Fiori appassiti dal Polo museale regionale

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida

Iuffrida_matita-OK_0e788_db425_50701_ad838_a3ec4_50f5e_39a7a.jpgTra il Polo museale regionale e la città, sin dall’inizio (che si può fare coincidere con il dm 23 gennaio 2016), si è stabilita spontaneamente una relazione, per così dire, equivoca, tuttora irrisolta. Il complicato rapporto è sintetizzabile con l’intuizione di Antonio Paolucci, che intravedeva nella riforma Franceschini soltanto un moltiplicatore di confusione, chiosando: “così vanno le cose, viviamo in tempi calamitosi”.

Da subito è parso scontato dover rimpiangere il lavoro dell’Associazione archeologica, sotto la regia della Soprintendenza competente e dell’infaticabile Roberto Spadea, che ben sintetizzava l’ammirevole rapporto tra Stato ed energie locali.

Queste riflessioni sono dovute all’importanza del Complesso monumentale di san Domenico, che racchiude, più di qualsiasi altro contenitore edilizio, la storia della città, delineabile dai numerosi studi locali e, ultimo in ordine di tempo, dal bel lavoro di Domenico Benedetto D’Agostino.

È soprattutto la sua storica poliedrica funzione a farne un simbolo irrinunciabile della memoria collettiva, ancor più del castello e della storia tormentata della Cattedrale, fatta di sismi, di alluvioni e, oggi, di offensivi terremoti culturali connessi alla recente costruzione dell’antagonistica concattedrale, di cui la città non avvertiva – senza aggiungere altro – uno stringente bisogno. Una presenza importante – quella del Complesso di san Domenico – non tanto per la sua mole quanto per le memorie che racchiude, soprattutto in relazione alle numerose utilizzazioni che hanno fatto seguito alle tre soppressioni (di natura politica) negli anni 1784, 1809 e 1862, consentendo alla città di proporsi, di fatto e in ogni stagione amministrativa, come moderna città di servizi. Uno spazio fisico, luogo di preghiera, di studio, di amministrazione, di socialità, di assistenza e di cultura, estesa fino a comprendere, all’interno del chiostro, anche le prime proiezioni cinematografiche degli anni Trenta in città.

L’importanza dell’insediamento è legata soprattutto al ruolo propulsivo non tanto dal punto di vista religioso, quanto da quello culturale ed economico. Ha rappresentato, di fatto, una vera e propria occasione rivoluzionaria, capace – più di ogni altra struttura civile o religiosa – di mettere in movimento il pensiero (forniva formatori, teologi e ha contribuito, per esempio, ad appagare la curiosità intellettuale di Tommaso Campanella) e le attività produttive effettuate in collaborazione con braccianti e contadini, garantendo in parte il sostentamento della popolazione e finanche l’assistenza sanitaria somministrando “semplici” (erbe medicinali). Un salto culturale notevole: non più, quindi, la presenza spirituale del monachesimo basiliano ed eremitico, isolato e spesso inaccessibile, ma una struttura religiosa dinamica, calata nella realtà e nei bisogni della gente comune, ed in grado di mettere in moto istruzione ed economia con attività di credito, di cogestione dei fondi rustici e di concessione di case di abitazione (nel Settecento se ne contavano novantasette a due piani), di frantoi e mulini. Non solo i molti “bracciali”, che tentavano di salire alla dignità di contadini, ma anche il conte Marcantonio Caracciolo poteva godere del privilegio di prestiti in danaro (corrispondeva annualmente al convento trecento ducati per un prestito ricevuto di seimila). Rappresentava di fatto, quindi, uno Stato moderno che si sostituiva ai regnanti, offrendo case, lavoro e assistenza sanitaria.

