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Sabato 20 Ottobre 2012 09:03

Dai vigneti-giardini i migliori calici

Gianfranco_Manfredidi Gianfranco Manfredi

Vini, vigne, vitigni, vignaioli e …emozioni enologiche nel profondo Sud. C’è anche in Calabria un importante patrimonio culturale-paesaggistico legato al mondo della vite e del vino. Ci sono lembi di territorio, pure estesi, che da secoli, se non da millenni, sono segnati dalla cultura materiale viti-enologica calabrese. Oltre i calici, insomma, c’è una Calabria che può rivendicare con orgoglio un’originale cultura del vino e dei vigneti, un suo patrimonio di saperi, un proprio savoir-faire. Ed è un orizzonte che implica molto di più della sola conduzione agricola. Coglie a tutto tondo, nella loro interezza – nella perizia manuale e negli aspetti umani, sentimentali, esistenziali –  gli addetti ai lavori in vigna.

Non ho dubbi, perciò, nel collocare in questi scenari e in queste motivazioni l’intensa giornata che sabato 22 settembre “Euvite” ha dedicato ai Viticoltori d’eccellenza cirotani. L’ associazione non è solo cirotana: da oltre un anno riunisce cinque aziende calabresi (oltre alle cantine Librandi di Cirò Marina, Statti di Lamezia Terme, Serracavallo di Bisignano, Malaspina di Melito Porto Salvo e Poderi Marini di San Demetrio Corone) in rappresentanza di cinque diversi terroir. Eppure sono proprio i vignaioli cirotani ad essere additati come “Esempio virtuoso per la crescita del livello qualitativo della viticoltura del territorio”.

Ci sono certo altri notevoli paesaggi vinicoli calabresi. Penso al Lametino, alle colline di Donnici, di Bisignano, al Reggino. Ho visto splendidi vigneti sulla Costa Viola, sui contrafforti che scendono a mare tra Scilla e Bagnara, dove tutti avrebbero giurato sull’impossibilità di qualsiasi coltura. Eppure quei miracoli della testardaggine calabrese sono ancora lì, certo in parte ora abbandonati, ma rappresentano con quegli acrobatici terrazzamenti, ancora più audaci di quelli delle Cinque Terre, un paesaggio antropizzato fra i più straordinari del mondo, conferma di quello di cui è capace l’uomo quando vuole ottenere dalla natura, senza violentarla ma governandola con giudizio, unendo intelligenza, saggezza e testardaggine. Un altro vigneto-modello m’ha sorpreso a San Demetrio Corone. Ricopre ordinato, degradando verso la piana di Sibari e il mar Jonio, una collina prospiciente il borgo antico di San Demetrio Corone, “capitale” della cultura arbrëshë .

I vigneti cirotani, però, rappresentano un unicum. Li contraddistingue innanzitutto l’estensione (che non ha eguali in Calabria e li qualifica una delle aree vinicole più importanti del Mezzogiorno) ma anche la singolarità di vigneti che coi loro filari giungono fino al mare, confinano col bagnasciuga. La giornata “cantiere” del 22 settembre a Cirò Marina ne ha svelato la straordinaria bellezza grazie al tour guidato personalmente da Nicodemo Librandi nei vigneti delle zone storiche della Doc Cirò. Ha fatto da battistrada al comitato scientifico che poi ha selezionato i vignaioli ai quali conferire il tradizionale Premio al viticoltore d’eccellenza del Cirò. Come non citare il vigneto-giardino di Francesco Porti, vignaiolo e gentiluomo, presidente del gruppo di viticultori che conferiscono le loro uve alle Cantine Librandi? I filari, schierati in ordine perfetto, uniscono la sua casa di campagna, di raffinata semplicità, all’azzurro del mar Jonio. Una vista che sembra evocare Cesare Pavese: “La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte – scriveva in Ferie d’Agosto – apre plausibili vedute di nostalgia e speranza”.

VignetoFrancescoPorti

In serata, un interessante convegno moderato con garbo e competenza dalla giornalista Clementina Palese dell’Informatore Agrario e poi la cerimonia con la consegna dei premi Vignaiolo di eccellenza 2012. Ha vinto Antonio Santoro, uno dei giovani coltivatori di Cirò che ancora si dedicano all’agricoltura. Gli altri trofei sono andati a vignaioli storici: Raffaele Sicilia, Nicodemo Parrilla e Salvatore Mezzotero, testimoni tenaci e sapienti di una perfetta conduzione della vigna. In particolare la commissione scientifica ha apprezzato la modalità di esecuzione degli innesti, molto curati ed efficaci e lo studioso Diego Tomasi, dell’istituto di viticultura di Conegliano Veneto, ha spiegato che le tecniche di potatura “alla calabrese” sono ai massimi livelli e invano altrove si cerca di imitarle. Con cosa brindare al merito di questi autentici eroi “della resistenza in vigna”? Mi ha impressionato quello che considero in questo momento uno dei più riusciti – per fragranza e gradevolezza – bianchi calabresi: l’Asylia 2011, il fresco e sapido Melissa Doc delle Cantine Librandi.  Provatelo con un piatto di gnocchetti di patata conditi in bianco con porcini e filetti di gallinella (pesce coccio) e poi mi direte. E’ un calice luminoso e agrumato che profuma di ginestra e rose bianche e si fa apprezzare anche per l’ottimo rapporto qualità-prezzo.

 

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Domenica 30 Settembre 2012 08:58

Il vino a tavola, istruzioni per l’uso

Gianfranco_Manfredi

di Gianfranco Manfredi

Come scegliere il vino al ristorante? Sono stati scritti ampi trattati sull’argomento, per cui rimando ai Testi Sacri della sommellerie chi volesse approfondire adeguatamente  la materia come merita. Qui, perciò, mi limiterò solo a qualche suggerimento pratico, poche istruzioni per l’uso semplici semplici. Comincio allora col segnalare che il problema si pone sia nei locali con poche etichette disponibili, sia in quelli meglio dotati o dotatissimi. Nel primo caso raccomando di scegliere i vini che si consumano maggiormente (in genere consigliati) perchè almeno così si azzera il rischio della cattiva conservazione. Bottiglie pregiate, in trattorie modeste, quasi sempre sono care, mal conservate e quindi dal contenuto deludente perchè esposte al caldo e alla luce. Diversa, invece, la scelta nei ristoranti con un’ampia rassegna enoica. Se non ci sono problemi di budget e in sala c’è un sommelier si possono accettare senz’altro anche i suggerimenti più costosi: non c’è posto migliore di un buon ristorante per vivere l’esperienza esaltante di brillanti accostamenti cibo-vino con straordinari esiti sensoriali.

In genere a tavola (ed anche prima ancora di sedersi) si comincia con vini bianchi: è una scelta dominante, che chiama in causa anche fattori psicologici e fisiologici. I colori tenui, i profumi fruttati e floreali, la freschezza e la temperatura bassa con cui vengono serviti, li rende ideali per cominciare (quindi come aperitivi), con gli antipasti, col pesce e i crostacei, ma anche con le carni bianche e con le salse chiare. Il colore del vino, del resto, si armonizza col cibo e non si tratta solo di un fatto estetico…  Pensate che, per quando riguarda le pietanze di origine ittica, si parla non solo di vini bianchi, ma si scende fin nei particolari definendo categorie o “famiglie”, come i cosiddetti “vini da frutti di mare” (in genere quelli più freschi e leggeri, ricchi di acidità), “vini da crostacei” (un classico è lo chardonnay), “vini da pesce” (secchi ed anche corposi e meno secchi, a seconda della cottura e degli ingredienti del piatto).

