
Di Francesco Bevilacqua
Ci occupiamo oggi di un tema di grande rilevanza per capire come si sia venuto formando, nella storia, un immaginario collettivo che ha fatto della Calabria una terra selvaggia abitata da genti irriducibili alla causa della legalità. Sembra una maledizione, ma la storia ha davvero condannato senza appello questa regione: in epoca classica con l’odio romano nei confronti dei brettii, i quali, a causa della loro inimicizia verso l’Urbe, furono espropriati delle terre, condannati ad un ruolo servile e successivamente oltraggiati per esser stati – secondo la leggenda – proprio di stirpe brettia in soldati che crocifissero Gesù; tra il Cinquecento e l’Ottocento il brigantaggio; in epoca moderna la ‘ndrangheta.
Il tema di oggi è quello del brigantaggio (ce ne siamo già occupati in questa rubrica con i romanzi di Nicola Misasi e di Luigi Guarnieri). Giunge ora, fresco di stampa, un libro dalla bella veste grafica, ricco di illustrazioni e dai contenuti di notevole interesse, dello storico Enzo Ciconte, già noto per i suoi lavori sulla mafia. Il libro si intitola Banditi e briganti, rivolta continua dal Cinquecento all’Ottocento.
Si tratta ovviamente di un saggio storico, ma dal taglio eminentemente divulgativo. La novità rispetto a precedenti analoghi, è proprio questa, insieme alla completezza cronologica del volume, visto che Ciconte racconta tutta la vicenda del banditismo e del brigantaggio nell’Italia intera, indagandone le ragioni storiche, i risvolti leggendari, le implicazioni sociologiche, le matrici antropologiche, i riferimenti letterari. All’interno del volume una straordinaria quantità di riproduzioni di quadri, disegni, foto d’epoca sui fatti e i personaggi narrati, che rendono il libro davvero prezioso.
L’aneddoto di Francesco Saverio Nitti riportato sul retro del volume dimostra come in molti abbiano creduto per secoli che il brigantaggio, più che un fenomeno, fosse una sorta di problema razziale o genetico. Questo atteggiamento si deve essenzialmente alla cattiva reputazione che le truppe d’occupazione napoleoniche durante il cosiddetto “decennio francese” (1806/1815) diffusero in patria e poi in tutt’Europa, sugli abitanti del Sud Italia, che erano insorti contro di loro. Da quel momento gli italiani del Sud furono, indistintamente, “briganti”.
Ma andiamo per ordine e vediamo di raccontare il fenomeno del banditismo e del brigantaggio secondo la stessa ricostruzione di Ciconte. Il termine brigand, spiega Ciconte, in realtà viene introdotto proprio dai francesi e surcalassa quelli più antichi di latrones, ossia ladri di strada, e di banditi, cioè di soggetti espulsi o fuggiti dalla comunità per motivi diversi, che scelgono la macchia, il bosco, come rifugio, da dove partire per vendette e razzie.
La prima ondata di ribellismo banditesco si ebbe sotto la dominazione spagnola, tra il Cinquecento ed il Seicento. Mentre nel Cinquecento vi era stata una cospicua ripresa economica, come dimostrano gli studi di Giuseppe Galasso, dal 1620 in avanti si ebbe una graduale decadenza della vita civile del Sud Italia. Carestie, scorrerie piratesche, crescita della pressione fiscale (per effetto della Guerra dei Trent’anni tra Francia e Spagna), decadenza delle antiche attività economiche, scarsi investimenti da parte del ceto proprietario, calamità come il terremoto del 1638, la peste del 1656 e quella del 1659, portarono condizioni di grave indigenza soprattutto negli strati bassi della popolazione.
A ciò si aggiunga il fenomeno degli arbitrari infeudamenti dei paesi, costretti a pagare esosi riscatti per liberarsi. Non può meravigliare – ha osservato Lucio Gambi in un libro sulla Calabria da noi già recensito in questa rubrica – che in una situazione di così grave arretratezza e sopraffazione, si manifestasse l’unica reazione possibile da parte di genti disperate, ossia il banditismo o il brigantaggio. Da un lato vi era il governo centrale, con la sua assenza-rapacità, che imponeva tasse e balzelli ma nulla dava in cambio, soprattutto in termini di giustizia e sicurezza. Dall’altro vi erano i baroni locali che reclamavano autonomia dallo Stato centrale e pur tuttavia rimbalzavano le imposizioni e l’esosità fiscale sui sudditi, tiranneggiavano indisturbati in totale assenza di diritto, si impossessavano di terre demaniali e di quelle gravati da usi civici.
Nel mezzo di questo conflitto vi erano le plebi, sprofondate nella miseria più nera, sfruttate dai baroni in modo inimmaginabile, usurate da carestie, epidemie, guerre, che reagivano con gesti briganteschi e rivolte. Per cui, già nel XVI secolo la Calabria, secondo lo storico Fernand Braudel, era produttrice di briganti ancor più che di seta.
Già a quel tempo, il banditismo aveva come obiettivi baroni, vescovi e grossi mercanti (ossia le classi ricche) ed otteneva la solidarietà attiva delle popolazioni di braccianti e pastori. Poiché la violenza era rivolta solamente verso i ricchi, nacque l’alone leggendario del brigante che toglie ai ricchi per dare ai poveri. Alone che, per la Calabria, troveremo amplificato nella narrativa di Nicola Misasi.
Ma, già a quell’epoca, commenta Ciconte, a questa matrice banditesca, si aggiunse quella dei delinquenti assoldati dagli stessi baroni per difendere i propri abusi o per danneggiare scomodi concorrenti. Contraltare alla efferatezza del banditismo fu la spietatezza della repressione, che, nella furia impotente, colpì ogni tipo di connivenza e fece spesso strage di innocenti, rei solo di essere sospettati di sedizione o di foraggiare i banditi. L’occupazione francese produsse la seconda, veemente ondata di brigantaggio. Furono considerati briganti, indistintamente, sia i delinquenti comuni che chi si ribellava all’occupazione.
La durezza e le atrocità dell’esercito francese da un lato, ed il piano del cardinal Fabrizio Ruffo per riconquistare il regno ai Borboni (che faceva leva sull’odio delle classi povere verso i borghesi, detti “galantuomini”, sospettati di connivenza con i francesi) produsse un fenomeno di vera e propria guerriglia bene organizzata e diffusa. In poco tempo il cardinale raccolse un’”armata della santa fede” (da qui il termine di sanfedismo dato alle insorgenze). Di questa armata facevano parte moltissimi criminali ai quali era stato promesso l’indulto. Il brigantaggio si scatenò in modo incontrollabile, a scapito anche dei cittadini dei paesi, poveri o ricchi che fossero. Nel 1808 fu inviato al Sud il generale Manhès, il quale operò una repressione ferocissima, che si basava su una regola semplice quanto efficace: interrompere i rifornimenti e colpire i fiancheggiatori delle bande. Fu all’uopo emanata la cosiddetta “legge del ristretto del pane”. Tra taglie sulle teste dei briganti, favori per le delazioni, controlli severissimi sulle derrate alimentari e sul bestiame, divieto di uscire dei centri abitati pena l’immediata fucilazione, arresti in massa dei familiari e dei parenti dei briganti, Manhès potè trucidare centinaia e centinaia di briganti o presunti tali, mettere a ferro e a fuoco interi paesi, stuprare le donne, torturare gli uomini e dichiarare, così, nel 1811, che il brigantaggio era stato domato.
