La storia dei misteri e dei depistaggi nella Repubblica Italiana

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà

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pino_gulla_865eb_a280e_8b2cb_708ae_7bd60_dbe72_1b2ed_af80b_ab265.jpgPaolo Borrometi, autore del libro, Traditori. Come fango e depistaggio hanno segnato la storia italiana (Ed. Solferino, 2023), ha cominciato a lavorare al <<Giornale di Sicilia>; poi ha fondato << La Spia>>, sito d’informazione e di inchiesta; oggi è condirettore dell’Agenzia di stampa, AGI; collabora con Libera e con la Fondazione Caponnetto. Per il suo impegno di denuncia ha ricevuto l’onorificenza Motu proprio dal Presidente della Repubblica. Una garanzia per il lettore, specialmente dopo aver letto in AVVERTENZA che per molti nomi citati in procedimenti giudiziari considerati colpevoli nei primi gradi di giudizio, in ordine alle loro responsabilità civili e penali resta valido il principio della presunzione d’innocenza. Il suo racconto inizia dallo sbarco degli Alleati [in Sicilia] e attraversa la storia repubblicana fino al Terzo Millennio: stragi, depistaggi e tradimenti delle istituzioni democratiche; intrecci oscuri tra delinquenza organizzata, terroristi, massoneria piduista e servizi segreti deviati; 367 pagine di reportage d’indagine e di denuncia, cui fa seguito una vasta bibliografia, si tratta soprattutto di procedimenti e atti giudiziari, sentenze, stralci delle Commissioni antimafia, intercettazioni, testimonianze, deposizioni, articoli, relazioni, brani di pubblicazioni e, nelle ultime pagine, interminabili ringraziamenti. Per un totale di 414 pagine. Questa volta ho avuto bisogno di due segnalibri: quello per la lettura e l’altro nelle note bibliografiche che ti danno il riscontro delle drammatiche vicende narrate. A volte sono tante su una sola pagina e vanno tutte riviste per comprendere fino in fondo i fatti accaduti. Leggendo mi è venuto in mente La notte della Repubblica di Sergio Zavoli sul terrorismo degli anni di piombo. Giornalismo televisivo e poi libro. Con Traditori si potrebbe fare il contrario: il libro diventerebbe un programma a puntate della tv, ovvero un reportage della storia oscura del nostro Paese oppure ancora racconto e commento degli avvenimenti drammatici sulle immagini degli archivi delle televisioni.

 Per le sue inchieste il bravo e valoroso giornalista ha passato guai seri: è stato massacrato di botte e da 9 anni vive sotto scorta. Lo scrive nella premessa. Lo presero a calci: “Ora u capisti? T’affari i cazzi tuoi. U capisti?” (p. 7). Spalla rotta e strategia del discredito nei suoi confronti e verso il genitore “accusato di avere contribuito alla messinscena del figlio”; schizza-fango sull’onorabilità della famiglia; 56 processi, “33 condannati per gravi minacce, progetti di morte, diffamazioni, delegittimazioni, insulti”. Chi denuncia viene colpito sulla credibilità: è successo a Falcone, sospettato (cinicamente per screditarlo) di aver piazzato <<lui stesso>> la bomba dell’attentato all’Addaura; a Borsellino, un <<parasole>> l’agenda rossa, a don Diana considerato un <<camorrista>> o Peppino impastato <<un terrorista>> (pp. 9-10).  Strategia messa in atto anche per altri fatti riportati. La premessa termina con le parole di Bertolt Brecht: “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente” (p. 11).

Qualche tempo fa i mass media hanno dato ampio risalto alla sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia, raccontata nei dettagli da Borrometi nelle pagine 199-203 (cap. 7) e 230-237 (cap. 9), continuamente citata nel prosieguo della narrazione. Il giornalista, in vero, sottolinea che la prima trattativa, secondo alcuni, ci fu anteriormente alla nascita della Repubblica italiana: venne avviata dagli Americani nel corso della Seconda Guerra Mondiale per facilitare lo sbarco degli Alleati in Sicilia il 10 luglio del 1943. Furono coinvolti boss statunitensi e capimafia dell’Isola: “Il coinvolgimento di [Lucky] Luciano e di altri boss della malavita organizzata riguardò , [inoltre] (…) l’Amgot (Allied Military Government of Occupied Territory), l’organo  militare alleato deputato all’amministrazione dei territori occupati, i cui ufficiali si incontrarono parecchie volte con esponenti di spicco della malavita organizzata siciliana sia per ricevere notizie sull’isola  che per sfruttare il loro potere locale, come si legge nella Relazione conclusiva della prima Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia, che fu presieduta da Luigi Carraro” (p. 17). Uno dei più potenti capimafia in Sicilia venne nominato sindaco e alla sua manovalanza fu rilasciato il porto d’armi. Vennero affidati concessioni e incarichi pubblici a mafiosi e (ri)cominciò l’intreccio tra potere mafioso e istituzioni: La seconda trattativa si svolse nei primi anni dell’Italia repubblicana, per eliminare il banditismo. Per chi vuole conoscere i particolari delle vicende tutto è stato scritto nel primo capitolo del libro, Confunde et impera: confondi (trame indicibili, interessi illegittimi) e comanda. Altra trattativa tra Stato e Camorra (cap. 4) venne portata avanti con successo per il rilascio di Ciro Cirillo, assessore all’Urbanistica della Regione campana, rapito il 27 aprile del 1981. Fu pagato un riscatto di 450 milioni di lire (n. 41, p. 381).