In questa direzione andava il sostegno offerto dallo stesso conte Caracciolo, che il 24 settembre 1501 manifesta, al vicario della Congregazione domenicana, la volontà di favorire l’insediamento in città dei frati (già alloggiati in via provvisoria nel convento di santa Maria delle Grazie), assegnando in dote molte rendite legate alla preesistente piccola chiesa dell’Annunziata, in cambio dell’impegno di realizzare un convento e di destinarne una parte ad “hospitale”, struttura votata ad accogliere i pellegrini di passaggio. In sostanza il convento avrebbe dovuto funzionare come un vero e proprio “centro di servizi”, con il sostegno delle donazioni del conte, che in pratica “delegava” al convento ogni forma di assistenza utile alla popolazione. Una sorta di surroga di uno Stato assente.

L’altro aspetto, altrettanto importante, concerneva l’idea del conte di stimolare una sorta di rigenerazione urbana trasformando l’antico “hospitaletto” in una più grande struttura (l’“hospitale”) e la piccola chiesa della ss. Annunziata, ormai in stato di abbandono, in una più grande preservando la cripta destinata a luogo di “transito” sepolcrale della stessa famiglia Caracciolo. L’aspetto urbanistico più interessante riguarda la localizzazione del convento, all’esterno del nucleo abitativo medievale ma al centro dei piccoli nuclei insediativi satelliti facenti parte della città (“le Croci”, “Cattedrale”, “Cavallerizza”, “Terravecchia”, “Bagnis/Calia”). Piccoli quartieri che, sebbene distanziati tra di loro, ruotavano intorno ad un grande spazio centrale, antico coltivo della città nella disponibilità del feudatario, poi in parte concesso al vescovato e ai cui margini si collocavano, in momenti diversi, il convento di santa Maria delle Grazie, la chiesa di san Giovanni, la chiesa di santa Caterina e poi il nuovo Episcopio. Non secondaria è la posizione strategica del Complesso, allocato lungo il percorso che i viandanti seguivano, verso ovest, in direzione dell’Abbazia Benedettina e l’approdo della Marina di Sant’Eufemia o, ad est, verso Catanzaro e il punto di guado più agevole del fiume Amato.

Per riportare l’argomento all’attualità, va ricordato che il convento e la chiesa di san Domenico sono stati trasferiti al comune di Nicastro per effetto dell’art. 20 del r.d. 7 luglio 1866, e “consegnati” con nota del Fondo per il culto n. 2298/17872 del 3 maggio 1867, insieme agli altri due conventi e alle chiese dei francescani e dei Cappuccini. L’annesso “Pidocchietto”, già oratorio della Confraternita del Rosario, viene trasferito al comune di Nicastro in un secondo momento, intorno al 1870, quale oggetto di permuta con la chiesa di san Domenico, su richiesta della Congregazione del Rosario. Poi, in seguito alla richiesta del vescovo Giambro del 12 luglio 1934, il comune trasferisce la proprietà del terreno adiacente al campanile su cui verrà realizzato un corpo di fabbrica per sagrestia, dei depositi e delle piccole camere per ospitare i padri Minimi, a cui era stata affidata la parrocchia. In appendice, va aggiunto che la proprietà mista, desunta da dati catastali non probatori, deriva, con molta probabilità, dalla constatazione dello stato dei luoghi e della presa d’atto degli occupanti da parte dei rilevatori incaricati (attività espletate a partire dagli anni Trenta, in concomitanza con la presenza di truppe dell’esercito all’interno dell’antica struttura conventuale, in molte occasioni indicata come ideale sede militare; l’atto ufficiale del Consiglio comunale del 31 ottobre del 1947 dovrebbe aiutare ad acclarare in maniera approfondita l’antefatto).

Questo, in estrema sintesi, lo stato delle cose, senza aggiungere le tante altre ragioni che dovrebbero indurre, comunque, a restituire al Complesso monumentale l’enorme valore simbolico che ha assunto nel tempo per la città, ancor più del Bastione di Malta, monumento a carattere “militare” che certamente non può rappresentare e racchiudere il senso proprio di una civitas.

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