L’Italia nel mezzo della complessità islamica e della miseria in Africa

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà
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pino_gulla.jpgL’arresto del marocchino a Cosenza perché possibile foreign fighter (combattente straniero) dimostra ancora una volta la capacità investigativa della Digos della Città bruzia e del Servizio Antiterrorismo della Polizia di Stato. Pare che gli indizi siano alquanto pesanti. La notizia della custodia cautelare è stata una sorpresa per gli abitanti di Luzzi, il paese dove  l’extracomunitario risiedeva fin dal 2006 con la famiglia. Gli intervistati del luogo lo hanno descritto come persona tranquilla insieme a genitori e fratelli, perfettamente integrati e laboriosi. Ciò fa riflettere sulla preoccupante capacità  di manipolazione da parte dell’Isis. Anni fa furono arrestati tre extracomunitari di origine marocchina residenti in Calabria (Sellia Marina e comunità  marocchina di Lamezia Terme-Gizzeria Lido) “con l’accusa di addestramento ad attività di terrorismo internazionale”. Da non trascurare, inoltre,  la propaganda jihadista in internet.  Dalla Calabria passando per Roma nell’Anno Santo del Giubileo fino in  Lombardia si segnalano potenziali foreign fighters e lupi solitari dormienti. Non solo. Per quanto riguarda probabili attentati, monitoraggio e prevenzione non mancano da parte delle Forze dell’Ordine. Louise Shelley, professoressa e direttrice del Terrorism Transnational Crime and Corruption Center alla George Mason University (Virginia, Usa) intervistata da Lucio Caracciolo e Fabrizio Maronta per conto di Limes, ha affermato la notevole capacità di intelligence dell’Italia, maturata fin dagli anni del terrorismo politico a differenza della Francia. Tanto è vero che, nonostante le minacce dell’Isis nei confronti di ministri “crociati” e verso il Vaticano, non si sono verificati episodi degni di nota. E pare che qualche tentativo sia stato scongiurato sul nascere e/o bloccato prima che venisse portato a compimento.

Il discorso cambia naturalmente oltre confine, nelle zone di guerra o di crisi. Tra gli ultimi ricordiamo l’attentato intimidatorio l’11 luglio scorso che ha distrutto la sede del Consolato generale d’Italia al Cairo in Egitto. Germano Dottori, docente di Studi strategici presso la Luiss-Guido Carli, ci informa sugli interessi economici dell’Italia in quel Paese: alcuni mesi fa l’Eni ha annunciato la scoperta di un immenso giacimento di gas. Non a caso Renzi è stato il primo tra i premier occidentali ad andare in Egitto dopo il colpo d Stato. E il governo italiano non dimentica barconi e petrolio libici. A breve il presidente del Consigilio ritornerà in Africa. Sarà in visita di Stato in Nigeria, Ghana e Senegal insieme a rappresentanti della Confindustria e di grandi aziende italiane. Interessi economici e commerciali al centro dei colloqui.  Per gli stessi motivi si è dato da fare il ministro degli esteri Gentiloni in Algeria. Buone relazioni diplomatiche si sono attivate anche con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti (ricordiamo il salvataggio dell’Alitalia) e il Qatar. E poi c’è la Turchia, che ha sempre ricevuto Il sostegno dall’Italia. A noi sembra un muoversi a tutto campo, cercando di isolare l’Isis, per ragioni economico-finanziari e di geopolitica. Altro problema emergenziale è l’esplosione demografica in alcuni Paesi africani  che meriterebbe approfondimento adeguato, magari in un altro articolo. Da qui la distinzione tra rifugiati a causa dei conflitti  e clandestini per motivi economici. Ma non finisce qui. Al di là delle statue coperte, su cui sospendiamo il giudizio, un bel punto a nostro favore viene dato per la visita in Italia di  Rouhani; al seguito del capo dello Stato iraniano, ministri, imprenditori e uomini d’affari; 17 miliardi in attesa di essere investiti. E papa Francesco ci aiuta non poco ricevendo il fedele di Allah nella Chiesa di Dio.

Però alcune problematiche diventano complesse. Il nostro Paese si trova nel mezzo di una situazione difficile: profughi da gestire, crisi del trattato di Schengen, filo spinato al confine di alcuni Stati dell’Ue, nuove rotte degli scafisti e altre coste da controllare (quelle pugliesi).  La sospensione è prevista dal Trattato e non è la prima volta che succede. Su Wikipedia vengono elencati  cronologicamente gli eventi che hanno determinato l’interruzione provvisoria dell’accordo di Schengen. Citiamo soltanto i casi, a nostro avviso, più eclatanti: in Francia nel 2005 dopo gli attentati di Londra e nel 2015 dopo la strage a Parigi; in Italia nel 2001 e nel 2009, rispettivamente per il G8 di Genova e dell’Aquila; due anni fa in Norvegia per allerta terrorismo. Questa volta non si tratta di eventi o di fatti limitati nel tempo, bensì di un’emigrazione di massa epocale che si protrarrà a lungo. Fabrizio Maronta, docente di Geopolitica ed Economia all’Università degli Studi Roma Tre, in Requiem per Schengen ha posto l’accento sul fatto che il Trattato “è stato riformato nel 2012, introducendo una clausola che dilata a sei mesi (prorogabili per altri sei) la possibilità per uno o più Stati di ripristinare controlli alle frontiere”.  Probabilmente sulla base di questo si è deciso di prorogare fino a settembre. Ma siamo già al filo spinato e alla sospensione di fatto dell’accordo da parte di alcuni Stati. Certi leader europei lo dichiarano apertamente. La minaccia di nuovi muri è molto concreta. Il tutto si ripercuoterà sulle coste meridionali del nostro Paese  dove ci saranno più sbarchi. Saremo in grado di gestirli? A questo punto è necessario moltiplicare gli sforzi e continuare sulla strada dell’accoglienza e della integrazione  che ci ha contraddistinti per quanto attiene al  primato della civiltà. E’ anche una risposta politica al populismo delle convenienze elettoralistiche, nell’attesa spasmodica che Europa e Paesi extraeuropei intraprendano azioni concrete in funzione della pace o quantomeno della non belligeranza nelle zone martoriate dalla guerra. Non si può pensare ad una ripresa economica a frontiere chiuse in  Europa e  con lo stato di guerra  in alcune regioni islamiche della tempestosa area mediterranea.

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