I “muscoli” dei vini rossi, la loro struttura più solida prima ancora che la complessità e la ricchezza di sapori, li rende invece più adatti all’accompagnamento di pietanze più pesanti, dai sapori forti. Il colore, d’altra parte, li accorda naturalmente alle carni rosse e alle salse e ai condimenti più scuri. Nei rossi, poi, c’è il fattore tannino, la sostanza che interagisce con la carne e con i sughi che in genere l’accompagnano. In questa sede mi basta indicarvi i vini più tannici, robusti e maturi come l’abbinamento ideale con le carni rosse e con quelle scure, fino alla cacciagione più importante. E’ bene ricordare, inoltre, che durante i pasti la sensibilità sensoriale va diminuendo e quindi è bene, se si degustano diversi vini, seguire una gradazione, cominciando dai vini più leggeri e più giovani e poi via via passare a quelli più robusti, profumati e importanti.

Un’accortezza che bisognerebbe usare, è quella di degustare prima i vini in grado di valorizzare quelli che seguono, in un’escalation di importanza. Lo prometto: tornerò presto sull’argomento. Ma intanto vi raccomando di stappare una bottiglia di Patros Pietro della cantina Malaspina di Melito Porto Salvo (le sorelle Domenica, Caterina, Irene e Patrizia che hanno impresso una svolta nell’azienda creata  nel 1967 dal papà Consolato e dal nonno Pietro Malaspina). Si, lo so, tra i vini del Sud è il Nero d’Avola a far la parte del leone, vero protagonista del boom – forse non sempre meritatamente. Ma si muove anche la Calabria e il nostro fenomeno potrebbe diventare il magliocco, uno dei vitigni (sempre più, anche vino in purezza) più interessanti e apprezzati. Vi consiglio di assaggiare il Patros Pietro, per sincerarvene. magliocco (in questo caso magliocco canino all’80%) con un 20% di cabernet sauvignon, ha intensi profumi di frutti di bosco (ribes e more di rovo) e sentori speziati. E’ ottimo, per i suoi tannini gentili e levigati da un attento uso del legno di rovere, con l’agnello arrosto ben aromatizzato (In enoteca a 12-14 euro). E della stessa azienda vi raccomando pure il Cannìci  2010, lo stupefacente passito rosso, a mio parere il top della casa. Da uve gaglioppo in purezza con vendemmia tardiva, appassite su graticci, Cannici è un rosso dal rubino impenetrabile con intensi profumi di frutti di bosco (ribes nero, more di rovo e fichi neri), sentori speziati (cardamomo) e note cacao di grande persistenza. E’ ottimo con la torta caprese o da solo, come calice da meditazione. In enoteca a 18-20 euro.

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Gianfranco_ManfrediDi Gianfranco Manfredi

Il vino bianco? Va servito …assiderato – diceva il grande Totò, principe della risata. Scherzi a parte, l’estate è arrivata, più accaldata che mai. E’giunto così anche il momento di pensare ai vini giusti per la bella stagione.  Non è detto, infatti, che non si debba bere vino quando fa caldo. Tutto, anche in questo caso, dipende dalla quantità, dalla giusta misura. Personalmente ho già avuto modo di esprimere il mio parere in queste pagine: ricordiamoci sempre che il vino non è un bibita dissetante e che se si ha sete – e ce n’è tanta in questi giorni e in queste serate precocemente torride –,  c’è …l’acqua (nelle sue infinite declinazioni, minerale, gassata, naturalmente frizzante, oligominerale, ecc…) e tutte le altre bevande analcoliche, a cominciare dagli evergreen sciroppi di frutta da mescolare all’acqua ghiacciata.

Tutti cercano, comunque, di questi tempi calici appannati per dissolvere il torpore di quest’afosa estate calabrese. Perché anche i bicchieri di vino, quelli “giusti”, possono essere leggeri e allegri, stuzzicanti, seducenti. Eccoci allora pronti a dare uno sguardo a quanto c’è di nuovo, cogliendo le tendenze ma senza dimenticare i classici intramontabili, per scegliere i calici che renderanno unica la nostra estate 2012. Sfatiamo una convinzione generalizzata, quella che vorrebbe un’esclusiva prerogativa dei vini bianchi. Pure i rosati e i rossi, serviti  freschi, sono un’eccellente alternativa, tolgono d’impaccio e possono essere degustati a basse temperature, persino – azzarda un esperto come Davide Paolini, il celeberrimo “Gastronauta” del Sole 24 Ore – tuffati nel secchiello come gli Champagne. Certo per i bianchi, questa è stagione ideale, ma direi anche per scegliere tutti i vini cosiddetti “beverini”, con buone acidità, basse o medie gradazioni alcoliche, profumati e fruttati.

Proverò, allora, a indicarvi qualche buona bottiglia che non può mancare, i “must” della nuova stagione, da portare nei secchielli del ghiaccio sotto l’ombrellone o da gustare nella fresca brezza delle serate al mare o in montagna. E proverò pure a suggerire qualche abbinamento. Uno spazio non secondario tra le bottiglie da stipare nella nostra cantinetta estiva va riservato alle bollicine: hanno un innato appeal seducente, sempre perfette in ogni occasione. Non solo quelle decisamente più classiche degli Champagne francesi (oltre i soliti stranoti, ho apprezzato di recente il sontuoso Jacques Selosse Initial blanc de Blancs Gran Cru  e uno straordinario – incredibilmente rosso –  Leclerc Briant Cuvee Rubis de Noirs 2004 e devo dire che Oltr’Alpe restano dei veri maestri) ma anche le nostre-nostre calabresi. I nomi? Eccoli subito:

Il Rosaneti (rosè) e l’Almaneti sono i due  Metodo Classico (gaglioppo 100%, il primo, chardonnay l’altro) delle Cantine Librandi di Cirò Marina (KR). Color cipria tenue, con nuance ramate, il Rosaneti, sprigiona un delicato bouquet di frutti rossi con prevalenza di ciliegia. Pungoli freschi, in bocca è piacevolissimo: ha polpa, sapidità e finissima grana. Prevalgono i sentori di crosta di pane, invece, nell’Almaneti, fragrante e intenso al naso, pur con note di frutta secca e mele in evidenza. Ambientateli sulla veranda dell’Approdo di Pino e Concetta Lopreiato, stellato (guida Michelin 2012) indirizzo di Vibo Marina, magari col superbo Plateau Royal di frutti di mare della casa. I calici cirotani appagano gli assaggi di ostriche, ricci e tartufi del Tirreno impeccabilmente serviti su una montagnola di ghiaccio tritato che ricorda la sagoma dello Stromboli dirimpettaio…

Ancora voglia di bollicine? Non perdetevi, allora l’inedito SP1, lo spumante brut metodo classico rosé della Cantina Santa Venere. Lo produce Giuseppe Scala a Cirò, in collaborazione con l’enologo di fama internazionale Riccardo Cotarella. Perlage fine e persistente, l’SP1 incanta con un gusto pieno e burroso e un bouquet di frutti rossi. Nasce nei vigneti di proprietà di Domenico De Sole, considerato l’Avvocato del lusso, nel Mondo, perché ha presieduto la holding “Gucci International” ed oggi guida il marchio Tom Ford: De Sole è cugino in primo grado di Giuseppe Scala che cura la conduzione biologica delle sue vigne. Ottenuto dal vitigno autoctono gaglioppo, l’SP1, deciso al naso, con belle note di ciliegie mature, va gustato in Sila al crepuscolo, ad apertura d’una splendida cena alla Tavernetta di Pietro e Denise Lecce, in quel di Camigliatello (CS). Sfilano sui taglieri soavi prosciutti e Pietro affetta solenne tranci di cosciotto di suino Nero di Calabria, dalla cotenna sapientemente abbrustolita. Bocconi superbi. Lo spumante di Giuseppe Scala, di spessore e sorridente, scivola come il sole dietro le sagome delle vette all’orizzonte.