In realtà, ad essere domato, fu il brigantaggio antifrancese, ma il brigantaggio come abitudine dei poveri di darsi alla macchia durò ancora per molto tempo. Ad alimentarlo, scrive Ciconte, era l’atavica fame di terra dei contadini, che, da sempre, avrebbero voluto utilizzare le terre demaniali usurpate dai baroni. Ma a volere le terre dei latifondi era anche la borghesia professionale e commerciale, nuova classe emergente. E fu questa ad avere la meglio quando, dopo la legge eversiva della feudalità (1806), riuscì ad acquistare gran parte delle terre liberate. Fu così che i contadini poveri persero gli usi civici su quelle terre. Ma quand’anche ci avessero provato, i contadini, ad acquisire piccoli appezzamenti di terreno, non furono in grado di coltivarli per mancanza di adeguati mezzi finanziari e furono costretti a rivendere i terreni ai ricchi borghesi. “Il fallimento è tanto più cocente – scrive Ciconte riferendosi ai francesi – per chi ha avuto il coraggio di introdurre leggi sull’eversione della feudalità che non avranno i risultati sperati proprio sul terreno della formazione della piccola proprietà terriera che avrebbe potuto prosciugare l’immenso mare dove ha pescato il brigantaggio”.
La restaurazione borbonica fu segnata da una persistenza del brigantaggio, come logica conseguenza della mancata soluzione di quella fame di terra di cui poc’anzi si diceva. Ed i briganti, da amici dei borboni all’epoca dell’occupazione francese divennero nemici dello stato borbonico. La borghesia proprietaria mantenne i privilegi acquisiti ma non ebbe accesso alle leve di governo, riservate comunque all’aristocrazia. A combattere i briganti vennero chiamati funzionari e militari che usarono gli stessi metodi del generale Manhès. Questa volta la parola d’ordine fu “salutare terrore”. Furono anche rinvigorite le guardie urbane, gruppi di cittadini autorizzati, cioè, ad intervenire militarmente in caso di scorrerie di briganti.
Crebbe in Calabria un brigantaggio minuto, dedito ai piccoli furti ed al danneggiamento. In ogni caso i Borboni scontentarono tutti: i latifondisti perché, con un decreto del 1843, ordinarono loro di dimostrare a che titolo possedessero le terre usurpate, ed i contadini perché comunque non riuscirono a risolvere i loro problemi. In Calabria si celebrò l’epopea di Giosafatte Talarico, di cui abbiamo già parlato a proposito del libro di Nicola Misasi: il brigante si arrese solo dopo una trattativa che gli consentì di concludere la propria vita da uomo libero ad Ischia ad appannaggio dello Stato che gli elargì una pensione. Fu il suggello definitivo al mito del brigante imprendibile, generoso, spietato e scaltro.
Arrivarono le rivolte del 1948, sempre per l’occupazione delle terre. I contadini poveri che insorsero vennero definiti “comunisti”, perché volevano spartirsi le terre demaniali usurpate da nobili, borghesi ed ecclesiastici. Finiti i moti, ricominciò il brigantaggio. Venne inviato in Calabria prima il marchese Ferdinando Nunziante, poi il generale Gaetano Afan de Rivera. Entrambi agirono con i soliti metodi repressivi e per nulla selettivi: ancora arbitri, ancora uccisioni e carcerazioni di innocenti, ancora stragi.
E arriviamo all’ultimo atto: l’Unità d’Italia e la conquista piemontese. Nel 1960 Garibaldi, appena sbarcato in Sicilia, firmò un decreto, suggeritogli da Francesco Crispi, con il quale assicurò la spartizione delle solite terre tra quanti si sarebbero battuti per la patria. In poco tempo però il decreto viene reso inoffensivo e la situazione tornò ad essere tale e quale a prima. La borghesia usurpatrice, furbescamente, si schierò dalla parte dei Piemontesi per garantirsi il perdurare dei propri privilegi. I poveri del Sud insorsero ancora una volta attraverso l’unico strumento possibile, il brigantaggio, che, contro i piemontesi, divenne una vera e propria guerriglia a tutto campo.
Sembra un’analisi semplicistica, ma è attraverso il ribellismo che, da sempre, vengono combattuti i grandi poteri le grandi forze militari: è l’unica forma di “guerra” che può essere sostenuta da chi non ha eserciti ed organizzazione sufficiente. Ed è, da sempre, quella più difficile da contenere, perché fa leva sulla vastità e l’asperità del territorio, sull’astuzia e la sorpresa, sulla segretezza, sulla simpatia delle popolazioni locali.
E l’ultimo atto fu anche il più feroce ed amaro. Alla crescita esponenziale del brigantaggio dopo l’Unità contribuirono vari fattori: il primo è, l’abbiamo detto, la consapevolezza che ancora una volta l’avrebbero avuta vinta gli usurpatori delle terre; il secondo è una vaga simpatia per i borboni; la terza è la coscrizione obbligatoria nell’esercito sabaudo alla quale molti giovani si sottrassero dandosi alla macchia. Si pose mano, è vero, ad un timido piano di quotizzazione di piccoli appezzamenti di terreno tra i contadini. Ma accadde, come sempre, che i contadini non trovarono fondi sufficienti per mettere a coltura i terreni e questi ritornarono a basso prezzo nelle mani dei latifondisti.
Sotto il governo di Bettino Ricasoli venne, ancora una volta, la repressione. Durissima e spietata come non mai. Ne abbiamo parlato con la recensione del romanzo di Luigi Guarnieri I sentieri del cielo. La barbarie della repressione con metodi ancor più feroci di quelli dei francesi venne accompagnata da una scaltra campagna di disinformazione: le regioni del Sud erano ancora una volta abitate dai diavoli, e contadino equivaleva a brigante. Se non si era brigante si era fiancheggiatore. I meridionali divennero, così, una razza maledetta, come abbiamo visto recensendo il saggio di Vito Teti che ha per titolo, per l’appunto, La razza maledetta. Venne, infine, decretato lo status quo in ordine alla questione demaniale con una legge del 1876, che legittimò l’usurpazione delle terre.
Intanto, nel 1863 era stata emanata la famigerata Legge Pica che diede poteri speciali ai militari. Non è possibile riportare qui la mole di informazioni contenute nel libro di Ciconte circa questo periodo crucciale della storia della Calabria e di tutto il Sud. Per tutti basti il giudizio di Antonio Gramsci: “Lo Stato italiano […] ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.
Ed ecco le cause reali della sconfitta del brigantaggio antisabaudo secondo Ciconte: la grande emigrazione transoceanica, che ridusse la pressione sociale; le predicazioni socialista e cattolica, che incanalarono verso forme di protesta sociale lecite le rivendicazioni dei contadini poveri del Sud. Il brigantaggio uscì, così, dalla “storia” ed entrò definitivamente nel “mito”.
Infine, la tesi di Ciconte è che non vi è connessione tra il brigantaggio e le mafie. I luoghi comuni che vogliono le mafie come prosecuzione del brigantaggio nascono dall’esigenza dei mafiosi di nobilitare le proprie origini e di connettersi ad un malcontento che in qualche modo giustifichi le loro gesta.
