Monte Palanuda. Prodigio d’autunno

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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Fruscio di foglie sotto i piedi: “È come udire la risacca del mare”, sussurra qualcuno accanto a me. Nella foresta tra Fiumarella di Rossale e Timpone Fornelli, Monti dell’Orsonarso. Arriva a ondate lievi il suono della risacca. È una musica, un incantamento, una droga buona che sale dalla terra. Bisogna aver forza per non usare il linguaggio delle parole, fare il vuoto dei pensieri, concentrarsi sui suoni che offre quest’immensità viva nella quale abbiamo il privilegio di camminare.

Solitamente siamo concentrati su noi stessi. E i luoghi che attraversiamo, le creature che incontriamo, i paesaggi, le visioni, i profumi, i rumori restano su uno sfondo che promana sempre dal nostro ego. Solo res extensa, direbbe Cartesio, oggetto che non pensa, che è lì solo per il nostro diletto. Ma oggi no, non è così. La foresta del Palanuda ha deciso di essere lei a parlare. Ed ha spiegato la sua miglior seduzione: la nebbia. Che è la pre-condizione per esortare gli umani al silenzio.

Ed è in questo mondo ovattato ed onirico che procede il nostro gruppo: gli “Amici della Montagna”. Il nome significa più di quanto non appaia. Si può essere amici di qualcosa di non umano? E se smettessimo di annettere l’umanità solo agli uomini? Se la estendessimo alle altre creature, ai luoghi, alle montagne? Amicizia non significa solo che noi ci sentiamo tali, ma implica relazione, scambio, travaso d’anime. Dunque, per essere “amici della montagna” anche la montagna dev’esserlo verso di noi. Ed essa oggi ospita, accoglie, conduce i nostri passi, comunica con noi con il suo linguaggio inaudito.

Ma la magia è più profonda del solito. La foresta si è vestita d’autunno. È un incendio, un fuoco di camino, un arazzo colorato e cangiante. Siamo nel tempo del “sacrificio”, nel cuore del sacro, il “separato”, il “totalmente altro” secondo Mircea Eliade. La “morte” invernale, il sonno vegetale s’annunciano con gran sfoggio. La foresta sparge bellezza sul mondo, come sangue, come sperma. Per produrre rinascita a primavera.

Ieri stavo per disdire: ero dolorante, raffreddato, svogliato. C’era il meteo che portava nubi e pioggia: ci avrebbe reso difficile raggiungere ed ammirare gli orridi dei Crivi di Mangiacaniglia, che sprofondano nell’abisso delle Gole dell’Argentino. Un lungo viaggio in auto, poi fatica, sudore, pioggia, vento, forse per nulla. Ma avevo loro, i miei “amici”, che mi attendevano. E certe attese, certi incontri si iscrivono, per me, esattamente nel mistero del sacro.

Mentre arranchiamo per l’antico sentiero, mi chiedo se la nebbia mi consentirà di mostrare agli altri la visione che amo. Usciti allo scoperto, un muro di nubi avvolge la montagna, come un sudario. Certo che debba bastarci questo, spiego cosa avremmo visto da quassù. Parlo con le spalle al vuoto, rivolto ai compagni dinanzi a me. D’improvviso percepisco i segni dello stupore sul loro volto. Mi giro piano. E mentre il mio corpo, la mia mente ruotano, increduli, verso il vuoto, ecco il muro infrangersi. Negli squarci fra le nubi emergono lentamente i pini loricati possenti, gli ornielli dalle foglie amaranto, i sorbi delicati, i cespugli di ginepro con le bacche profumate, le pietre grigie. E poi, pian piano, come quinte di un immenso palcoscenico: gli strapiombi dei Crivi, la colata di rocce e foreste che scivola verso l’utero dell’Argentino entro cui trovano rifugio lupi e caprioli, le spire della valle celate nelle selve dense ed umide, le rupi puntute sulla cui cima si celano i resti di antichi fortilizi, gli anfratti da cui spicca il volo l’aquila reale e, infine, la costa lontana e il mare, unici segni visibili dell’invadenza dell’uomo. Ecco cos’è l’amicizia: un dono, un privilegio, un prodigio.

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