Ma andiamo ai bianchi, come il nuovo, intrigante, Matilde dovuto a Vincenzo Chimento, architetto e vignaiolo di Bisignano . Frutto di quote paritarie di greco bianco e sauvignon, il Matilde è prodigo di intensi profumi di mandorla, ananas e ginestra con piacevoli note agrumate. E’ il compagno ideale di un pranzo silano all’Aquila & Edelweiss della famiglia D’Amico. Mentre Rodolfo ti fa gustare introvabili trote di torrente al cartoccio e il suo fantastico tuorlo d’uovo in crosta su letto di porcini, il nerbo fresco e sapido del Matilde glorifica gli assaggi e li esalta. Un altro bianco? Eccovi il Mantonico di Statti (da uva mantonico in purezza), un originale calice di notevole finezza che incrocia note di acacia e zagara con frutta gialla esotica e sentori speziati. Sapido e rotondo, provatelo sulla veranda del Vecchio Porto di Cannitello a Villa San Giovanni. Coi crudi superlativi e l’impeccabile tempura di Enzo Marra, è il bianco ideale con le sue sensazioni olfattive. Un sorso dietro l’altro sfila placido e solenne, come le sagome delle navi che attraversano lo Stretto.

Ancora un bianco, ancora con l’uva mantonico. Provate un calice appannato di Petelia di Roberto Ceraudo: da due uve autoctone, greco bianco e mantonico (che ha aggiunto persistenza alla freschezza), un bianco a regola d’arte. In quale  location degustarlo al meglio? Da Ceraudo, ovviamente, nel suo ristorante Dattilo a Strongoli (KR), cuore goloso e stellato (Michelin) del seicentesco casale. Nel fascinoso dehors, la sera illuminato da fiaccole galeotte e dagli occhi splendenti di Susy Ceraudo, sfilano ricercatezze. Come il fiore di zucca ripieno di ricotta e alici su crema di fave: sorseggiare Petelia aggiunge, anzi moltiplica la piacevolezza.

Nel nostro ghiotto tour estivo, facciamo infine un salto sull’alto Tirreno cosentino. Cosa c’è di meglio di un calice di rosè  sorseggiato in riva al mare, pieds dans l’eau, come dicono in Francia? Cenare con la sensazione dei piedi nell’acqua è magnifico tra Belvedere e Diamante, al ristorante Sabbia d’Oro dei Raffo. Sulla bella terrazza-veranda affacciata su una spiaggia relativamente appartata, con l’arenile dorato lambito dalla schiuma delle onde, un autentico incontro d’amore e passione enogastronomica: il fragrante rosè Lumare della Tenuta Iuzzolini di Cirò Marina e gli gnocchetti di patate conditi ai gamberi, rucola e radicchio del Sabbia d’Oro. Coi profumi di ciliegia e le note iodate del calice a competere e completare la ricchezza aromatica del piatto…

 

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Gianfranco_Manfredi

Di Gianfranco Manfredi

Si rivela un’autentica sorpresa l’enogastronomia lametina. Sia per quantità che per qualità. Senza darlo tanto a vedere,  la città e il comprensorio si delineano come una vera e propria food-valley. Non solo area centrale, “cuore” agro-alimentare della regione, ma anche comprensorio ad  alta  qualificazione enologica e zona di punta della ristorazione (nelle varie declinazioni, dai locali-top alle enoteche, ai wine-bar, alle pizzerie e alle trattorie). Sfogli la Guida ai Ristoranti di Calabria (che ho scritto insieme ad Ottavio Cavalcanti e che l’editore Rubbettino sta mandando nelle librerie proprio in questi giorni)  e ti accorgi che Lamezia e il Lametino ricoprono un ruolo di tutto riguardo. Nel panorama regionale non sfigurano neppure a confronto con le aree tradizionalmente più rinomate.

Dicono niente ben cinque locali recensiti – ciascuno con due pagine dedicate, con foto, scheda anche in inglese e ricetta – all’interno del territorio comunale? Si tratta dei ristoranti Al Regina (dell’Hotel Ashley), del Novecento, del Barriquando, della trattoria-pizzeria Antica Locanda e dell’agriturismo La Trigna. E non basta. In città sono segnalati anche altri dieci locali ( e nel comprensorio ci sono 12 ristoranti recensiti. Alcuni sono quasi nel perimetro del territorio comunale di Lamezia, penso al Casale di Feroleto Antico che è a poca distanza dal centro di Nicastro, ma anche il Marechiaro di Gizzeria Lido, che dista poche centinaia di metri dai confini di Lamezia. Altri sono nei paraggi: locali “fuoriporta” come il Pesce Fresco, La Lampara, l’Aragosta, la pattuglia di ristorantini, agriturismi e trattorie recensiti a Pianopoli – Le Carolee, il Vecchio Monastero, la Tavernetta dell’Hotel 2000 – , il Vecchio Castagno di Serrastretta, l’agriturismo La Vota e l’insegna-rivelazione di Calabrialcubo (entrambi a Nocera Terinese), infine La Rosa nel Bicchiere, il country-club (più che agriturismo) dei Rubbettino a Soveria Mannelli. Nell’area lametina sono segnalati, inoltre, altri 5 locali, a Platania, Curinga, Maida, Decollatura.

E poi la Guida seleziona in zona 28 Luoghi del gusto; 16 frantoi; 5 aziende vitivinicole. Nel capitolo Itinerari del Gusto ci sono prodotti, produttori, esercizi commerciali. Aziende come il Ranch Palazzo (macelleria di capi bovini e suini di qualità allevati in proprio; salumi e insaccati tipici) e luoghi-cult come lo storico Caffè Federico: dal 1800, celeberrimo per la“muzzunata” ovvero granita di mandorle ma anche per i sorbetti la pasticceria e le fragranti brioche, o l’infaticabile Franceschina Ferrante che nel suo forno a

Legna oltre al pane, sforna focacce, polpette fritte, fraguni, grispelle, pizze al taglio. E come non citare il Crudo e Cioccolata di  Sambiase dove dal 1979 Caterina Andricciola seleziona salumi, formaggi,  latticini, paste fresche e secche, vini e distillati. O le enoteche? La Gaetano (vini; champagne; liquori; distillati e specialità gastronomiche) e  “La Fonte Gaia” (vini, champagne; birre e liquori).