Enzo Ciconte
Banditi e Briganti
Rubbettino
Soveria Mannelli 2012
€ 18

Rodolfo Ruperti è il responsabile numero uno della squadra mobile distrettuale. Con un curriculum notevole, sempre svolto nel campo investigativo, Ruperti è uno di quei servitori dello Stato che rappresentano un punto fermo nella lotta alla criminalità organizzata. Lo scorso settembre gli chiedemmo ed ottenemmo un’intervista perché nei mesi precedenti a Lamezia c’era stata un’escalation criminale, con gli omicidi di Vincenzo e Giovanni Torcasio, appartenenti all’omonima cosca, più una serie di intimidazioni. Successivamente ci fu l’arresto di Giuseppe Giampà e di alcuni appartenenti alla sua cosca. E ancora più avanti nel tempo la notizia che due degli arrestati nell’ambito dell’operazione Giampà - Angelo Torcasio e Battista Cosentino – avevano deciso di collaborare con gli investigatori. Da allora sono trascorsi più di quattro mesi, Lamezia ha rivissuto una serie di atti intimidatori, auto incendiate, richieste di pizzo. E così siamo tornati ad intervistare Rodolfo Ruperto per fare il punto sulla situazione a Lamezia. Ecco l’intervista.
A cura di Virna Ciriaco e Battista Notarianni
Nell’intervista che ci aveva rilasciato ai primi giorni di settembre 2011 si era all’inizio della collaborazione dei due pentiti, Torcasio e Cosentino. Da allora che evoluzione c’ è stata?
“E’ un momento assolutamente importante per Lamezia. C’è stata una forma di recrudescenza criminale dove sono state fatte una serie di operazioni che hanno visto nascere, ed è un fatto abbastanza nuovo, collaborazioni importanti proprio all’interno della famiglia Giampà. Non solo quelle di Torcasio e Cosentino perché avremo anche altre collaborazioni. Ed è un fenomeno assolutamente nuovo. C’è una preoccupazione da parte della criminalità perché stanno avendo delle deficienze interne che sconvolgono gli assetti delle cosche. C’è un grande impegno da parte della Procura Distrettuale nel coordinamento di questa miniera di informazioni che stiamo raccogliendo e che sono state già rese e sulle quali stiamo lavorando. Nell’ultima operazione antidroga abbiamo arrestato anche uno degli Iannazzo di Lamezia che era comunque legato, per questioni di stupefacenti, a gente di Catanzaro e di tutta la provincia. Ovviamente, una volta effettuati i riscontri e quindi la validità delle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia, agiremo, ma non vi posso dire quando arresteremo tutti. Un Cosentino, ad esempio, non si alza la mattina e inizia a dire diverse cose. E’ chiaro che c’è tutto un lavoro dietro da parte nostra, altrimenti saremmo davvero in uno stato di polizia dove si arresta semplicemente in base alle dichiarazioni di una persona. Se viene da me una fonte dichiarativa che dice di essere sotto usura o estorsione noi dobbiamo fare solo dei riscontri per verificare la credibilità esterna di quello che dice quella persona. Se le stesse cose le dice un collaboratore di giustizia che afferma: io ho fatto quell’omicidio con Tizio e Caio, questa dichiarazione va bene per lui perché è una confessione resa in piena volontà, ma noi dobbiamo fare anche riscontri individualizzanti, ovvero, sulla base di quanto ci ha detto, dobbiamo, ad esempio, iniziare a vagliare se il giorno x alle ore y abbiamo qualcosa che ci dice che erano effettivamente insieme. Insomma, c’è tutto un lavoro dietro fatto di riscontri a quanto detto dai collaboratori”.
Che situazione c’è, dal suo punto di vista, a Lamezia?
“Attualmente su Lamezia c’è una criminalità disorganizzata. Quando i criminali sparano, esagerano, non vuol dire che c’è un forte controllo del territorio. Perché se io ho bisogno di sparare alla vetrina per farmi dare l’estorsione, vuol dire che non riesco più a controllare il territorio. C’è una forma di disordine nella ciminalità lametina perché se quella persona sta pagando il pizzo a qualcuno ma c’è bisogno di sparare, allora vuol dire che sta pagando alla persona sbagliata. E’ una forma di reiterazione di quelle condotte criminose che possono creare forme di assoggettamento ed omertà. Normalmente gli omicidi e gli atti eclatanti danno invece la dimensione di un territorio che comincia a non soggiacere ad una regola scritta di criminalità organizzata e, quindi, ci può essere del disordine tra le varie ‘ndrine sulle quali siamo comunque attrezzati”.
Questa disorganizzazione deriva anche, visti i recenti arresti, ad un via libera dato ai giovani, alle nuove leve?
“In un territorio di ‘ndrangheta uno non può alzarsi la mattina e dire che comanda lui ora a Lamezia... Perché in questo caso vuol dire che non c’è più nessuno. Esempio: se arrestiamo tutti a Lamezia e la mattina dopo si alza uno, si crea una banda con altri tre ed inizia dalle estorsioni, non si può dire che questi nuovi dopo un giorno siano dei mafiosi. La mafia si crea quando questi hanno estorto per anni denaro e nessuno li ha mai denunciati”.
Ci sono altri collaboratori?
“Ci sono certezze di lavoro”.
Possiamo quindi desumere che la lista dei collaboratori si stia allungando. Un mese e mezzo fa sono stati eseguiti dei sopralluoghi nelle campagne di Lamezia. Rientrano nell’acquisizione di quegli elementi d’indagine di cui accennava?
“Abbiamo eseguito diversi sopralluoghi, sia nelle campagne che tra le montagne di Lamezia. Stiamo lavorando. Continueremo a svolgere tutte quelle attività necessarie per riscontrare le dichiarazioni dei collaboratori attuali e di quelli futuri, con il fine di dare alla Dda di Catanzaro delle investigazioni che ricostruiscano con certezza i reati che poi saranno contestati”.
Cercavate armi?
“In qualche circostanza sì. Stiamo lavorando per avere delle misure cautelari. Abbiamo due pentiti ed è ovvio che stanno rendendo delle dichiarazioni sulla criminalità lametina ”.
A Lamezia, già da tempo, si parla che arriverà, prima o poi, una maxi retata
“E’ chiaro che a Lamezia si possano aspettare di tutto, specie chi ha commesso diversi reati. E’ ovvio che stanno aspettando”.
Parlando di futuri arresti è ipotizzabile che tra questi possano poi figurare personaggi della cosiddetta zona grigia lametina?
“Posso dire che noi non ci fermiamo davanti a nessuna situazione. Così come la Direzione Distrettuale non guarda né a sinistra e né a destra. I pentiti fanno dichiarazioni e su quelle si eseguono i riscontri. Possiamo poi arrestare il primo o l’ultimo dei banditi così come quelli che voi definite appartenenti alla zona grigia. Il fatto è che ci lavoriamo in prima battuta così come anche Carabinieri e Guardia di finanza. Tutto il materiale che riusciamo a produrre, scaturirà in diversi provvedimenti e processi nei confronti di quelle persone sulle quali sono stati raccolti gli elementi necessari. Abbiamo già arrestato diverse persone che fanno parte di una cosca di riferimento che è quella dei Giampà. Attualmente Giuseppe Giampà è detenuto, ma su di lui non ci sono ancora dichiarazioni di collaboratori perché l’abbiamo arrestato prima di questi due pentimenti. Un’operazione fondamentale, da cui sono nate le collaborazione di soggetti che navigano in quel circuito e con buoni ruoli. E’ chiaro che questo generi un sorta di paura e, soprattutto, anche una possibilità di avvicinamento alle forze dell’ordine da parte di altri soggetti criminali che magari pensano di fare un passaggio diverso”.
Il figlio del Professore è in carcere, il suo luogotenente si è pentito mentre dall’altra parte, quella dei Torcasio, la famiglia ha avuto due morti. Questa situazione ha creato un vuoto a favore di qualcuno?
“Pareggiano”
E l’altra cosca, quella degli Iannazzo?
