Calabria napoleonica: eversione del feudalesimo e ascesa della borghesia

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio

francesco_vescio-ok_48ed3-1_c2018_736f4_c645b_efd06_cf25d_61a3f_f5055_fa53c.jpgNel presente scritto si cercherà di delineare, in modo sintetico, uno dei momenti più significativi della storia calabrese dell’Ottocento,  esaminata nella sua specificità, pur se considerata nel contesto dinamico  dei mutamenti  culturali, politici, dinastici, economici e sociali, che contraddistinsero l’Europa tra il XVIII secolo e l’inizio del XIX. Va preliminarmente chiarito che i calabresi nel periodo storico sopra indicato presero posizioni diverse tra le opposte contrapposizioni, che emergevano frequentemente tra moderati e/o  rivoluzionari da una parte e conservatori e/o reazionari dall’altra;  tanti, di volta in volta, si avvantaggiavano in conseguenza del mutare delle fortune dei sovrani che si avvicendarono al potere nel Regno di Napoli: Borboni e Napoleonidi, regnanti di origine francese; tale aspetto dinastico, spesso non è stato preso in considerazione, in ogni modo  proprio allora si cominciò a delineare in Europa la transazione, convulsa ed intricata dallo ‘Stato dinastico’ allo ‘Stato nazione’, per come viene indicato nel brano successivo:  “Le economie ‘nazionali’,  al pari dello ‘Stato nazione’, stavano appena cominciando a prendere forma nel XVIII secolo, un secolo ancora dominato, almeno in Europa, dalla politica di uno Stato dinastico, non di uno Stato ‘nazione’ […] Il tema centrale, il processo centrale, nell’Europa del XVIII secolo fu la crisi e il collasso definitivo della struttura istituzionale, culturale, politica ed economica di quello che era noto come il mondo dell’Ancien Régime […] Ma questa sensazione di cambiamento e di innovazione era anche inseparabile dalla cultura del XVIII secolo. Ciò non significa che il XVIII secolo fu realmente un ‘periodo dell’Illuminismo’: quegli scrittori che autocoscientemente si appellavano ai princìpi dell’Illuminismo e deliberatamente asserivano la supremazia della ragione sulla fede e sulla tradizione ben sapevano di essere una minoranza ristretta, anche se la loro influenza era grandemente esaltata dall’ascolto simpatetico che trovavano tra i governanti dell’epoca.  L’Illuminismo era in parte erede della grande “ Rivoluzione Scientifica” del secolo precedente, ma era anche un segno del nuovo cosmopolitismo che portò gli europei a contatto gli uni con gli altri da San Pietroburgo ad Edinburgo, da Oslo a Roma, da Madrid a Varsavia, da Londra a Napoli, da Parigi a Berlino; portò anche il Vecchio Mondo Europeo in più stretto contatto sia con l’Oriente sia col Nuovo Mondo appena emergente…” ( John  A. Davis, Tra espansione e sviluppo economico nell’Europa del XVIII secolo, in ‘ AA.VV., Dall’Espansione allo Sviluppo- Una Storia Economica d’Europa’,  G. Chiappelli Editore, Torino, 2011, pp. 144-147).