Danno lustro al food lametino anche l’Azienda agricola biologica Fragiacomo dove Giovanni Fragiacomo e Doris Fagin (tedesca di Norimberga) conducono un’azienda bio e allevano api. Oltre a una ricca produzione di mieli (di tiglio, d’acacia e persino di cardo) offrono originali confetture: come quelle di pomodori verdi con zenzero e vaniglia, di fragole con petali di rosa, di mirtilli e more selvatiche. Dulcis in fundo, il pluripremiato Cantagalli che vanta prestigiosi riconoscimenti e primati per la gelateria, a partire dal 2001 e confermati nei successivi anni a Rimini e Roma, Premio Speciale Roma capitale 2005; Premio Speciale Colle del Quirinale 2006), vince quest’anno per la quarta volta il premio internazionale di gelateria artigianale per il suo gelato al caffè al SIGEP di Rimini.

Anche le Vie dell’Olio (extravergine), sfogliando la Guida enogastronomica edita da Rubbettino, portano a Lamezia. Fra i sedici frantoi segnalati, mi piace ricordare quello degli Statti, il Podere D’Ippolito e l’Olearia S. Sidero per il suo extravergine non filtrato di eccezionali qualità organolettiche. E come dimenticare, in zona, l’Azienda Agricola Ventura di Nocera, col suo Piano di Terina (qualità sensoriale superiore) o l’Olearia Manfredi di San Mango d’Aquino col suo straordinario Principe d’Aquino, extravergine da cultivar Carolea?

Food e gastro Valley, il Lametino, ma pure importante vigneto. Nella Guida ci sono diverse pagine dedicate. Si parla dell’Azienda Agricola F.lli Davoli  e delle Cantine Statti e di quelle dei Lento. Nel comprensorio anche l’importante realtà enologica dell’Azienda Odoardi, localizzata nei comuni di Nocera Terinese e Falerna, ma crescono pure piccole, inedite, realtà come Le Moire Winery di Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia. Anche a Lamezia e nel Lametino, com’è stato osservato venerdì 18 maggio, in occasione della presentazione della Guida a Palazzo Nicotera, si sono mescolate e stratificate influenze, culture e tradizioni enogastronomiche, certo in qualche caso minacciate d’estinzione ma in buona parte vive e vivaci e persino, in qualche caso, ancora miracolosamente tutte da scoprire.

Forse in nessun’altra parte d’Italia fenici, greci, romani, arabi, normanni, bizantini, spagnoli e francesi, albanesi, provenzali e piemontesi, e poi in tempi recenti, amalfitani, siciliani, veneti e fiumani, hanno lasciato in un ambito così ristretto tante tracce delle loro presenze. E ancora oggi Lamezia e il Lametino confermano una loro identità “plurale” anche sul piano della produzione agroalimentare e della gastronomia.

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Gianfranco_ManfrediDI GIANFRANCO MANFREDI 

Si beve l’acqua per dissetarsi e si gusta il vino per il piacere del palato... Del resto Victor Hugo, in uno slancio umanistico rimarcò da par suo la differenza di funzioni tra le due bevande ricordando che se Dio ha creato l’acqua, è stato l’uomo a creare il vino. Dell’argomento si è occupato di recente a Lamezia il professor Giorgio Calabrese, medico e famoso nutrizionista, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università Cattolica di Piacenza. Calabrese è stato a Lamezia per una tavola rotonda che ha sugellato la cerimonia del Premio Speciale “notaio Galati” alla 4ª edizione del Concorso Enologico Nazionale “Vini del Mediterraneo”, riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le premiazioni del concorso riservato esclusivamente alle categorie certificate, che si è svolto lo scorso dicembre, sono avvenute  sabato 5 febbraio a conclusione della 41ª FierAgricola di Lamezia Terme. L’illustre nutrizionista era a Lamezia in veste di Presidente nazionale dell’Onav, l’associazione degli assaggiatori del vino che ha curato il Concorso.

Nel corso della tavola rotonda, il professor Calabrese ha spiegato il nesso vino-salute sfatando tanti luoghi comuni sull’alimentazione e l’assunzione di bevande a tavola e fuori pasto. Ha sottolineato, innanzitutto gli effetti benefici del vino che, se assunto in piccole dosi e occasionalmente, non è dannoso per la salute dell’uomo. L’alcol, infatti, non è un nutriente essenziale per l’alimentazione umana, tuttavia ricerche autorevoli svolte in più parti del mondo dimostrano che, se assunto in maniera attenta e corretta, può portare addirittura effetti benefici nel corpo. Ciò comporta, molto semplicemente, ha spiegato il professor Calabrese, che l’introduzione di alcol va sempre associata ai pasti e in modica quantità. Sono due parametri da rispettare, sempre e scrupolosamente, se non si vuol mettere in difficoltà il nostro organismo. Perciò è più che mai corretta la regola “si beve l’acqua e si gusta il vino”, in quanto è essenziale non sostituire l’acqua, la bevanda principe che disseta, con il vino, il quale in qualità di alimento-bevanda, nutre.

A supporto della sua tesi, Calabrese ha riferito della ricchezza di componenti che si trovano in un bicchiere di vino, anzi, sarebbe meglio dire in un buon bicchiere di vino. Sono davvero molte le sostanze e i composti con funzioni benefiche. Oltre all’alcol, ha affermato l’illustre scienziato, nel vino rosso in particolare, ci sono i polifenoli e il resveratrolo che hanno funzioni protettive sul sistema cardiocircolatorio. Questa peculiarità, negli ultimi dieci anni, ha solleticato parecchio la curiosità di medici e scienziati, che sono continuamente alla ricerca degli effetti di ogni alimento. Calabrese è un sostenitore degli effetti benefici delle sostanze presenti nel vino. Quali il resveratrolo e l’enzima cicloossigenasi – detta anche COX – che, secondo l’illustre nutrizionista, hanno dimostrato un’azione attiva nella possibile prevenzione dei tumori. Queste due sostanze agiscono su strutture cellulari ed enzimatiche, mettendo in atto meccanismi che sempre più interessano la scienza medica, anche per quanto riguarda la branca oncologica.

Particolarmente importati i polifenoli e il resveratrolo in quanto questi composti svolgono un’azione molteplice di protezione sia dei vasi sanguigni sia del cuore. Entrambe, ma soprattutto il resveratrolo, favoriscono la maggiore produzione di colesterolo “buono” o HDL e abbassano nel contempo quello “cattivo” o LDL. Ma il vino contiene circa 400 componenti diversi, fra cui 6 tipi di zuccheri, 12 di alcol, 14 di acidi organici, 22 oligoelementi, 17 sostanze coloranti. La sua acidità è simile a quella dei succhi gastrici –cioè un pH di 3-3,4 - necessaria per la digestione ottimale delle proteine. Il vino aumenta anche la secrezione della saliva e dei succhi gastrici. Bere vino mangiando, quindi, sostiene Calabrese, non è una moda ma è un’esigenza, non solo gastronomica. L’uomo ha inventato il vino, non solo per gustarlo ma per “degustarne” tutti gli aspetti positivi: che sono tanti, se inseriti in un giusto regime alimentare.

