Letteratura e cultura scientifica in Calabria nei secoli XVI e XVII

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio

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La Calabria nei secoli XVI e XVII fu parte integrante del Viceregno spagnolo dal punto di vista politico ed amministrativo, ma dal punto di vista culturale ebbe degli aspetti peculiari che saranno delineati, in maniera sintetica, nel presente scritto. Il periodo storico, sopra indicato, presentò, inizialmente, dei fenomeni evolutivi positivi grazie ad un certo sviluppo economico ed alla crescita demografica, ma poi, dagli ultimi decenni del Cinquecento a tutto il Seicento e ai primi anni del secolo successivo, le condizioni economiche peggiorarono coinvolgendo nella decadenza gli altri aspetti della vita sociale della regione. Nel brano successivo viene delineata una significativa disamina delle questioni di cui si è fatto cenno: “Nel XVI e XVII secolo la Calabria attraversa una crisi di lunga durata che investe gli aspetti fondamentali delle strutture economiche e sociali e della vita spirituale. All’inizio del Cinquecento la regione esce da lunghe lotte intestine, ma mostra in tanti settori della sua vita economica ed amministrativa segni di ripresa.

A conclusione del periodo spagnolo, la sua condizione è tra le più gravi, in termini di capacità economica e di attività amministrativa; e anche nella vita culturale mostra segni di decadenza. Tale periodo di decadenza non impegna tuttavia l’interro arco di tempo che dall’inizio del Cinquecento giunge ai primi decenni del Settecento, anzi si può dire che la crisi si manifesta in termini chiari nel corso del XVII secolo, quando la popolazione risolve tutta la sua vita in modesti conflitti locali e combatte per sopravvivere” (Gaetano Cingari, Risorgimento Calabro, in TuttitaliaEnciclopedia dell’Italia antica e moderna, Edizioni Sadea –Sansoni, Firenze, 1963, Calabria, p.32). Il quadro letterario e scientifico della regione relativamente al periodo esaminato viene efficacemente illustrato, a grandi linee, nel testo seguente: “Nell’età umanistica e rinascimentale è possibile segnalare numerosi letterati di origine calabrese, ma per lo più operanti fuori dai confini regionali: poeti in latino, come Francesco Franchini e Giovanni Pelusio; il dottissimo cardinale Guglielmo Sirleto e, alla soglia della cultura barocca, il grande erudito Sertorio Quattromani. Fra i petrarchisti emerge l’enigmatica figura di Galeazzo da Tarsia, con il suo canzoniere amoroso di una preziosità accesa ed intensa.

Ben più strettamente calabrese è tuttavia la gloria dell’illustre Accademia Cosentina, fondata dal grande umanista Aulo Giano Parrasio (reduce in patria dopo una lunga attività svolta nell’Italia settentrionale) e ben presto illustrata dal genio di Bernardino Telesio, che ne fa uno dei centri più cospicui e battaglieri di orientamento culturale, depositario geloso degli aspetti più severi e spregiudicati del pensiero e del gusto rinascimentale in seno alla civiltà controriformista e barocca, fino agli incunaboli dell’illuminismo. La caratteristica più rilevante di questo ambiente culturale, che nel Seicento riceve nuovo impulso dalla vigorosa personalità di Pirro Schettini, è il nesso organico che vi si istituisce fra le esperienze letterarie e le ragioni filosofiche e scientifiche, e le une e le altre vissute con intenso fervore polemico. Alla fedeltà ai grandi esempi della poesia, minacciati dall’estenuazione e dall’irrequietudine capricciosa della sensibilità barocca, corrisponde la difesa strenua di una concezione naturalistica della realtà in opposizione al dogmatismo peripatetico della cultura ufficiale. Di questo nodo di fermenti polemici la espressione più alta e al tempo stesso la più violenta, sono il pensiero e la poesia di Tommaso Campanella” (Natalino Sapegno, Tradizione Classica e utopismo religioso,Ibidem, pp. 40-41).

Il frate domenicano fu una figura emblematica della Calabria nel periodo della dominazione spagnola, di lui si riporta di seguito un breve profilo, che dà conto della sua complessa personalità: “Tommaso Campanella è la tipica espressione del genio calabrese, vigoroso e bizzarro, multiforme e <<contraddicente ad ogni cosa>>, <<alli lettori sui>> e al mondo, a tutto ciò che era tradizione aristotelica e soffocazione della realtà per mezzo di sofismi formalisti e autorità. <<Manducare ore aliorum non est nobis manducare [Testo latino: mangiare con la bocca deli altri non è il mangiare per noi, N.d.R. ] dirà il filosofo innamorato della verità e <<contraddicente alla vita>>, agli avversari che gli dicevano di non più parlare: <<Tu, asinus, nescis vivere, ne loquaris in nomine Dei>> [Testo latino:Tu, asino, non sai il vivere, non parli in nome di Dio, N.d.R.], rispondeva assumendo come insegna una campana [ Da qui l’appellativo Campanella con cui  fra Tommaso sarà poi conosciuto nei secoli, N.d.R.] dentro la quale era scritto: <<Non tacebo>> [Testo latino: non tacerò, N.d.R.]. Tuttavia, la sua vita, nonostante apparenti contraddizioni tra pensiero rivoluzionario e assolutismo, è <<perfettamente coerente: ora finto pazzo, poi cavilloso giurista, ora filosofo e poeta, ora scrupoloso e spregiudicato, è il tipo del calabrese puro: versatile, generoso, sognatore, audace>>. Si chiamava Giovan Domenico e nacque il 5 settembre 1568 a Stilo; a quattordici anni entrando nell’Ordine dei Domenicani assunse il nome di Tommaso e si diede agli studi filosofici e scientifici con grande ardore (<<studiai solo tutte le scienze da per me e scrissi cose non volgari e camminai per tutte le sette antiche e moderne di filosofi, di medici, di matematici, di legislatori e d’altri scienziati…>>) entusiasmandosi del naturalismo telesiano. Dall’ortodossia cattolica si allontanò sempre più, non curandosi di scomuniche e accentuando il motivo della sua missione riformatrice, idea mistico-sociale che si fondava su un rinnovamento dell’ordine universale (desunta anche dalle opere di Gioacchino da Fiore) che il frate pensava di attuare…” (Antonio Piromalli, La Letteratura Calabrese, Guida Editori, Napoli, 1977, pp. 82-83).

