - chiusure notturne, sempre per i lavori di rifacimento della carreggiata, a partire dalle 22 (cioe’ quando d’estate si muove la gente per andare sulla costa tirrenica), della Salerno-Reggio.

Nel tratto basso del Tirreno cosentino spesso di domenica a mare non ci puo’ andare nessuno perche’ e’ sporco , mentre nelle redazioni dei giornali arrivano lamentele da tutta (rpt tutta) la Calabria per i prezzi  esosi  imposti da improvvisati ristoratori per un panino o un’insalata. Non ne parliamo per chi azzarda una cena. Meglio un mutuo, perche’ quei ristoratori della domenica da tempo hanno innescato un meccanismo – che nessuno ha mai provato a fermare – che consiste nel fatto che lavorando 20 giorni ci si deve ripagare per 12 mesi.

Da tutta la regione arrivano inoltre segnali – i numeri li vedremo alla fine – e lamentele sul fatto che di turisti in giro se ne vedono pochi. Vero? Falso?  Anche qui altre valanghe di polemiche sui giornali di luglio, ma ora agosto dara’ la misura esatta del problema. Ora, se la situazione e’ questa – ed e’ sicuramente questa – qualcosa occorrera’ pur fare e intervenire da subito in due direzioni: infrastrutture e ambiente. Non interessa assai capire la gradazione delle responsabilita’, lo ripetiamo per l’ennesima volta. Non ci interessa sapere se e’ piu’ colpevole Loiero di Chiaravalloti o se Nistico’ abbia piu’ responsabilita’ di …non si sa piu’ nemmeno chi.

Il quadro e’ assai serio in se’ e questo dovrebbe bastare. Ma per salvare il salvabile non si puo’ far finta di niente. O aspettare ancora. Due i problemi:  1) Come portare i turisti in Calabria? Con aerei, treni, su strada, via mare etc etc ed e’ dunque il primo problema. Oggi e non domani;  2) rendere a quello stesso turista un ambiente sano e quindi non solo il mare pulito, le spiagge decenti, ma i boschi lindi e le citta’ accettabili. Non ci interessa neanche tornare ora a parlare delle solita litania delle coste devastate, dell’abusivismo etc etc . Problemi veri, noti, chiari ma serve a poco tornare a discuterne solo per fare litanie o processi ad un passato che, tra l’altro, e’ talmente antico che non si puo’ nemmeno processare piu’.  Qualcuno – per cortesia – dia pero’ un segno di esistenza solo su quei due punti. Del resto ne parliamo dopo.

Sul secondo punto – quello dell’ambiente - la Giunta Regionale ha illustrato alcuni giorni fa i punti d’intervento in tutta la regione. Un megapiano. I benefici si avranno, pero’, l’anno prossimo. Sul punto di come portare i turisti e’ evidente che se l’Anas, le Ferrovie e Alitalia non fanno il loro dovere non si va da nessuna parte. Se da Cosenza a Sibari in treno ci vogliono oltre due ore come si fa? Questi sono i problemi veri, il resto e’ chiacchiera e polemica di meta’ estate.

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