Orbene, con cosa brindare alla scienza del grande nutrizionista e alla salute di tutti noi? La scelta a questo è obbligata e non può che ricadere su un rosso ricco di polifenoli e resveratrolo. Propongo, quindi, di stappare una bottiglia del rosso Igt Val di Neto “Zingamaro” della cantina Pizzuta del Principe di Clara Ranieri e di suo marito, Albino Bianchi. Greco nero in purezza, profondo rosso alla vista, con bei riflessi violacei, lo Zingamaro colpisce il naso con un mix straordinario di profumi fruttati ( ribes nero, amarene e ciliegie mature), note speziate e sentori di liquirizia. E’ un calice gradevolissimo, corposo e concentrato da accompagnare con un pecorino stagionato. E’ l’unico rosso calabrese che compare sulla carta dei vini del celeberrimo ristorante di Gianfranco Vissani a Baschi ed è davvero una gran bella soddisfazione per don Albino Bianchi, farmacista-gentiluomo-vignaiolo, che a Strongoli ha dato nuova vita e nuovi impulsi alla sua bella azienda: ulivi e vigne sugli ultimi declivi che guardano alla foce del Neto.

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Domenica 22 Gennaio 2012 20:25

Come brindare con calici low-cost

Gianfranco_Manfredi

DI GIANFRANCO MANFREDI

Chi l’ha detto che per bere un Signor Vino bisogna spendere cifre inebrianti? E chi è che reputa che l'unico indicatore per capire la qualità del vino, alla fin fine, sia solo il prezzo. Sono in tanti, forse in troppi, a pensarla così. E in tanti praticano –  a loro spese – questo modo di pensare. Ho visto coi miei occhi persone scegliere il vino al ristorante limitandosi a scorrere la colonna dei prezzi. Per far bella figura, per far colpo e impressionare i commensali, si può finire con l’ordinare una bottiglia di Romanée-Conti Echezeaux Grand Cru, Cote de Nuits dell’85 (sui novecento euro) per accompagnare un medaglione di aragosta cotta al vapore, e finendo così col commettere un duplice delitto, ammazzando contemporaneamente sia il nobilissimo pinot noir francese sia il soave crostaceo…

Ci sono, invece, bottiglie che costano cifre modiche –  sui dieci euro, anche 7-8 – , e hanno un contenuto pregiato. Ci sono ottimi vini, insomma, il cui prezzo non dà capogiro.

Intendiamoci: il solo costo del vino rappresenta in genere un quinto del prezzo finale, e il resto è rappresentato da tasse, costi di gestione, sughero e vetro e soprattutto (un terzo del costo totale) i margini di guadagno fino al negozio. Un approfondimento dell’esperto Davide Paolini pubblicato sul Sole 24 ore ha stimato che su 3,6 miliardi di bottiglie bevute ogni anno, 2,9 miliardi di orientino nella fascia medio-bassa di prezzo compresa tra i 2 e i 10 euro.

La prima regola da seguire è quella di partire dal vitigno gradito, dalla zona di produzione: solamente a quel punto si mettono a confronto prezzi, marchi ed etichette. La seconda regola proposta da Paolini sul Sole 24 Ore è: per avere un prodotto di qualità superiore bisogna non scendere sotto un prezzo minimo, che si potrebbe collocare ai 3 euro. Sotto questa cifra ci sono prodotti dignitosissimi, ma sono difficili da individuare tra i vini più scadenti.

Negli scaffali di enoteche, negozi e supermercati la scelta dei vini è cresciuta in termini esponenziali. Ormai non ci sono più territori Doc (Denominazione di origine controllata) e pure Docg (Denominazione controllata e garantita) con poche etichette. Dunque è possibile scegliere tenendo presente che molte cantine importanti – anche le più rinomate –  hanno, nella loro offerta, vini di prezzo interessante che, prodotti in larga scala, servono spesso per sostenere i rossi o i bianchi d'immagine che trainano il marchio aziendale.

Comunque è sempre importante leggere con attenzione l'etichetta, la provenienza, le sigle (Igt, Doc, Docg), rendersi conto se il vino è imbottigliato all'origine dal l'azienda che lo mette sul mercato. Infine si ricordi che fra gli outsider, magari fino agli 8 o 9 euro, si può nascondere quello pronto a salire nella hit parade della critica, aspetto che successivamente farà alzare il prezzo. Di conseguenza chi riesce a individuare questa etichetta paga meno e ha la soddisfazione di aver scoperto la chicca. Cosa che non succede acquistando vini già affermati, ma che fanno piangere il portafogli.

Il viaggio nella Calabria low cost del vino parte dal nord-ovest cosentino e precisamente da Montalto Uffugo in località Cariglialto: a 320 metri c'è un vigneto biologico dove nasce il Donn’Eleonò Igt  Valle del Carti, che ha un prezzo finale al pubblico di 9 euro. Sa di lampone e ribes questo magnifico rosato prodotto da Lidia Matera nella sua azienda Terre Nobili. Lo ottiene da uve Magliocco e Nerello in quote paritarie col metodo tradizionale del salasso di uve rosse.

Spostiamoci più a est e arriviamo a Cirò Marina per un calice di Cirò. Una performance eccezionale di rapporto qualità-prezzo è firmata dall’azienda Librandi col suo Cirò rosso Doc che arriva sugli scaffali a 7-8 euro. Un prezzo ottimo per un rosso doc rotondo e di spessore con netta impronta di ciliegia e note speziate di cardamomo.

Scendendo un po’ più a sud troviamo a Strongoli l’azienda Dattilo di Roberto Ceraudo che produce, tra l’altro, il Petelia Igt che ha un prezzo al pubblico di 9 euro. E’ un blend di greco bianco, mantonico e chardonnay, per un bianco a regola d’arte, fresco, floreale e fruttato con piacevoli note esotiche di papaya e mela verde.

Concludiamo nel Lametino (la testata, del resto, l’impone…) il nostro percorso fra i vini di qualità al prezzo accessibile.

Le Cantine Lento hanno in produzione il bianco Contessa Emburga, un bianco elegante che si trova anche a meno di 10 euro: giallo paglierino brillante, ha profumi intensi di frutti esotici, è un sauvignon meridionale, equilibrato ed armonico, con un gradevole finale di albicocca.

Cantina in costante crescita, quella dei fratelli Statti hanno diversi vini low-cost ma quello che raggiunge il topo della qualità-prezzo è senz’altro il rosso Gaglioppo Igt (7 euro), vale a dire l’antico vitigno calabrese riproposto con tecniche moderne per un vino elegante e non palestrato che, alla giusta temperatura, è un rosso “estivo” e “da pesce”.

