Canyon delle Timpe Rosse: nel caveau dei pallidi rubini

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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francesco_bevilacqua.jpgNuvole nere si addensano sulle giogaie della Sila Piccola. Sopra il borgo di Zagarise. Piccolo, fra l'argento degli ulivi ed il verde dei querceti. Sono nuvole che annunciano tempesta. Scendiamo per una sgombra collina da cui si vede la valle delle Timpe Rosse. Una di quelle zone liminari, strette fra monti e mari, di cui la Calabria è ricca. Due frassini da manna (il dolcificante degli antichi) campeggiano sul declivio sabbioso, oggi pascolo e un tempo, forse, granaio. Non sono due ornielli, i frassini selvatici delle selve calabre che davano lavoro ai "mannisi". Sono due alberi domestici, piuttosto, che l'uomo ha selezionato nei secoli, per produrre di più. Restano come segni di un passato che non vuol morire. Sul fianco della collina, una qualche, misteriosa forza tellurica, e forse la furia degli elementi hanno creato guglie e pinnacoli di friabile arenaria. Ci aggiriamo commossi, come si trattasse delle rovine di una città favolosa. Mi ricorda il giorno - simile nella sua atmosfera onirica - in cui facemmo visita ai fantasmi di Bruzzano vecchio, in Aspromonte. Un gheppio fugge nel cielo plumbeo con un frullo d'ali.

Vi è un'aria di sospensione, come di attesa. Penso a "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati. Quei monumenti di pietra sono la fortezza che attende che l'immutabile muti. Ma proprio essi sono le sentinelle di un mondo che è già in trasformazione. Nonostante tutto e tutti. E le pietre sanno, come esseri senzienti, che il mutamento è il senso imprescindibile della vita. Come aveva perfettamente intuito Eraclito. Scendiamo nell'incanto del Canyon delle Timpe Rosse, dove oggi è prevista un'iniziativa del Giardino delle Esperidi (anche questo è un segno di cambiamento, di rinascita). Entriamo nel tempio quando ancora non c'è nessuno, per poter celebrare il nostro rito solitario e silente. Si innalzano sopra di noi pareti striate di ogni sfumatura di rosso, picchiettate dal verde diafano delle piante che allignano in questo ambiente solo apparentemente desertico. La gola si restringe. Una luce debole ma uniforme, grazie al cielo coperto, penetra nelle latebre scavate dall'antico fiume impetuoso. Oggi è un rigagnolo limpido e vivo. Procediamo cauti e timorosi. Consci di aver varcato la soglia del sacro che si annida in ogni bellezza. Se immagino dei pallidi rubini, io, che non conosco il valore di nessun prezioso, ora so dove essi sono serbati: nel segreto, incubico caveau delle Timpe Rosse.

 

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