Da ieri, la montagna ed io siamo un caso per le neuroscienze applicate al dolore

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco_bevilacqua.jpgSiamo entrati dei mesi della follia vitalistica collettiva. Tra luglio e agosto tutti devono essersi in qualche modo divertiti, devono aver in qualche modo trasgredito, devono essersi abbronzati sino a sembrare dipinti, devono aver portato i figli per un mese al mare, “perché gli fa bene”. E poco importa se quel mare è un carnaio immondo, costruito nei decenni del boom economico come un’arraffazzonata città lineare che si rianima solo in quei mesi e per il resto dell’anno giace tramortita. E poco importa se la distruzione del paesaggio costiero calabro si deve anche a gente rosa da una psicosi che la costringe, pur abitando a dieci, massimo venti km dal mare, a transumare, come le mandrie di bovini in Sila, su lungomari fetidi, urlanti, puzzolenti. Quella stessa gente che si siede sotto una fila di ombrelloni, ogni tanto si cala in un mare appena insaporito dalle sue stesse deiezioni, colate lì attraverso depuratori finti.

Noi, domenica mattina inauguriamo questo lungo periodo di penitenza e contrizione, partendo dal Centro Visita del Cupone nel Parco Nazionale della Sila. Siamo la prima auto a parcheggiare nella grande area pic-nic sul Lago Cecita ed i soli ad attraversare, a quell’ora, il Centro, diretti verso Quattro Vie, per tentare un grandioso itinerario ad anello che ci porterà a Colle Napoletano, Serra Ropollata. Macchialonga, Cozzo del Principe, Bosco del Corvo, di nuovo Cupone. Nella solitudine, nel silenzio, nella bellezza. La foresta è buia e immobile. Nell’aria ferma fugge un’upupa, l’”ilare uccello” di Montale. Uno scoiattolo fa il funambolo su un alto pino. Ho male ad un polpaccio. Il mercoledì precedente, correndo, ho avuto uno stiramento. Sono stato tutta la settimana fasciato e con pomate antinfiammatorie. Sento che in salita il dolore si riacutizza drasticamente. Penso che dovrò rinunciare. Ma resisto alla tentazione. Cammino strano, caricando di più l’altra gamba e appiattendo il piede di quella malata. Stringo i denti. Ecco i recinti faunistici. Vediamo daini e cervi. I lupi no. Staranno ancora sonnecchiando sotto qualche cespuglio. Giungiamo a Quattro Vie e da qui saliamo verso Colle Napoletano. In una foresta magnifica, costellata di alberi colossali. Ecco il gigantesco obelisco arboreo di Pino grande. Riluce nel sole del mattino. Tutto scanalato ed intriso di resina profumata, la famosa “pece bruzia” dei Romani. L’ossigeno comincia a schiarire la mente. Le visioni riattivano i sensi. Quelli noti, ma anche quelli ignoti, che la scienza non ha mai scoperto, nonostante la sua pretesa assolutizzante. Lo spirito ritrova l’idea del sacro. E la gamba, anziché contrarsi o strapparsi definitivamente, finisce di dolere. Come per miracolo. Scrivo al mio ortopedico un sms per sottoporgli il caso. Com’è possibile che un muscolo malato, sottoposto a stress, invece di aggravare la patologia, smette perfino di dolere? E’ possibile che il piacere per la bellezza che ho intorno abbia bloccato i recettori del dolore? Quali sostanze sta producendo il mio organismo: endorfine, dopamina, serotonina? Risponde che, a volte, il dolore sta nelle nostre teste, prima ancora che nei muscoli o sulle ossa. Mi propongo come caso di studio in università. Eccoci sulla sommità sgombra di Serra Ripollata. Sotto di noi l’ondeggiare delle praterie di Macchialonga costellate di fioriture policrome. E poi quei neri pini della Sila che la rendono un luogo così disambientato rispetto al resto della Calabria. Un pezzo di Norvegia scagliato nel cuore del Mediterraneo, scrisse Guido Piovene. Lo sfondo di un quadro rinascimentale osservò Bernard Berenson. Attraversiamo come pellegrini in preghiera la prateria, dove nessun vacanziere impazzito riuscirà mai a salire: ci vuole “troppa” fatica, troppo impegno per le loro menti ipocondriache, catatoniche. Saliamo su Cozzo del Principe, scavalchiamo il crinale, giungiamo al belvedere sul Lago Cecita: una chiazza slabbrata color pistacchio che si staglia su uno sfondo che sembra il Grande Ovest americano. Ci attendono gli “indiani”, Francesco Berardi e gli altri, pochi amici venuti da Acri e da Cariati.

Scendiamo attraverso il maestoso Bosco del Corvo nuovamente al centro visita del Cupone. Qualche avvisaglia: confezioni di crostatine da supermercato gettate tra le felci e le fragole, una bottiglia di plastica, tre ragazzotti con la testa scotennata ed un ciuffo di capelli ispidi al centro, qualcuno che arranca con le infradito di gomma. Giungiamo al Centro del Cupone. E’ invaso da “quelli lì”. Quelli che alla spiaggia impazzita, per un giorno, hanno preferito “la montagna”. Ma sono della stessa razza. Vagano senza sapere dove siano. Senza sapere cosa fare. Senza nessuna idea del paradiso che si apre dopo appena dieci minuti di cammino verso monte. Senza sapere di avere davanti un caso clinico. Senza sapere di essere essi stesi dei casi clinici.

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