Chiudiamo questa piccola rassegna con l’ultimo nato del vigneto-Calabria: si chiama Annibale ed è un rosso giovane e promettente che produce Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia (nell’area del Lametino che costeggia il Savuto). Proviene da uve magliocco dolce (80 per cento) col resto di sangiovese. Il vigneto di Chirillo è stato impiantato a sesti stretti su una collina dalla notevole pendenza e gode di ottima esposizione. Il risultato è davvero interessante e merita attenzione. Rosso rubino con unghia violacea, richiama frutti rossi  ma in primis spicca un netto sentore di more di rovo, poi qualche accenno di menta. Semplice e lineare in bocca, è ancora un po’ pungente per freschezza. Al pubblico arriva a poco più di sei euro, sette al massimo. E’ facile prevedere che scenderà a meraviglia, l’Annibale, nei calici delle prossime feste…

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Lamezia “capitale” del vino grazie a una serata eccezionale, densa di iniziative e appuntamenti. Un brindisi di gala, nel cuore della città, per le eccellenze enologiche calabresi, ma non solo. Venerdì 2 dicembre dalle ore 18.00 nella suggestiva cornice dei saloni di Palazzo Nicotera di Nicastro un assordante tintinnio di calici fragranti per festeggiare la Guida Duemilavini 2012 edita da Bibenda, la pubblicazione ufficiale dell’Associazione Italiana Sommelier considerata la “bibbia” nazionale dei vini. Per la prima volta è stata presentata in Calabria quest’opera e per l’occasione è intervenuto all’evento  l’editore di Bibenda, Franco Maria Ricci, presidente dell’WSA-Worldwide Sommelier Association, l’ONU della Sommelièrie della quale fanno parte 20 Paesi del Mondo, tra Europa, Asia e Americhe.

La manifestazione è stata promossa dall’AIS-Calabria, l’associazione regionale dei sommelier, da sempre impegnata nella valorizzazione della vitivinicoltura del territorio calabrese ed ha trovato il sostegno convinto dell’Amministrazione comunale di Lamezia, fortemente voluto dal sindaco, Gianni Speranza. Un appuntamento d’alto livello, insomma: negli eleganti saloni del prestigioso edificio del centro storico lametino (Palazzo Nicotera, riportato alla bellezza originaria dopo anni di restauro) la presentazione della Guida di Bibenda affiancata dai banchi di assaggio delle etichette calabresi che hanno ricevuto il riconoscimento dei 5 e 4 Grappoli col coinvolgimento di tutte le aziende locali recensite nella guida Duemilavini 2012, allo scopo di evidenziare tutte le produzioni vitivinicole calabresi di qualità.

Ma cos’è Duemilavini 2012? Si tratta di un volume-guida ai vini d’Italia, rivolto a professionisti e comunicatori, per il popolo del vino curioso e appassionato, per coloro che desiderano consultare un testo semplice e professionale al tempo stesso. Giunta alla dodicesima edizione, fornisce anche preziose indicazioni del vino per ogni giorno e il suo abbinamento con il cibo. Duemilavini presenta ogni le Azienda coi suoi vini. Per aiutare i neofiti e per una chiara comprensione dei termini e del metodo utilizzato, le pagine introduttive sono dedicate alla spiegazione della tecnica della degustazione e dell’abbinamento cibo-vino. All’inizio di ogni regione vengono indicate, inoltre, le Doc e le Docg, i prodotti Dop e Igp del territorio.
I numeri della guida 2012 sono davvero notevoli: 1.800 pagine per la recensione di 1.685 Aziende, oltre 20.000 vini degustati, circa 900 finalisti e 437 quelli premiati con i 5 Grappoli, il punteggio dell’eccellenza, per 395 Aziende. Ma non basta: oltre alla descrizione di tutti i vini degustati, per i vini premiati con i 5 Grappoli c’è anche la pubblicazione dell’etichetta.
Particolarmente dettagliate le schede delle aziende. C’è una pagina intera per ciascuna, completata da quelle informazioni ritenute utili, necessarie e/o interessanti. Quindi, dall’indirizzo a come arrivarci, dal nome del proprietario a quello di “chi fa il vino”, dagli ettari vitati al numero di bottiglie, oltre alle descrizioni dell’azienda stessa e dei vini degustati, con le relative informazioni tecniche e gli abbinamenti. Infine, l’elenco di tutti i vini prodotti.
Per ogni vino descritto, inoltre, vengono fornite numerose informazioni: Tipologia, Uve, Gradazione alcolica, Prezzo, Numero di bottiglie prodotte, note sulla Vendemmia,

sulla Vinificazione, sul Potenziale di conservazione in cantina e l’Abbinamento specifico. 
I campioni analizzati vengono descritti utilizzando il metodo di degustazione di scuola A.I.S. e valutati in Grappoli, corrispondenti fasce di punteggio da 2 a 5: - 2 Grappoli = da 74 a 79 Centesimi = Vini di medio livello e piacevole fattura; - 3 Grappoli = da 80 a 84 Centesimi = Vini di buon livello e particolare finezza; - 4 Grappoli = da 85 a 90 Centesimi = Vini di grande livello e spiccato pregio; - 5 Grappoli = da 91 a 100 Centesimi = Vini eccellenti.
La soglia dell’eccellenza per DUEMILAVINI si colloca a 91 centesimi. Ed è per questo che anche i vini valutati 4 Grappoli rappresentano, nella loro fascia da 85 a 90 centesimi, una grandissima qualità. I vini premiati per aver raggiunto il traguardo dei 5 Grappoli sono facilmente individuabili nell’opera: le loro prestigiose etichette vengono pubblicate nella pagina dedicata a ciascuna azienda.
Direttore della pubblicazione è Franco M. Ricci, Presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Roma, Presidente Worldwide Sommelier Association e Direttore di BIBENDA, la patinata rivista di cultura del vino. La realizzazione di DUEMILAVINI è curata da Paola Simonetti, con una squadra composta da 40 collaboratori, tutti Sommelier.

Ma la data del 2 dicembre 2011 a Lamezia rimane memorabile per il mondo del vino calabrese anche per un altro appuntamento. Nella Sala Comunale dell’ex-municipio di Sambiase, in piazza Diaz, è partita la quarta edizione del Concorso enologico nazionale “Vini del Mediterraneo” promosso dall’Ente Fiera lametino. E’ una iniziativa dedicata al compianto notaio Fortunato Galati, gentiluomo e appassionato cultore di enologia. Autentico pioniere della valorizzazione dei vini del Sud già in anni in cui il vino non era “di moda”, che con tenacia e impegno disinteressato ha animato l´iniziativa del concorso nell´ambito della Fiera Agricola.

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Sabato 26 Novembre 2011 12:31

Novelli calici, fruttati e fragranti

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DI GIANFRANCO MANFREDI

All’inizio era il Beaujolais. Bisogna rendere onore al merito dei cugini francesi per l’invenzione del metodo di produzione moderno che ha permesso  di ottenere subito poco dopo la vendemmia vini rossi freschi, fragranti e fruttati. E fu subito successo - straordinario, internazionale - il Beaujolais Nouveau. Poi il fenomeno italico del Novello – abbastanza in declino, a dire il vero, da qualche anno a questa parte. Passato un minuto dalla mezzanotte di sabato 5 novembre – prescrive la legge - sarà possibile stappare. Quindi, lo start in negozi, ristoranti, enoteche, ma anche nelle numerose sagre sul territorio, è fissato per legge. Ma, come dicevo poc’anzi, il fenomeno è in calo: lo conferma la Coldiretti che per la produzione 2011 stima un decremento del 30 per cento rispetto all’annata precedente, da addebitare principalmente alla diminuzione fatta registrare dalla vendemmia, ma anche a un minore appeal di questo tipo di prodotto rispetto ai fasti passati. Indubbiamente la moda del novello non è più forte come qualche anno fa e molti produttori consacrano a questo fenomeno un quantitativo minore di uve.