“Dovremmo entrare in un discorso molto più ampio, ed essendoci indagini in corso, non è possibile. Quello che posso ribadire è che su Lamezia Terme c’è una situazione criminale che può apparire elevata con la sparatoria, la bomba…ma è una situazione criminale conosciuta e monitorata. Non si arresta la gente così, ma solo quando c’è una certezza investigativa per i reati contestati. Attualmente, comunque, il patrimonio di informazioni in possesso delle forze dell’ordine e della Dda è notevole”.
Quindi c’è una consapevolezza di come questa situazione della criminalità lametina provochi una sorta di sbandamento?
“In generale, quando si esagera con le azioni intimidatorie su un territorio, non è esclusivamente un momento di forza ma può essere anche un momento di debolezza. E’ chiaro: se una situazione è tutta sotto controllo, non c’è bisogno di uccidere la gente o di intimidire sparando. Se quello ha già paura di me, perché gli devo sparare controla vetrina del negozio? Allora due sono le chiavi di lettura: o sta pagando a qualcuno di sbagliato, quindi c’è disorganizzazione, oppure non ha tanto paura di quello che gli si è presentato a chiedergli la mazzetta. Un fenomeno da tenere comunque sotto controllo. Comunque non è detto che le persone che si pentano creino un disequilibrio solo in una cosca, perché chi si pente può anche sapere gli affari dei Torcasio, degli Iannazzo e possono sapere anche gli affari delle varie zone grigie. E’ ovvio che ora c’è timore e si pensa: ora qui ci arrestano a tutti”.
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Chi l’ha detto che per bere un Signor Vino bisogna spendere cifre inebrianti? E chi è che reputa che l'unico indicatore per capire la qualità del vino, alla fin fine, sia solo il prezzo. Sono in tanti, forse in troppi, a pensarla così. E in tanti praticano – a loro spese – questo modo di pensare. Ho visto coi miei occhi persone scegliere il vino al ristorante limitandosi a scorrere la colonna dei prezzi. Per far bella figura, per far colpo e impressionare i commensali, si può finire con l’ordinare una bottiglia di Romanée-Conti Echezeaux Grand Cru, Cote de Nuits dell’85 (sui novecento euro) per accompagnare un medaglione di aragosta cotta al vapore, e finendo così col commettere un duplice delitto, ammazzando contemporaneamente sia il nobilissimo pinot noir francese sia il soave crostaceo…
Ci sono, invece, bottiglie che costano cifre modiche – sui dieci euro, anche 7-8 – , e hanno un contenuto pregiato. Ci sono ottimi vini, insomma, il cui prezzo non dà capogiro.
Intendiamoci: il solo costo del vino rappresenta in genere un quinto del prezzo finale, e il resto è rappresentato da tasse, costi di gestione, sughero e vetro e soprattutto (un terzo del costo totale) i margini di guadagno fino al negozio. Un approfondimento dell’esperto Davide Paolini pubblicato sul Sole 24 ore ha stimato che su 3,6 miliardi di bottiglie bevute ogni anno, 2,9 miliardi di orientino nella fascia medio-bassa di prezzo compresa tra i 2 e i 10 euro.
La prima regola da seguire è quella di partire dal vitigno gradito, dalla zona di produzione: solamente a quel punto si mettono a confronto prezzi, marchi ed etichette. La seconda regola proposta da Paolini sul Sole 24 Ore è: per avere un prodotto di qualità superiore bisogna non scendere sotto un prezzo minimo, che si potrebbe collocare ai 3 euro. Sotto questa cifra ci sono prodotti dignitosissimi, ma sono difficili da individuare tra i vini più scadenti.
Negli scaffali di enoteche, negozi e supermercati la scelta dei vini è cresciuta in termini esponenziali. Ormai non ci sono più territori Doc (Denominazione di origine controllata) e pure Docg (Denominazione controllata e garantita) con poche etichette. Dunque è possibile scegliere tenendo presente che molte cantine importanti – anche le più rinomate – hanno, nella loro offerta, vini di prezzo interessante che, prodotti in larga scala, servono spesso per sostenere i rossi o i bianchi d'immagine che trainano il marchio aziendale.
Comunque è sempre importante leggere con attenzione l'etichetta, la provenienza, le sigle (Igt, Doc, Docg), rendersi conto se il vino è imbottigliato all'origine dal l'azienda che lo mette sul mercato. Infine si ricordi che fra gli outsider, magari fino agli 8 o 9 euro, si può nascondere quello pronto a salire nella hit parade della critica, aspetto che successivamente farà alzare il prezzo. Di conseguenza chi riesce a individuare questa etichetta paga meno e ha la soddisfazione di aver scoperto la chicca. Cosa che non succede acquistando vini già affermati, ma che fanno piangere il portafogli.
Il viaggio nella Calabria low cost del vino parte dal nord-ovest cosentino e precisamente da Montalto Uffugo in località Cariglialto: a 320 metri c'è un vigneto biologico dove nasce il Donn’Eleonò Igt Valle del Carti, che ha un prezzo finale al pubblico di 9 euro. Sa di lampone e ribes questo magnifico rosato prodotto da Lidia Matera nella sua azienda Terre Nobili. Lo ottiene da uve Magliocco e Nerello in quote paritarie col metodo tradizionale del salasso di uve rosse.
Spostiamoci più a est e arriviamo a Cirò Marina per un calice di Cirò. Una performance eccezionale di rapporto qualità-prezzo è firmata dall’azienda Librandi col suo Cirò rosso Doc che arriva sugli scaffali a 7-8 euro. Un prezzo ottimo per un rosso doc rotondo e di spessore con netta impronta di ciliegia e note speziate di cardamomo.
Scendendo un po’ più a sud troviamo a Strongoli l’azienda Dattilo di Roberto Ceraudo che produce, tra l’altro, il Petelia Igt che ha un prezzo al pubblico di 9 euro. E’ un blend di greco bianco, mantonico e chardonnay, per un bianco a regola d’arte, fresco, floreale e fruttato con piacevoli note esotiche di papaya e mela verde.
Concludiamo nel Lametino (la testata, del resto, l’impone…) il nostro percorso fra i vini di qualità al prezzo accessibile.
Le Cantine Lento hanno in produzione il bianco Contessa Emburga, un bianco elegante che si trova anche a meno di 10 euro: giallo paglierino brillante, ha profumi intensi di frutti esotici, è un sauvignon meridionale, equilibrato ed armonico, con un gradevole finale di albicocca.
Cantina in costante crescita, quella dei fratelli Statti hanno diversi vini low-cost ma quello che raggiunge il topo della qualità-prezzo è senz’altro il rosso Gaglioppo Igt (7 euro), vale a dire l’antico vitigno calabrese riproposto con tecniche moderne per un vino elegante e non palestrato che, alla giusta temperatura, è un rosso “estivo” e “da pesce”.
Chiudiamo questa piccola rassegna con l’ultimo nato del vigneto-Calabria: si chiama Annibale ed è un rosso giovane e promettente che produce Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia (nell’area del Lametino che costeggia il Savuto). Proviene da uve magliocco dolce (80 per cento) col resto di sangiovese. Il vigneto di Chirillo è stato impiantato a sesti stretti su una collina dalla notevole pendenza e gode di ottima esposizione. Il risultato è davvero interessante e merita attenzione. Rosso rubino con unghia violacea, richiama frutti rossi ma in primis spicca un netto sentore di more di rovo, poi qualche accenno di menta. Semplice e lineare in bocca, è ancora un po’ pungente per freschezza. Al pubblico arriva a poco più di sei euro, sette al massimo. E’ facile prevedere che scenderà a meraviglia, l’Annibale, nei calici delle prossime feste…
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Lamezia “capitale” del vino grazie a una serata eccezionale, densa di iniziative e appuntamenti. Un brindisi di gala, nel cuore della città, per le eccellenze enologiche calabresi, ma non solo. Venerdì 2 dicembre dalle ore 18.00 nella suggestiva cornice dei saloni di Palazzo Nicotera di Nicastro un assordante tintinnio di calici fragranti per festeggiare la Guida Duemilavini 2012 edita da Bibenda, la pubblicazione ufficiale dell’Associazione Italiana Sommelier considerata la “bibbia” nazionale dei vini. Per la prima volta è stata presentata in Calabria quest’opera e per l’occasione è intervenuto all’evento l’editore di Bibenda, Franco Maria Ricci, presidente dell’WSA-Worldwide Sommelier Association, l’ONU della Sommelièrie della quale fanno parte 20 Paesi del Mondo, tra Europa, Asia e Americhe.