Per comprendere quale fosse la missione riformatrice che si prefiggeva, si riportano i primi due versi del sonetto: DELLE RADICI DE’GRAN MALI DEL MONDO: “Io nacqui a debellare tre mali estremi: // tirannide, sofismi, ipocrisia// [Per tirannide, si deve intendere il potere che agisce in modo ingiusto, per sofismi le false credenze, diffuse come nozioni scientifiche e per ipocrisia la falsa ed interessata manifestazione d’amore o di stima, N.d.R.]. Dal punto di vista sociale pensava ad un mondo di giustizia e di uguaglianza, come si dimostra nel testo seguente: LA ROBA NON SI STIMA, tratto da La Città del Sole: “Ma noi non così, perché in Napoli son da trecento milia anime, e non faticano cinquanta milia; e questi patiscono fatica assai e si struggono; e l’oziosi si perdono anche per l’ozio, avarizia, lascivia e usura, e molta gente guastano, tenendoli in servitù e povertà, o facendoli partecipi di lor vizi, talché manca il servizio pubblico, e non si può il campo, la milizia o l’arte fare, se non male e con stento. Ma tra loro [Da intendere: fra gli abitanti della Città del Sole, a differenza della situazione napoletana N.d.R.], partendosi l’offizi a tutti e le arti e le fatiche, non tocca faticar quattro ore al giorno per uno; sì ben tutto il resto è imparare giocando, disputando, leggendo, insegnando, caminando, e sempre con gaudio. E non s’usa gioco che si faccia sedendo, né scacchi, né dadi, né carte, o simili, ma ben la palla, il pallone, rollo, lotta, tirar palo, dardo, archibugio” (Pasquale Tuscano, Calabria, Editrice La Scuola, Brescia, 1986, p. 87). Sintetizzando: nell’utopica Città del Sole tutti lavorano quattro ore al giorno e poi si impegnano in sane attività ludiche e culturali, tenendosi lontani dall’ozio. Per quanto concerne la diffusione del pensiero scientifico in Calabria notevole fu il contributo dato dall’Accademia cosentina, per come indicato nel passo che segue: “Quest’Accademia nasce umanistica ma si adegua con serietà al progresso dei tempi senza indulgere alla pura erudizione, al vuoto astrattismo, al formalismo poetico. Di essa fu membro assai influente Bernardino Telesio il quale poco dopo la metà del secolo, ritornato in Calabria, ne accentua l’indirizzo scientifico e filosofico tentando di trasformarla in un centro di ricerca e di esperienze naturali.

Come Telesio imprime una svolta alla cultura aristotelica e alla fisica tradizionale fondata su ipotesi aprioristiche, così anche l’Accademia cosentina non indugia in indirizzi cristallizzati e da essa si dirama una tradizione di pensiero aperto verso i tempi nuovi che felicemente s’incontrerà con la concretezza moderna. Luigi Giglio (o Lilio), nato a Cirò intorno al 1510, amico di letterati e umanisti, rappresenta il nuovo avviamento scientifico. Il Giglio studiò medicina a Napoli col fratello Antonio ma si occupò di astronomia. Egli deve essere considerato come il vero ideatore della riforma del calendario operata da Gregorio XIII ma morì (1576) lasciando inedito il Compendium novae rationis restituendi Kalendarium [=Compendio della nuova motivazione di correggere il calendario, N.d.R.] che l’anno seguente fu presentato dal fratello Antonio al pontefice. Questi nominò una commissione […] per esaminare le proposte le quali furono infine accolte da Gregorio XIII. Di lì a poco fu promulgata con un'enciclica la correzione del calendario” (Antonio Piromalli, op.cit., pp.72- 73). Per avere un quadro più completo della vita culturale della Calabria si può anche ricordare che in quel periodo “… si ebbero accademie anche in altre città della regione, come quella degli Inquieti a Maida e quella dei Naviganti a Rossano, e abbiamo varie notizie di biblioteche di qualche rilievo presenti nella regione” (Giuseppe Galasso, La Calabria Spagnola, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012, pp.72-73). Da quanto sopra si può inferire che, nonostante le pessime condizioni economiche e sociali della Calabria nel periodo storico esaminato, a livello letterario e scientifico vi erano esponenti di alta cultura.

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