Non dimentichiamo, però, che il novello è anche una delle poche primizie legate a una data precisa e grazie alla quale è possibile assaggiare il primo vino della vendemmia. Un test, insomma. Una volta veniva spillato dalle botti tra la fine di ottobre ed i primi giorni di novembre per controllare lo stato di maturazione del vino prodotto. Quest’anno i prezzi dovrebbero sostanzialmente restare immutati, con una media di 5 euro a bottiglia. Il metodo di vinificazione è profondamente diverso da quello tradizionale: le uve del novello, infatti, non vengono pigiate e successivamente fermentate, ma viene invece effettuata la fermentazione direttamente con gli acini interi in modo che solo una piccola parte degli zuccheri presenti si trasformi in alcool, conferendo al vino il caratteristico gusto amabile e fruttato.

Mentre ancora si celebra l’anniversario dell’Unità d’Italia, col novello 2011 si brinda a questa ricorrenza attraverso un prodotto di gusto tutto italiano. Saranno, del resto, i sapori e i prodotti più tipici dell’autunno ad esaltare il vino novello con abbinamenti che uniscono tutti i sapori del territorio. Castagne sugli scudi, ovviamente, ma anche altre eccellenze gastronomiche locali, proposte come tradizione vuole o, perché no?, reinterpretate secondo la fantasia di chef e produttori. Senza costi di affinamento, con tappi quasi sempre in silicone  e l’allettante prospettiva dei primi incassi già a qualche settimana dalla vendemmia, i novelli rappresentano un ottimo affare per i produttori e in genere un acquisto a buon mercato per i consumatori.

A differenza dei ‘primeurs’ d’oltralpe che sono a base di una sola varietà d’uva, il novello italiano e quello meridionale e calabrese in particolare si produce con varietà diverse e molte autoctone, valorizzando, così, il patrimonio varietale tipico che costituisce una ricchezza peculiare. Ma quanto arriva a costare una bottiglia di novello? I prezzi quest’anno oscillano fra i quattro e gli otto euro, ovviamente a seconda degli esercizi commerciali. Per i novelli sono indispensabili uve selezionate, sane e mature. Attenti ai trucchi, però. Ci sono produttori con pochi scrupoli che arrivano a mischiare considerevoli quantitativi di vino vecchio - anche l’ 80 per cento - a quello prodotto con macerazione carbonica. E’ un’attività di  “riciclaggio” non nociva ma poco onesta che rischia di guastare la festa.

Ma non stiamo troppo a discettare, perchè innanzitutto il novello è un rito, una festa, un evento collettivo. Conquista soprattutto i palati femminili e dei giovani, guadagnando quota anche nel difficile comparto della ristorazione più popolare. Certo gli esperti raffinati storcono il naso. “I novelli”, eccepiscono, “che vini sono?”. “Spinti, artificiosi, sono solo vaghi e giovanissimi parenti poveri dei veri, grandi nettari d’uva...”. E qualcuno, più colto, sfodera una classica, fulminante battuta di Luigi Verdelli: “Anche per quello che riguarda i vini  - disse un volta il grande “Gino”-  non sono... pedofilo”.

Ma allora? Davvero solo un “vinello” per palati senza pretese? Tutt’altro: il novello, si conferma, come sostenevo prima, un prezioso test della vendemmia: non perdona i difetti della “frutta” d’origine e dice molto sulla qualità dell’annata. Fresco e giovanissimo, calice allegro e immediato - si raccomanda di servirlo a non più di 14° - , non deve avere struttura nè caratteri vocati alla conservazione. Avrà vita breve, infatti, e la sua esistenza, destinata per legge all’ “espace d’un matin” (quattro-cinque mesi al massimo, la conservazione consigliata, vendita interdetta a primavera) esalta tutte le qualità della giovinezza.

In genere è rosso rubino, più o meno carico, spiccatamente fruttato al naso con sentori di frutti rossi (di solito prevalgono la marasca e il lampone), fine, dal gusto avvolgente e vellutato, non ha asperità. Ma è proprio inutile stare ad approfondire: il novello è fatto per festeggiare dopo la vendemmia, per brindare in compagnia e magari a fare a gara tra amici a chi lo scova per primo. Piacevolezza, leggerezza e freschezza sono le sue chance, piacciono quanto più riescono a mantenere e restituire nel bicchiere tutti gli aromi primari del frutto. Sentori di mora, note di ciliegie, profumi di lamponi, ribes e fragole. Dai calici s’alza un tripudio di effluvi fruttati, insomma. Semplici semplici.

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Un menu inebriante per un baedeker serio e rigoroso anche se un po’ ostinatamente di originale personalità: duemilatrecento aziende e diecimila vini recensiti. Parlo dell’edizione 2012 della Guida dei Vini d’Italia dell’Espresso che è appena uscita nelle librerie e nelle edicole. Come districarsi tra bianchi, rossi, rosati, bollicine e passiti dalla Val d’Aosta ad Agrigento? Cosa scegliere davanti a carte dei vini monumentali, a volte sterminate, di certi ristoranti, anche delle nostre parti? Anche quest’anno arriva in aiuto di esperti e semplici consumatori quella che rimane una delle migliori guide enologiche “scritte” – cioè raccontata, non limitata a scarne schede con indirizzo, voti e simboletti – del panorama editoriale italiano. Vuole essere una piccola enciclopedia del buon bere, per muoversi con destrezza tra i vini recensiti  e approfondire la conoscenza sulla conservazione e sul servizio del vino e la terminologia tecnica, grazie a un sintetico glossario. Quindi un volume di consultazione per enoappassionati con una certa “cultura”, ma anche un manuale di studio per chi muove i primi passi nel mondo del vino, pronto ad apprendere sempre più.

Novità? I soliti noti, verrebbe da rispondere. Come ogni anno, al vertice delle valutazioni, saldamente in sella rimangono le regioni leader, col Piemonte e la Toscana nettamente in testa. La due regioni occupano –nientepopòdimenochè – oltre 210 pagine della Guida: basti pensare che alla Calabria ne toccano ancora un volta appena 9, al Lazio 14. La fanno da padroni, insomma, Baroli, Barbera, brunelli, Supertuscan e Chianti.Un testa a testa tra Piemonte e Toscana, insomma, è quello che si trovano di fronte i patiti di classifiche. Conferma il suo primato in numero di eccellenze (46) infatti la terra del Barolo, seguito a 45 vini eccellenti dalla patria del Brunello. E con un abile scatto arriva a 32 eccellenze - e terzo gradino del podio - il Trentino insieme all'Alto Adige.

Anche quest’anno al Sud pochissime novità. Ne esce un quadro non certo esaltante del vigneto-Calabria. Senza molte stelle; a parte le “due stelle” all’azienda Librandi e il riconoscimento di una stella ciascuno a Ippolito, Stelitano, Roberto Ceraudo e Caparra e Siciliani. Quest’ultima cantina ha fatto l’en plein in Calabria con un vino, il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Volvito 2008 che ha avuto 18,5/20 di valutazione e il Cirò Rosso Classico 2010 con voto 17,5/20 e il premio speciale della menzione per il rapporto qualità-prezzo. Poi nella classifica regionale c’è una pattuglia di vini da 17/20. La apre il rosso Armacìa  2009 della cantina Enopolis-Costa Viola , uno straordinario Igt realizzato magistralmente da Franco Tramontana delle Cantine Criserà di Catona di Reggio Calabria,  usando, come meritano, le uve coltivate negli acrobatici terrazzamenti della costiera tra Bagnara e Villa San Giovanni. A pari merito il Savuto Rosso superiore 2008 della Cantina Antiche Vigne di Rogliano, il Lacrima Nera 2008 dei Feudi di Saseverino di Saracena (CS), il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Colli del mancuso 2008 delle Cantine Ippolito, il Greco di Bianco 2009 della Cantina Stelitano di Casignana e il Moscato Passito dell’azienda Viola di Saracena.