La manifestazione è stata promossa dall’AIS-Calabria, l’associazione regionale dei sommelier, da sempre impegnata nella valorizzazione della vitivinicoltura del territorio calabrese ed ha trovato il sostegno convinto dell’Amministrazione comunale di Lamezia, fortemente voluto dal sindaco, Gianni Speranza. Un appuntamento d’alto livello, insomma: negli eleganti saloni del prestigioso edificio del centro storico lametino (Palazzo Nicotera, riportato alla bellezza originaria dopo anni di restauro) la presentazione della Guida di Bibenda affiancata dai banchi di assaggio delle etichette calabresi che hanno ricevuto il riconoscimento dei 5 e 4 Grappoli col coinvolgimento di tutte le aziende locali recensite nella guida Duemilavini 2012, allo scopo di evidenziare tutte le produzioni vitivinicole calabresi di qualità.
Ma cos’è Duemilavini 2012? Si tratta di un volume-guida ai vini d’Italia, rivolto a professionisti e comunicatori, per il popolo del vino curioso e appassionato, per coloro che desiderano consultare un testo semplice e professionale al tempo stesso. Giunta alla dodicesima edizione, fornisce anche preziose indicazioni del vino per ogni giorno e il suo abbinamento con il cibo. Duemilavini presenta ogni le Azienda coi suoi vini. Per aiutare i neofiti e per una chiara comprensione dei termini e del metodo utilizzato, le pagine introduttive sono dedicate alla spiegazione della tecnica della degustazione e dell’abbinamento cibo-vino. All’inizio di ogni regione vengono indicate, inoltre, le Doc e le Docg, i prodotti Dop e Igp del territorio. I numeri della guida 2012 sono davvero notevoli: 1.800 pagine per la recensione di 1.685 Aziende, oltre 20.000 vini degustati, circa 900 finalisti e 437 quelli premiati con i 5 Grappoli, il punteggio dell’eccellenza, per 395 Aziende. Ma non basta: oltre alla descrizione di tutti i vini degustati, per i vini premiati con i 5 Grappoli c’è anche la pubblicazione dell’etichetta. Particolarmente dettagliate le schede delle aziende. C’è una pagina intera per ciascuna, completata da quelle informazioni ritenute utili, necessarie e/o interessanti. Quindi, dall’indirizzo a come arrivarci, dal nome del proprietario a quello di “chi fa il vino”, dagli ettari vitati al numero di bottiglie, oltre alle descrizioni dell’azienda stessa e dei vini degustati, con le relative informazioni tecniche e gli abbinamenti. Infine, l’elenco di tutti i vini prodotti. Per ogni vino descritto, inoltre, vengono fornite numerose informazioni: Tipologia, Uve, Gradazione alcolica, Prezzo, Numero di bottiglie prodotte, note sulla Vendemmia,
sulla Vinificazione, sul Potenziale di conservazione in cantina e l’Abbinamento specifico. I campioni analizzati vengono descritti utilizzando il metodo di degustazione di scuola A.I.S. e valutati in Grappoli, corrispondenti fasce di punteggio da 2 a 5: - 2 Grappoli = da 74 a 79 Centesimi = Vini di medio livello e piacevole fattura; - 3 Grappoli = da 80 a 84 Centesimi = Vini di buon livello e particolare finezza; - 4 Grappoli = da 85 a 90 Centesimi = Vini di grande livello e spiccato pregio; - 5 Grappoli = da 91 a 100 Centesimi = Vini eccellenti. La soglia dell’eccellenza per DUEMILAVINI si colloca a 91 centesimi. Ed è per questo che anche i vini valutati 4 Grappoli rappresentano, nella loro fascia da 85 a 90 centesimi, una grandissima qualità. I vini premiati per aver raggiunto il traguardo dei 5 Grappoli sono facilmente individuabili nell’opera: le loro prestigiose etichette vengono pubblicate nella pagina dedicata a ciascuna azienda. Direttore della pubblicazione è Franco M. Ricci, Presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Roma, Presidente Worldwide Sommelier Association e Direttore di BIBENDA, la patinata rivista di cultura del vino. La realizzazione di DUEMILAVINI è curata da Paola Simonetti, con una squadra composta da 40 collaboratori, tutti Sommelier.
Ma la data del 2 dicembre 2011 a Lamezia rimane memorabile per il mondo del vino calabrese anche per un altro appuntamento. Nella Sala Comunale dell’ex-municipio di Sambiase, in piazza Diaz, è partita la quarta edizione del Concorso enologico nazionale “Vini del Mediterraneo” promosso dall’Ente Fiera lametino. E’ una iniziativa dedicata al compianto notaio Fortunato Galati, gentiluomo e appassionato cultore di enologia. Autentico pioniere della valorizzazione dei vini del Sud già in anni in cui il vino non era “di moda”, che con tenacia e impegno disinteressato ha animato l´iniziativa del concorso nell´ambito della Fiera Agricola.
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Di FILIPPO VELTRI
E' stato tra i relatori piu' citati e apprezzati del convegno dei giovani industriali di Capri che e’ stato un paio di settimane fa al centro del dibattito politico ed economico italiano. Si chiama Emanuele Ferragina, e’ docente di politiche sociali comparate ad Oxford, e' una delle menti ''under 30'' di cui ha parlato anche il direttore del Sole 24Ore Roberto Napoletano nella sua rubrica sull’ inserto domenicale di cultura del quotidiano economico di Confindustria ed il suo nome e’ finito nelle cronache dei quotidiani nazionali sulla tradizionale assise dei giovani industriali a Capri.
Proprio da quella platea dei giovani imprenditori, il professore partito dalla Calabria per laurearsi a Torino e poi passare dall'Ecole de Commerce di Parigi per approdare, adesso, ad Oxford dove insegna politiche sociali comparate, ha raccolto una messe di applausi soprattutto quando ha sostenuto che l'Italia e' un paese non più abituato al confronto. Come Ferragina ce ne sono tanti, tantissimi ragazzi e ragazze calabresi partiti da qui e poi impostisi a livello internazionale, senza pianti greci o lamentazioni inutili. La storia di questo ragazzo e’ del resto illuminante.
Emanuele Ferragina e' il solo italiano che ha fatto parte in Inghilterra di uno dei 14 gruppi di ricerca sulle scienze sociali in team con Robert Walker, il suo insegnante, e Mark Tomlinson, per la realizzazione di uno studio sulla comprensione delle disuguaglianze sociali in Inghilterra. A Capri sono stati in tanti ad apprezzare il suo intervento che ha trovato spazio anche nelle cronache dei giornali stranieri.
