La foresta più bella

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco_bevilacqua.jpgDue giorni di viaggio mi sfiancano. Alberghi e ristoranti. Aerei e treni e navette. Cemento ed asfalto, a perdita d’occhio. Modi gentili e affettati. Masse vocianti. Persone che starebbero meglio a casa loro catapultate in posti che sarebbero migliori senza di loro. Impazzimento estivo. Una serata di festa cittadina obbligatoria mi spossa. Gimcane tra passeggiatori e venditori. Cibo che sfrigola sulle piastre. Generatori rombanti. Luminarie. Traffico impazzito. Casino. Una pizzeria dove tutti urlano anziché parlare è il colpo di grazie. Abbassate il volume per favore! Niente. Si va per passare una serata insieme e quell’insieme si trasforma in un disperato tentativo di dirsi cose che si fatica anche solo a sentire. Mentre si smanetta sui telefonini. Perciò, accetto di dormire solo poche ore per poter partire presto, la mattina dopo tutto questo, per il mio pellegrinaggio settimanale. Vicino casa: non avrei la forza di lunghi trasferimenti in auto. Quando da San Mazzeo saliamo verso il Monte Mancuso ritrovo bellezza dimenticata. Nuvoloni scuri si sfilacciano sopra di noi. Riversano sul mondo un’acquerugiola leggera.

Tutto è immerso nel silenzio e nella calma. Imbocchiamo un antico sentiero che passa alto sulle frazioni di Telara e Valle Ricciarda. Immersi in una piccola giungla amazzonica. Verde, rigogliosa, umida. Esplosione di rampicanti, felci, arbusti, fiori, fragole. Sontuoso bosco di cerri, castagni, ontani. Dimenticato, per ora, dalle motoseghe. Anche due carcasse d’auto trasformate in ricoveri per gli animali raccontano storie, spiegano modi d’essere. Qui incontrai, una volta, un anziano pastore con il gregge. Era immerso nel bosco, seduto ai piedi di un enorme castagno. Anche quel giorno piovigginava. Mi parve il dio Pan in persona. Non corrotto dall’idea giudaico-cristiana che la natura sia il dominio dell’uomo. Una sorta di creatura sopravvissuta, incubica, dai tempi in cui queste terre erano greche. I tempi in cui la natura era increata, sfondo immutabile che nessun dio o uomo mai fece, come dice Eraclito. Regno della necessità. Che è la necessità di ciò che ha fine, albero o uomo che sia. “Ananke”, la chiamavano i greci. Oggi siamo noi a sentirci immersi nella natura increata, in quell’armonia cosmica da cui i greci traevano le regole del vivere e del morire. Cala la nebbia. E il bosco di faggi diventa una fiaba che solo noi abbiamo il privilegio di ascoltare. Un toporagno, una talpa, una salamandra pezzata. I resti del faggio colossale che con Giulio Morrone e Luciano Rimini, trent’anni fa salvammo da un incendio. E che poi qualche vandalo tagliò. La foresta oggi è un utero caldo ed accogliente. La nebbia è il nostro liquido amniotico. La foresta più bella è sempre quella vicino alla nostra casa. Qui, dove ancora esistono le foreste vicino alle case.

         

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