E il lametino? Come ha valutato l’Espresso i vini delle aziende di casa nostra? Le note, purtroppo, anche quest’anno non sono squillanti. Nessuno nostro vino ottiene valutazioni superstellate e neppure si brilla nel rapporto qualità-prezzo – secondo la guida diretta da Enzo Vizzari e curata dai due esperti Ernesto Gentili e Fabio Rizzari. Saltate o ignorate completamente altre aziende (persino la quotatissima azienda Odoardi di Nocera Terinese non è stata presa in considerazione) l’attenzione dell’Espresso si è concentrata sulle cantine Lento e Statti. I migliori vini lametini, per l’Espresso, sono il bianco “Greco” 2010 dei fratelli Statti e il rosso Federico II 2008 delle Cantine Lento. Entrambi conquistano una valutazione di 15/20. Seguono (con 14.5/20) il Contessa Emburga 2010 e il Rosso Dragone 2010 (entrambi di Lento) e l’Arvino 2009, il Lamezia Bianco 2010 (entrambi delle Cantine Statti).

I giudizi? Scarsi di voti, i valutatori dell’Espresso non sono prodighi neanche di complimenti per la nostra enologia. Se all’azienda di Salvatore Lento riconoscono che “ può contare su una buona materia prima e su un’aggiornata tecnica di cantina”, per le Cantine Statti scrivono: “ I vini hanno taglio moderno e valorizzano doti di pulizia aromatica e freschezza di frutto”. Che dire? Io mi limito a citare in conclusione un’avvertenza che compare nell’introduzione della Guida, quella che esplicita un’ autodefinizione: “Uno strumento, appunto. Non un serbatoio di verità assolute”.

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Sembra facile mettere insieme cinque aziende... Se poi sono cinque aziende del sud è davvero difficile. E se poi sono cinque aziende calabresi, l’impresa diventa assai dura. Durissima, poi, se si tratta di cinque aziende vitivinicole, un settore in cui le individualità imprenditoriali sono esaltate. In molti casi esasperate. Un’impresa resa ancora più ardua, quando si vogliono mettere insieme imprenditori di aree geografiche, dimensioni e strutture aziendali assai differenti.

La “mission impossible”, però, una volta tanto è riuscita. Euvite è nata. L’associazione che riunisce aziende calabresi in rappresentanza di cinque diversi terroir regionali è stata varata ed è già al lavoro. Ha avviato un nuovo percorso per l’ulteriore valorizzazione qualitativa e di immagine dei vini calabresi. Su iniziativa delle Cantine Librandi, indiscusso marchio leader della produzione regionale, al progetto Euvite hanno aderito le aziende Statti di Lamezia Terme, Serracavallo di Cosenza, Malaspina di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) e Poderi Marini di San Demetrio Corone (Cosenza).

Obiettivi? Più d’uno. Innanzitutto far conoscere  e apprezzare i vini di Calabria, quelli meno conosciuti d’Italia. Poi dare voce forte alla necessità di divulgare la conoscenza del patrimonio viti-enologico calabrese, che si esprime attraverso le vigne, i vini e le professionalità del territorio. In quest’ottica Euvite annuncia già importanti appuntamenti. Anche a carattere internazionale, in novembre e nella prossima primavera.

Euvite - dice Nicodemo Librandi, tra i più tenaci sostenitori dell’iniziativa - nasce dalla consapevolezza che i vini, i vitigni, le tradizioni viticole e i territori calabresi stessi, con le loro particolarità, non sono ancora adeguatamente conosciuti dal grande pubblico appassionato di vini autentici”. “Per questo motivo - spiega l’imprenditore cirotano - abbiamo avviato un vero e proprio cantiere permanente che prevede incontri con esponenti della comunità scientifica, giornalistica e commerciale che ruota intorno al mondo del vino nazionale e internazionale. Lo scopo è di metterne le professionalità e le conoscenze al servizio della vitivinicoltura calabrese per stimolarne la crescita, ma anche e soprattutto per renderne note le peculiarità al più ampio numero possibile di consumatori del vino di qualità”.

Il nuovo soggetto associativo è stato tenuto a battesimo giusto tre settimane fa a Cirò Marina, centro nevralgico e cuore pulsante del vigneto-Calabria. Sabato 17 settembre, sarà, infatti, una data da ricordare nella storia dell’enologia regionale.

Alberto-Statti-Maria-Paola-Marini-Nicodemo-Librandi-e-Caterina-Malavenda-presentano-i-loro-vini

Si è svolto, infatti, a Cirò Marina il primo evento sulla viticoltura e l’enologia calabrese sul tema ‘Vini, vigne e vignaioli calabresi’ promosso da Euvite. L’evento si è rivelato un duplice appuntamento: nella bella cornice di Borgo Saverona, una degustazione guidata dai sommelier Ais dei vini associati (una bella batteria di 10 vini, 5 bianchi e 5 rossi) e il tradizionale simposio, dedicato quest’anno all’analisi sensoriale dell’uva e dei vini. Moderato dal professor Mario Fregoni, il dibattito ha visto come relatori Antonio Zaffina, Daniel Schuster, Gian Paolo Bracceschi, Maria Rosaria Romano, Antonio Fusco, Donato Lanati e Dora Marchi. Del simposio segnalo con particolare apprezzamento, gli interventi di Antonio Zaffina, che ha illustrato criticamente lo stato dell’arte enologica calabrese, aggiornando il quadro normativo; di Maria Rosaria Romano che ha approfondito criteri e metodologie dell’analisi sensoriale del vino; e di Antonio Fusco che ha affrontato il dibattutissimo tema dell’abbinamento cibo-vino, dedicando particolare attenzione al tema – particolarmente sentito in Calabria – dei vini da bere coi cibi piccanti, infuocati da peperoncino.

In mattinata la manifestazione era stata dedicata a un tour guidato delle zone storiche della Doc Cirò (in particolare nello splendido e stupefacente vigneto sul mare di Francesco Porti) insieme al comitato scientifico che ha deciso a quale vignaiolo conferire il tradizionale "Premio al viticoltore d’Eccellenza del Cirò".

E infine, come salutare la neonata associazione? Da queste pagine non posso certo dimenticare in quest’occasione il primo calice di spumante metodo classico lametino, il prestigioso Ferdinando 1938. L’etichetta (originale per la dentellatura) è l’affettuoso omaggio filiale di Alberto e Antonio Statti al loro papà e al suo anno di nascita. L’assaggio è gradevole quanto la veste della bottiglia. E’ a base di uve mantonico in purezza ed è un calice di grande finezza ed eleganza. Di fine e persistente perlage, rivela un’inconfondibile burrosità accanto a profumi floreali (acacia) e spiccati sentori di frutta secca (mandorle) e fresca.

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