Doppia laurea in Relazioni Internazionali ed in Economia a Torino e Parigi, ricercatore nel dipartimento di Social Policy e Intervention dell'Universita' di Oxford, dove ha conseguito il dottorato, Ferragina, si occupa di temi del mercato del lavoro, delle politiche di welfare comparate e della questione meridionale. Ha anche lavorato come consulente per molte istituzioni pubbliche in Italia, Belgio e Regno Unito, ed e' tra i fondatori della ''Fonderia Oxford'', un laboratorio politico fatto da docenti e ricercatori che guarda all'Italia e alle sue prospettive politiche ed economico-sociali. Insomma, un curriculum di tutto rispetto, una bella situazione oggi e in prospettiva, che ci apre il capitolo su come sia stato possibile tutto cio’ – e la risposta e’ abbastanza facile e anche scontata – ma soprattutto su cosa fare.
''Sono calabrese ed orgoglioso di esserlo - dice Ferragina raggiunto dall’ANSA telefonicamente ad Oxford nei giorni scorsi - e a Capri ho molto apprezzato il fatto che si siano chiamati tanti giovani docenti e ricercatori a dare il proprio contributo, un segno di apertura al confronto’’. Poi la frase decisiva: ‘’Basta – dice infatti Emanuele - piangersi addosso, piuttosto bisogna guardare agli aspetti positivi che esistono e tenere in conto che se e' vero che lo Stato investe poco in innovazione e ricerca, anche le aziende non sono da meno. Anche in Calabria, terra alla quale sono legato, dove vivono i miei genitori e dove torno spesso, esistono tante storture e negatività, non per questo ci si deve sempre e solo piangere addosso. Bisogna cercare di risolvere i problemi guardando agli esempi positivi che pure esistono per guadagnare tutti in autostima''.
A giudizio di Ferragina e' necessario chiudere anche con la retorica dei cervelli in fuga: ''per quanto mi riguarda - dice - non sono andato via perché sono stati cacciato ma perché ho avuto la possibilità di trovare ciò che stavo cercando. Il problema e' che per me che vado via non c'e' un tedesco o un inglese che viene in Italia a fare lo stesso lavoro. Da questo punto di vista non esiste reciprocità e su questo bisognerebbe confrontarsi''. Ecco dunque il vero problema davanti all’Italia e non solo alla Calabria, assolutamente di attualita’ con la situazione economica dell’Italia e dell’Europa intera: non esiste reciprocita’, non c’e’ sinergia e sintonia e ai tanti Ferragina attratti da Gb, Francia, Germania (per non parlare di Usa e Canada) non fa riscontro un analogo fenomeno verso l’ Italia. Qui sta tutta la difficolta’ che vive oggi il nostro paese, non solo la Calabria. Magari si trattasse solo di noi!
Tifosissimo del Catanzaro, proprio davanti ai colori giallorossi Emanuele Ferragina smette per un attimo l'aplomb oxfordiano. Ma con il capoluogo calabrese, dove e' nato 28 anni fa, Ferragina mantiene forti legami: di recente e' stato nel team di Salvatore Scalzo, candidato del centrosinistra alle ultime elezioni comunali della primavera scorsa essendo stato coautore del programma elettorale. Quindi lui va e torna, partecipa e ci da’ lustro. Ma il punto e’ che lui da’ lustro all’Italia ma l’Italia non gliene da’ affatto. Questo e’ il vero problema dell’Italia di oggi.
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di Battista Notarianni
Il Lametino è stato il primo giornale (nel numero 174, uscito in edicola il 24 settembre) a scrivere del rischio chiusura del tribunale e/o procura di Lamezia Terme. Poi mano a mano sono arrivate dichiarazioni di sostegno e, buon ultima, per ora, la dichiarazione del neosottosegretario alla Pubblica Istruzione, Giuseppe Galati, che parla di “inutile allarmismo”.
Ebbene, onorevole Galati, ci permettiamo di contraddirla. Il rischio chiusura del nostro Tribunale e/o Procura dipende da una serie di regole definite in una legge delega inserita nell’ultima (o penultima, o terz’ultima, s’è perso il conto) finanziaria. Queste regole o protocolli o parametri fissano i criteri per la cancellazione di Tribunali e/o di Procure o per eventuali accorpamenti. Di sicuro per ora c’è il fortissimo ridimensionamento dei “giudici di pace”, per gli altri tutto dipende dalle “interpretazioni” dei parametri fissati dalla legge delega, che tra l’altro deve essere resa esecutiva entro un anno. Ebbene, come sicuramente l’on. Galati sa, secondo alcuni di questi parametri il Tribunale e/o la Procura di Lamezia rischiano la chiusura, secondo altri parametri invece - non ben definiti perché legati a concetti e valutazioni dilatate. Non a caso a questo proposito l’ANM ha parlato di “vizi di irrazionalità” - non c’è questo pericolo.
Il rischio-chiusura era contenuto nella prefazione sul “Bilancio sociale” della nostra Procura a firma del procuratore Vitello; era stato lanciato dall’ordine forense di Lamezia; era presente nel forte comunicato dell’ANM. Insomma, per farla breve, non ci sono stati allarmismi, tantomeno inutili, bensì attenzione, estrema attenzione.
Adesso il neosottosegretario Galati ci rassicura perché ne ha parlato con il ministro (anche lui neo) di Giustizia. E ha aggiunto: “Nel corso del colloquio, il titolare del dicastero di via Arenula ha evidenziato il fatto che non c'è nessuna decisione di chiusura o ridimensionamento del Palazzo di Giustizia lametino. Lo stesso Guardasigilli, inoltre, ha tenuto a precisare che è solo iniziata una fase di studio nel merito che coinvolge l'intero Paese”.
Appunto: una fase di studio. Quindi se le parole hanno ancora un senso - e ce l’hanno ogni volta che sono scremate dalla propaganda - è lapalissiano che non c’è nessuna (non ci sia alcuna, ndr) decisione di chiusura o ridimensionamento del Palazzo di Giustizia lametino.Dunque è più corretto dire che nulla ancora è deciso ma tutto può ancora avvenire senza accusare di “inutile allarmismo” tutti quelli che hanno sollevato il problema”. A meno che la notizia non sia in realtà un’altra, questa: il neosottosegretario ha parlato con il neoministro. E questi l’ha rassicurato. E l’on. Galati, rassicurato, può quindi parlare di “inutili allarmismi”, dato che lui sape ma forse non può dircelo. Almeno non ora, semmai in campagna elettorale.
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DI FILIPPO VELTRI
Non si può certo dire che la Calabria abbia accolto con un entusiasmo da ricordare nella storia la visita del Papa, un mese fa a Lamezia Terme e a Serra San Bruno. Sarà stato per il cattivo tempo, sarà stato per un problema tutto interno alle gerarchie cattoliche calabresi, sarà stato perché – soprattutto – lo stato complessivo della Calabria di questi tempi non e’ al massimo, ma non si può certo dire che la visita di Ratzinger abbia provocato nell’opinione pubblica regionale dei sussulti. Qualcuno ha giustamente detto ‘’Nemmeno il Papa scuote la Calabria’’.
Perché la verità – al di là delle contingenze di cui sopra si e’ detto – e’ amara da constatare ma e’ propria quella: nemmeno il Papa riesce a svegliare dal torpore ormai atavico questa terra. Una vergogna in piena regola, perché il Papa tedesco ha scelto due momenti assai significativi, nel cuore della Calabria che deve darsi una svegliata da tutti i punti di vista e nel cuore della spiritualità della certosa di Serra. Ma invece, prima e durante e dopo e’ sembrato che si sonnecchiasse. Eppure Ratzinger ha detto parole importanti, nello stile che e’ suo e non nella prorompente vitalità cui magari si era abituati con Woytila. Ratzinger e’ un Papa che trasmette valori profondi e non passeggeri, e’ un uomo dalla immensa cultura, che prima di ogni altro ha visto e detto di un occidente malato e in cui si sperdevano valori e sensazioni. E anche in Calabria ha detto questo.
