Di quando Maurits Cornelis Escher fuggì dal museo e venne a cercare le salamandre nella foresta stillante di pioggia

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco-bevilacqua-foto-blog-nuova_a2f0e_44eac_0e1b1_57fb8.jpgDinanzi al fuoco, nel buio. Le fiamme sfidano la gravità. È il cielo ad attrarle: il sole, di giorno; le stelle, di notte. Quei ciocchi nel focolare vengono da alberi. Anche gli alberi se la ridono della gravità. Oggi ho visto alberi e fiamme tutto il giorno. Anche se non c’era alcun fuoco, nel bosco. Ma solo colori. Che credevo ormai perduti, nell’autunno così precoce e burrascoso. Un inatteso cammino con meteo avverso ci ha regalato i colori che parevano segretamente dileguati. Una volta la chiamavamo “pioggia”; oggi è “meteo avverso”. Un tempo dicevamo: “domani piove”; oggi dicono: “domani allerta meteo”. Un tempo gli scolaretti tornavano a casa zuppi d’acqua e le madri li asciugavano prima di desinare. Oggi le scuole si chiudono e i ragazzi per metà giornata dormono e per l’altra metà guardano la TV, giocano sul pc o sullo smartphone, cercano su You tube i loro eroi virtuali, chattano sui social … sicuri nelle loro case prigioni. Senza udire il rumore della pioggia. Senza riconoscerne l’odore. Senza comprendere che non è un accidente che la natura ci manda per punirci da chissà quali peccati.

Di domenica però, perfino col meteo avverso, gli umani abbandonano i rifugi: tutti rintanati nei centri commerciali e nei ristoranti. Eppure la pioggia l’hanno cercata, ammirata, cantata i poeti, Dannunzio, Neruda … Amo sentire la pioggia scendere sul mio cammino, inondare il mio corpo, gocciolare oltre l’orlo del cappuccio. Oggi non ne potevo proprio più di starmene rintanato e, a metà mattinata esco ugualmente a camminare. Avevo ascoltato attentamente l’evoluzione meteo da chi la meteorologia la conosce sul serio. Sapevo che la pioggia sarebbe arrivata … ma sarebbe stata, appunto, pioggia, normalissima pioggia. Anzi, per me, amata pioggia. Parto da una vecchia strada di campagna, sotto Monte Castelluzzo. Quando è chiaro, da qui si vedono l’Istmo di Marcellinara, punto più stretto d’Italia, un tratto della Piana di Sant’Eufemia e il golfo omonimo. C’è una casa contadina non lontano, con degli orti. Prima o poi andrò a salutare questa gente. A spiegare il perché delle nostre lunghe passeggiate a monte dei loro poderi.

A rassicurarli. Per loro, che vivono immersi nei boschi, nei campi, in questi paesaggi da sogno, per loro che si svegliano e si addormentano con negli occhi queste vedute immaginifiche … quel che facciamo noi non ha senso. Loro sono parte dei luoghi, e i luoghi vivono dentro di loro. È una simbiosi. I loro avi e loro stessi hanno fatto il paesaggio in un triplice senso: lo hanno creato e trasformato; lo percepiscono osservandolo; lo possiedono come parte della loro identità culturale. Tutto ciò impedisce loro di capire come siamo fatti noi cittadini, cos’è quest’irrefrenabile stupore che ci assale ciclicamente quando invadiamo, senza un motivo evidente, ciò che per loro è così ordinario. Per tornare, alla sera, a rinchiuderci nelle nostre piccole, asfittiche fortezze cittadine. Ma loro non vedono tutti i giorni – come li vedo io – i volti della gente nelle auto in coda, negli uffici, nei supermercati, dinanzi alle scuole. Forse è una mia deformazione, ma io li osservo sempre quei volti.

E vedo facce tese, preoccupate, affrante … talvolta anche ostentatamente ridanciane ... Sicché, chi vive in città e conserva ancora un animo gentile non può rimanere indifferente dinanzi alla bellezza che ancora ci offre la natura. I contadini di quella casa sono come eremiti. Hanno scelto di non vivere in branco. La loro non è una fattoria del Mulino Bianco. Non è un reality. Non è una fiction. Vivono lontani dal mondo, eppure nel cuore del Mondo, come direbbe Mircea Eliade. Ci andrò, un giorno, a spiegare. E forse sarò io a capire. È un sentiero, quello di oggi, che ho fatto decine di volte. Eppure so che non sarà la ripetizione di una pura e semplice sgambata. So che ogni cammino, anche ripetuto, è sempre diverso. È il giorno dei paesaggi-microcosmo. Lo sguardo non può andare lontano: ci sono le nubi. Perciò si sofferma vicino, sulla terra, sulle foglie, sull’erba, sui funghi, sui muschi, sul legno marcio … Sino a che non entro nella faggeta. Credevo di trovare gli alberi già nel loro stato letargico. E invece è un’esplosione di colori. La lettiera di foglie è un damasco prezioso. Volano giù dai rami, ad ogni folata di vento, altre foglie.

Tutto è pervaso da un riflesso cremisi. Anche le cortecce dei faggi. In un primo stagno una salamandra pezzata (la sottospecie meridionale “Salamandra salamandra gigliolii”) sta, come una regina nella sua corte, al centro dello specchio d’acqua, invaso di sassi, legni, foglie. Più avanti, in un secondo stagno ben quattro salamandre vicine! Queste creature fatate escono di notte o nelle giornate buie e piovose per predare insetti, larve, piccoli invertebrati. Nelle credenze popolari questo sgargiante, lento, pacifico, animaletto è ritenuto magico, misterioso, capace di camminare senza danni sui tizzoni ardenti. Quando giungiamo al confine fra i faggi ed i cerri siamo all’acme del godimento estetico. Il damasco si è trasformato in un arazzo policromo. E la nebbia è la scenografa sublime di questi quadri vivi e perenni. Ecco, avrei potuto visitare la mostra di Escher a Catanzaro, all’asciutto, al sicuro. Dove pure l’artista è attratto da queste creature evocatrici di antichi portenti giurassici, ideali per i suoi giochi di movimento geometrico sulla carta. Ma se Escher avesse saputo… sarebbe fuggito via da quelle sale asettiche, che celebrano la permanenza dell’impermanenza. E mi avrebbe raggiunto quassù. Si sarebbe seduto su quel tronco riverso, avrebbe tolto dalla sua scatola, matite, fogli colori, avrebbe provato a svelare a suo modo i segreti della percezione profonda … nella sinfonia del vento, della nebbia, dei colori e di una fine pioggia purificatoria.

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