Anche la Calabria fu coinvolta nei profondi mutamenti del XVIII secolo per come esposto nel passo che segue: “ Nel Settecento, passato il Mezzogiorno sotto i Borboni, la Calabria sembra essere dominata dai mali tradizionali.  Quattordici sono ancora le terre regie e tutto il resto del territorio regionale resta sotto il dominio delle grandi casate feudali […] Tuttavia la crisi profonda del secolo precedente ha fortemente indebolito il grande baronaggio: molti grandi feudi sono passati da una mano all’altra e tutto il sistema è colpito in punti essenziali : e nelle fratture sempre più ampie e gravi si è inserito il nuovo ceto borghese di origine terriera o professionale, che in connessione con le contemporanee vicende del Napolitano sboccherà nel più vasto processo unitario della nazione. Le plebi cittadine e campagnole sopportano il peso maggiore della lunga crisi economica (perfino le attività artigianali e l’industria della seta sono in decadenza), e anzi sono le prime vittime delle pur lente trasformazioni che la nuova borghesia introduce nel commercio e nella vita agricola; tuttavia guardando la società calabrese nel suo complesso, vi si avverte un respiro più ampio e più profondo, a cominciare dalla vita amministrativa e dalle lotte interne ad esse connesse. E questo nuovo corso si accentua alla fine del secolo, quando Ferdinando IV, prendendo le mosse dal terribile terremoto del 1783 che distrusse buona parte della Calabria meridionale, delibera la confisca dei beni ecclesiastici e forma la Cassa Sacra: i contadini restano a mani vuote, e anzi si vedono piombare sulle spalle affittuari ed agenti più esosi, ma il ceto borghese rafforza la sua costituzione e aumenta il suo peso politico” (Gaetano Cingari, Risorgimento Calabro, in  ‘tuttitalia- Enciclopedia dell’Italia Antica e Moderna- Calabria, Edizioni Sadea – Sansoni, Firenze, 1963, p.33 ).

I Francesi occuparono il Regno di Napoli nel 1806 e, oltre agli impegni militare relativi alla conquista, si misero all’opera per mutare l’ordinamento legislativo ed amministrativo dello Stato, tra le nuove norme approvate di notevole rilevanza furono quelle inerenti l’eversione della feudalità per come riportato nel testo successivo: “Certo, senza l’azione di forza da parte dei Francesi ed una nuova rivoluzionaria concezione dello Stato, l’antico regime non sarebbe stato travolto. Il baronaggio se potette illudersi per un momento di eludere la legge eversiva, con la solita tattica ostruzionistica […] dovette con amarezza prendere atto del contenuto rivoluzionario della legge napoleonica del 2-8-1806: ‘ La feudalità con tutte le sue attribuzioni resta abolita. Tutte le giurisdizioni sinora baronali ed i proventi qualunque che vi siano stati annessi, sono reintegrati alla sovranità dalla quale restano inseparabili’. Furono perciò soppresse tutte le prestazioni personali e dei comuni, le contribuzioni feudali […] ed i diritti proibitivi” (Giuseppe Brasacchio, Storia Economica della Calabria – Il Decennio Francese- 1806-1815, Volume Quinto, Edizioni EffeElle, Chiaravalle Centrale, 1980, p. 59 ).

Nello stesso periodo furono soppressi numerosi ordini religiosi, per esplicitare la notevole dimensione di tale provvedimento si riporta il passo seguente: “In totale la Calabria fu interessata a un terzo dell’intero movimento delle soppressioni. In particolare furono soppressi 367 enti ecclesiastici, 202 in Calabria Citra e 165 in Ultra. Il movimento complessivo dei beni risultò, quindi, inferiore a quello della Casa Sacra, ma come allora gli acquirenti furono, quasi esclusivamente, rappresentanti della borghesia agraria e del patriziato cittadino […] In conclusione, le vendite napoleoniche non crearono, almeno in Calabria,  ‘né nuovi né grossi proprietari; ma servirono solo ad impinguare patrimoni, già discreti, di agiate famiglie borghesi’. Estraneo agli acquisti fu il ceto contadino e bracciantile che, col passaggio della proprietà ai borghesi, vide accentuato il suo ruolo subordinato” (Antonio Puca, La Calabria nel Decennio Francese, in ‘Storia della Calabria Moderna e Contemporanea – Il Lungo Periodo’, Gangemi Editore, Roma- Reggio Cal., 1992, pp. 429-430). Da quanto sopra si può facilmente inferire che la terra espropriata passò, prevalentemente, dagli ordini religiosi ai borghesi già possidenti, rafforzando questo ceto a danno dei contadini, dei braccianti e dei feudatari, i quali avevano dominato precedentemente nella vita politica, economica e sociale della regione.

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