Ha detto, ad esempio, Benedetto XVI: «Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni di questa comunità diocesana. So che vi siete preparati a questa Visita con un intenso cammino spirituale, adottando come motto un versetto degli Atti degli Apostoli: “Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!” (3,6). So che anche a Lamezia Terme, come in tutta la Calabria, non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni’’. Poi ha proseguito: ‘’Se osserviamo questa bella regione, riconosciamo in essa una terra sismica non solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale, comportamentale e sociale; una terra, cioè, dove i problemi si presentano in forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione è preoccupante, dove una criminalità spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza. All’emergenza, voi calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilità sorprendenti, con una straordinaria capacità di adattamento al disagio. Sono certo che saprete superare le difficoltà di oggi per preparare un futuro migliore. Non cedete mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacità umane; sforzatevi di crescere nella capacità di collaborare, di prendersi cura dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate nella testimonianza dei valori umani e cristiani così profondamente radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione». E a Serra San Bruno tra i certosini ha ricordato quei valori che si vanno perdendo anche a causa della virtualità dei rapporti, soprattutto tra i giovani.
A un mese da quei due incontri di Lamezia e Serra San Bruno, che cosa resta della visita del Papa in Calabria? A giudicare da quanto scrivono i giornali, un po’ di spazzatura ancora non raccolta sulla spianata dove è stata celebrata la Messa e i conti della Diocesi che sembrano mancare delle cifre promesse dalla Regione. E un dibattito che – pur con alcuni apprezzabili sforzi e nonostante in molti avessero, prima della scorsa domenica, parlato della visita come “evento epocale” destinato a mutare la storia calabrese – non è riuscito a decollare.
Perché? Perché Benedetto XVI – hanno scritto alcuni commentatori su giornali e siti internet - ha un linguaggio pacato, intessuto di riferimenti biblici, che non punta ad ottenere titoloni ad effetto, ma a fornire solide basi ai credenti; un linguaggio la cui profondità si coglie meglio nella, evidentemente non (ancora) fatta, rilettura o che non è stato sufficientemente dirompente rispetto alla gravità dei problemi calabresi? ‘’Perché i “laici” sono ormai incapaci di comprendere i cattolici, se non in maniera strumentale come possibile, ma sempre più incerto, bacino elettorale? Perché i cattolici non sanno trovare parole per raccontarsi – sfibrati, come sono, dalla galoppante secolarizzazione e dagli scandali interni alla chiesa, indeboliti da quell’impasto di indifferentismo etico e di sfiducia nelle possibilità del cambiamento che pervade la società non solo calabra, e consapevoli delle ampie zone d’ombra di una religiosità che, da una parte, è (stata) capace di alleviare sofferenze d’ogni tipo ma, dall’altra, ha accettato compromissioni col male che «ferisce il tessuto sociale» e, più spesso, non è stata in grado di uscire dalle sacrestie vivificando il territorio? Perché chi ha “sentito” le parole del Papa senza “ascoltarle” ha avuto il buon gusto di evitarne il commento e chi, invece, le ha ascoltate, prova a trasformarle in quelle iniziative di tempo lungo, più nascoste e mediaticamente silenti, da cui, secondo il fiducioso auspicio del Papa, «scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune»? Oppure, perché?’’. Facciamo interamente nostre queste riflessioni di Franca Dattola e le rilanciamo. La Calabria si svegli dal suo torpore, almeno per il Papa.
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di Battista Notarianni
Adelina aveva una faccia pulita, gli occhi sognanti, un sorriso dolcissimo. Aveva tutta una vita davanti, ma il suo percorso è stato stroncato con crudeltà non “da un amore malato”, come hanno scritto molti nostri lettori nei commenti postati sul nostro sito. Adelina è stata massacrata da una mano armata da una lurida mentalità, quella del possesso. Il carnefice, tutti i carnefici di questo genere, pensano che stare con una donna - fidanzata, moglie, amante, compagna - significa solo e soltanto essere padroni. Il loro non è amore, è invece volontà di potere assoluto su una persona. E se questa osa ribellarsi, decidere di lasciare, di rompere questa catena opprimente, il padrone reagisce. E colpisce, massacra, sfregia. Il padrone non tollera che gli si dica di no, per il padrone non è concepibile che la “sua” donna possa alzare la testa, pretendere libertà e parità. Adelina è l’ultima di una lunga lista di donne massacrate dai loro compagni, i mostri si trovano in casa, tra le mura domestiche. Ci sono statistiche, dati, numeri che nella loro freddezza mostrano quanto sia lunga la lista di donne vittime di carnefici (fidanzati, mariti, compagni) che mai accettano la parità tra uomo e donna. Questi carnefici sono l’emblema dell’egoismo, del maschilismo, del machismo. Ma il macho non esiste, è una degenerazione dell’uomo.
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di FILIPPO VELTRI
Dopo un anno e mezzo di lotte e di risse nel Pd calabrese sembra scoppiata la pace. Neanche l’esito, tutt’altro che brillante, delle recenti amministrative (sono stati persi, tra l’altro, i Comuni di Cosenza e Catanzaro), ha infatti incrinato il disegno che ora appare sempre piu’ chiaro. Ormai, infatti, si va a lunghi passi verso un documento unitario nel Pd calabrese in vista dei congressi, sia quelli provinciali che quello regionale. Voglia di pace per non morire, ha sintetizzato piu’ di un dirigente democratico. Resta solo un problema, quello dei tempi. E non e’ un problema da niente. Quando si faranno questi congressi? Molto dipendera’ anche dall’andamento tutt’altro che pacifico della situazione politica nazionale e dalla tenuta del governo. Da cio’ dipende la data di svolgimento delle elezioni politiche nazionali, che influenza posizionamenti ed attese dentro il Pd.
Ci sara’ la scadenza naturale nel 2013? O le elezioni saranno anticipate al 2012 o piuttosto – temono i piu’ catastrofisti- addirittura a novembre 2011, se il tentativo disperato di Berlusconi di dare un senso alla sua alleanza con una crisi economica galoppante non dovesse arrivare a nulla? Sono tutti scenari aperti davanti ai dirigenti nazionali – e quindi regionali – del Pd. In ogni caso mentre appare certo – al di la’ di come evolvera’ la situazione politica nazionale – che entro il 2011 si terranno i 5 congressi provinciali, non c’e’ altrettanta certezza su quello regionale che potrebbe infatti slittare nel 2012 per motivi di posizionamenti elettorali.
Ma il dato politico ormai chiaro e’ che i democratici arriveranno a questo appuntamento con un documento unitario e che Pierluigi Bersani in prima persona e’ disposto a metterci la faccia e e il suo imprimatur, sempre se le varie anime del partito calabrese troveranno l’accordo. E la via dell’accordo e’ ormai segnata, da quando una decina di giorni fa proprio la corrente principale del Pd, quella che fa capo a Bersani, si e’ riunita con i suoi esponenti di spicco a Roma presente lo stesso segretario nazionale per dirimere i nodi venuti al pettine in questi mesi. Perche’ – e’ il paradosso piu’ grande tra i tanti paradossi del Pd calabrese - l’unico vero ostacolo alla sintesi unitaria viene proprio dai malumori interni ai bersaniani calabresi, mentre sull’accordo unitario marciano convinti gli amici di Walter Veltroni, capitanati in Calabria da Marco Minniti, e quelli legati a Dario Franceschini, recentemente in visita nella regione, con il suo capo corrente Franco Laratta. In linea con l’accordo unitario anche i seguaci del sen. Ignazio Marino, che hanno in due donne - Fernanda Gigliotti e Rosa Calipari – le principali esponenti.