 Per il rapimento di Aldo Moro, avvenuto tre anni prima, nessuna trattativa (cap. 3). Doveva morire. Sullo statista democristiano le dichiarazioni della figlia Maria Fida ad una emittente padovana “rivelavano che il padre fosse sull’Italicus” in pericolo di vita. L’Italicus era l’Espresso 1486 Roma-Monaco dove nella notte tra il 3 e il 4 agosto scoppiò una bomba ad alto potenziale provocando la morte di 12 persone. Una strage. E Gero Grassi, componente della Commissione d’inchiesta sull’eccidio di via Fani: “Moro, due minuti prima che il treno Roma -Monaco parta dalla stazione Roma Termini, viene fatto scendere dal treno” (p. 60). Ѐ di una gravità inaudita l’avvertimento nei confronti del Presidente della DC (riferito dalla moglie dello statista democristiano alla Commissione) del segretario di Stato degli Usa Henry Kissinger a proposito di eventuali collaborazioni politiche tramite la strategia dell’attenzione verso l’allora Partito comunista italiano: “Presidente lei deve interrompere la sua volontà di portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Questo è un avvertimento ufficiale, veda lei come vuole intenderlo” (n. 41, p. 377). A conferma altri particolari dell’audizione della moglie: “O lei smette di fare questa cosa o lei la pagherà cara.” (n. 42, p. 378). La Commissione Moro fece richiesta di ascoltare in merito Henry Kissinger, ma l’ambasciata statunitense a Roma non diede mai risposta alcuna” (p. 60), come riferito dal ministro degli esteri [dell’epoca] Paolo Gentiloni, rispondendo al deputato Cominardi, documenti parlamentari della XVII Legislatura (n. 43, ibid.). Pagine inquietanti.

L’appartamento di via Gradoli a Roma fu occupato dai brigatisti nel periodo della preparazione del sequestro Moro; un anno dopo da terroristi di destra; gli appartamenti di via Gradoli erano di proprietà del Sisde (Servizio segreto per le informazioni e la sicurezza democratica) in attività fino alla riforma del 2007 (cap. 4, p. 92). “Via Gradoli, un covo per due estremismi” (p. 90, ibid.), così il titolo del paragrafo. Da anni era in atto la strategia della tensione. I primi a parlarne furono Neal Ascherson, Michael Davie e Frances Cairncross del The Observer britannico. (cap. 2, p. 37). Altro paragrafo, Il bar dei misteri (cap. 3). Era in via Fani da dove spararono (“da dietro la siepe”) alcuni brigatisti. Il proprietario fu coinvolto in un traffico d’armi (n. 47, p. 378); “era in rapporti con esponenti dei servizi segreti, della banda della Magliana, delle Br e con mafiosi come Frank Coppola e Gaetano Badalamenti (n. 48, ibid.). Si confermò che il bar era da questi frequentato” (n. 49, ibid.). Non è chiaro se il bar fosse chiuso o aperto la mattina del rapimento. Un testimone disse di aver fatto colazione al bar il giorno del sequestro e dell’eccidio, il 16 marzo del 1978, e di avere notato <<persone con abiti di aviazione>>, indossati quel giorno dai brigatisti. E quel giorno c’era anche un boss della ‘ndrangheta (cap. 3, p. 68).

Il libro non finisce con i fatti drammatici scelti dal sottoscritto; continua con altre vicende oscure dell’Italia repubblicana: da Portella della Ginestra al Rapido 904; dalla strage di Bologna a quelle di Capaci e di Via d’Amelio, fino all’arresto di Matteo Messina Denaro. A proposito della strage di via D’Amelio, il titolo dell’ottavo capitolo: Il più grave depistaggio della storia. A seguire (cap.9) Le stragi in Continente. Nel successivo (cap.10) La paura del colpo di Stato. Tristemente calabrese l’undicesimo capitolo: l’omicidio del giudice Scopelliti e quello di Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale calabrese. È stata una lettura proficua perché “illumina i luoghi di potere occulto” che mettono in seria difficoltà la democrazia italiana; il libro consente di acquisire rinnovata attenzione verso la Repubblica per proteggerla dagli attacchi antidemocratici e criminali.  

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