Dalla riunione dei fedeli bersaniani a Roma il dato piu’ significativo emerso e’ che si lavora per smussare le incomprensioni del recente passato, legate soprattutto alla conduzione del gruppo regionale e ai veleni del caso Cosenza. A Roma c’erano un po’ tutti i big della corrente maggioritaria: Mario Oliverio, Sandro Principe, Mario Maiolo, Nicodemo Oliverio ed altri ancora. Grande ufficiale di collegamento e’ il mai domo Gigi Meduri, l’ex presidente della Regione ed ex parlamentare, in prima fila nell’azione di ricucitura (pensa ad una ricandidatura?). In prima fila ovviamente il proconsole calabrese di Bersani Nico Stumpo (da Crotone) ed il commissario che egli stesso ha inviato da Roma, il sen. Adriano Musi.
Una discussione – hanno raccontato i partecipanti – impegnata e seria, che ha tracciato un percorso di dibattito pubblico ed il coordinatore nazionale della segreteria del Pd, Maurizio Migliavacca, plenipotenziario di Bersani a tutti gli effetti, sara’ in Calabria il 18 luglio per un’assemblea ed una iniziativa destinati a certificare il fatto che i congressi si terranno sulla base di un’unica mozione unitaria, senza quindi candidature alternative. Cosi’ come avvenne – suggeriscono i piu’ maliziosi - con Marco Minniti alcuni anni fa: candidato unico e niente primarie, anche se su quelle di partito votano solo gli iscritti. Pero’, hanno pensato da Roma, e’ meglio evitare lacerazioni e brutte sorprese, se i segnali provenienti dalla Calabria saranno incoraggianti e concreti.
Ma chi saranno i nuovi dirigenti che saranno chiamati a dirigere le cinque federazioni e ancor piu’ il comitato regionale? Come funzionera’ il tesseramento? Su quale base sara’ possibile decidere e contare? I candidati sono parecchi, cosi’ come sono in tanti i concorrenti per Camera e Senato, nel caso si dovesse votare con l’attuale legge elettorale e non dovessero svolgersi le primarie. Deputati e senatori in carica si sentono tutti riconfermati ma da Roma fanno sapere che ci vorranno segnali di novita’ e che non si puo’ certo pensare di ripresentare l’intera squadra parlamentare uscente: qualcuno saltera’ e altri entreranno. E i subentranti potenziali sono tanti, una fila lunga da tempo: Demetrio Naccari, Pasqualino Mancuso, lo stesso Musi e poi gli intramontabili, cioe’ Principe, Maiolo, Olivo, Soriero ed altri ancora.
Fuori da ogni ipotesi sono, al momento, le possibilita’ di rientro nel partito di Nicola Adamo ma dello stesso Enzo Ciconte. Il consigliere ex loieriano paga per essere sullo stesso piano formale di Adamo, entrambi cioe’ iscritti in un altro gruppo regionale. Dovranno aspettare. Ma sara’ vero per tutti e due e in egual modo? Intanto Ciconte, fiutata l’aria, si e’ messo in un altro gruppo regionale, dopo aver lasciato Loiero,insieme ai due ex consiglieri regionali eletti nel 2010 nella Federazione della Sinistra, Ferdinando Aiello e Antonino De Gaetano, e si e’ pure fatto eleggere capo di un gruppo che si chiama PD, Progetto Democratico.
Ma la domanda vera – al di la’ di Adamo e Ciconte – e’ se l’accordo unitario tra le varie anime del Pd calabrese reggera’ alla prova delle candidature per Camera e Senato. Sono tanti i pretendenti e relativamente poche le poltrone. Se non dovessero esserci le primarie a decidere – ancora una volta – sara’ Roma e li’ il banco rischio di saltare una volta, tra spartizioni di aree, logiche centralistiche e voglia di non farsi troppo male. Li’, a quel punto, il vietnam del Pd calabrese potrebbe riesplodere. E allora neanche il napalm sara’ sufficiente.
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di BATTISTA NOTARIANNI
Lamezia Terme, 7 luglio - L’omicidio di un ventenne, figlio di un uomo assassinato pochi giorni prima; una pasticceria fatta saltare in aria pieno centro; un giallo all’ex zuccherificio (ma non c’era un progetto per riqualificarlo? E che diranno adesso quelli che si erano opposti ostinatamente alla riqualificazione?) dove una giovane ha accusato di essere stata violentata e un ragazzo è stato trovato morto. Questo in sintesi il giovedì nero di Lamezia Terme che ha riportato tragicamente la città all’attenzione dei media nazionali neanche una settimana dopo i servizi, e gli elogi, su “Trame. Festival dei libri sulle mafie”. In occasione di quest’ultimo avvenimento, “il Lametino” aveva così titolato in prima pagina: “Guerra di mafia. Lamezia si muove”. Era un titolo-introduzione a ben nove pagine con interventi di alti rappresentanti istituzionali (magistrati e politici) e responsabili di organizzazioni di base (come quella contro il racket) per l’avvenimento che si sarebbe svolto la settimana successiva.
Un titolo che parlava di una realtà acquisita (due omicidi, di cui uno accertato di mafia e una lunga sequela di atti intimidatori verso commercianti) e di una speranza: quella che la cittadinanza rispondesse in massa a questa iniziativa per dimostrare sensibilità, partecipazione e sostegno al fronte della legalità sotto pressione per l’aggressione continua della criminalità organizzata. Era una scommessa quel “festival”, una scommessa vinta per la mobilitazione massiccia dei cittadini. Pungolati forse dalle dure parole del procuratore Salvatore Vitello che in precedenza non aveva cessato di richiamare i cittadini (“Ma la città dov’è?”) ai suoi doveri civici e civili; spinti forse dalla pacate parole di Don Giacomo Panizza; dalle invocazioni del fronte antiracket con la neopresidente nazionale del FAI; dalle lucide analisi di scrittori.
interno dell' ex Zucchericio
La risposta c’era stata, forte e consistente dunque. Ma purtroppo c’è stata anche la “controrisposta”, chiamiamola così, delle cosche. La mafia si è così rifatta sentire, con noncuranza, con l’arroganza che nasce da una presunta (ma non tanto) impunità. Queste persone incompatibili con la Lamezia e il vivere civile è come se vivessero in un mondo parallelo, indifferenti agli sforzi di tutto il fronte della legalità, come se questi omicidi, questi attentati e queste intimidazioni, oltre ai fatti in sé, volessero mandare un messaggio. Questo: voi, gente onesta e istituzioni, fate quello che volete, tanto a noi non interessa perché ci sentiamo più forti, inattaccabili. E colpiamo quando e dove vogliamo.
C’è una guerra in atto a Lamezia. Forse è una guerra di riorganizzazione interna, una guerra tra famiglie mafiose e bisognerebbe capire come e perché è nata. “Follow the money” dicono negli States e qui the money, il business, sono gli appalti, il cemento, il pizzo, ecc. E questo è il compito delle forze dell’ordine e della magistratura. Confortare (ma sì) la cittadinanza e mobilitare i cittadini. E questo è il compito dei politici, dal sindaco ai rappresentanti regionali a quelli nazionali. Uno schieramento, quest’ultimo, come mai però sinora s’è visto unito se non a parole.
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