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Gianfranco_ManfrediDI GIANFRANCO MANFREDI 

Si beve l’acqua per dissetarsi e si gusta il vino per il piacere del palato... Del resto Victor Hugo, in uno slancio umanistico rimarcò da par suo la differenza di funzioni tra le due bevande ricordando che se Dio ha creato l’acqua, è stato l’uomo a creare il vino. Dell’argomento si è occupato di recente a Lamezia il professor Giorgio Calabrese, medico e famoso nutrizionista, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università Cattolica di Piacenza. Calabrese è stato a Lamezia per una tavola rotonda che ha sugellato la cerimonia del Premio Speciale “notaio Galati” alla 4ª edizione del Concorso Enologico Nazionale “Vini del Mediterraneo”, riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le premiazioni del concorso riservato esclusivamente alle categorie certificate, che si è svolto lo scorso dicembre, sono avvenute  sabato 5 febbraio a conclusione della 41ª FierAgricola di Lamezia Terme. L’illustre nutrizionista era a Lamezia in veste di Presidente nazionale dell’Onav, l’associazione degli assaggiatori del vino che ha curato il Concorso.

Nel corso della tavola rotonda, il professor Calabrese ha spiegato il nesso vino-salute sfatando tanti luoghi comuni sull’alimentazione e l’assunzione di bevande a tavola e fuori pasto. Ha sottolineato, innanzitutto gli effetti benefici del vino che, se assunto in piccole dosi e occasionalmente, non è dannoso per la salute dell’uomo. L’alcol, infatti, non è un nutriente essenziale per l’alimentazione umana, tuttavia ricerche autorevoli svolte in più parti del mondo dimostrano che, se assunto in maniera attenta e corretta, può portare addirittura effetti benefici nel corpo. Ciò comporta, molto semplicemente, ha spiegato il professor Calabrese, che l’introduzione di alcol va sempre associata ai pasti e in modica quantità. Sono due parametri da rispettare, sempre e scrupolosamente, se non si vuol mettere in difficoltà il nostro organismo. Perciò è più che mai corretta la regola “si beve l’acqua e si gusta il vino”, in quanto è essenziale non sostituire l’acqua, la bevanda principe che disseta, con il vino, il quale in qualità di alimento-bevanda, nutre.

A supporto della sua tesi, Calabrese ha riferito della ricchezza di componenti che si trovano in un bicchiere di vino, anzi, sarebbe meglio dire in un buon bicchiere di vino. Sono davvero molte le sostanze e i composti con funzioni benefiche. Oltre all’alcol, ha affermato l’illustre scienziato, nel vino rosso in particolare, ci sono i polifenoli e il resveratrolo che hanno funzioni protettive sul sistema cardiocircolatorio. Questa peculiarità, negli ultimi dieci anni, ha solleticato parecchio la curiosità di medici e scienziati, che sono continuamente alla ricerca degli effetti di ogni alimento. Calabrese è un sostenitore degli effetti benefici delle sostanze presenti nel vino. Quali il resveratrolo e l’enzima cicloossigenasi – detta anche COX – che, secondo l’illustre nutrizionista, hanno dimostrato un’azione attiva nella possibile prevenzione dei tumori. Queste due sostanze agiscono su strutture cellulari ed enzimatiche, mettendo in atto meccanismi che sempre più interessano la scienza medica, anche per quanto riguarda la branca oncologica.

Particolarmente importati i polifenoli e il resveratrolo in quanto questi composti svolgono un’azione molteplice di protezione sia dei vasi sanguigni sia del cuore. Entrambe, ma soprattutto il resveratrolo, favoriscono la maggiore produzione di colesterolo “buono” o HDL e abbassano nel contempo quello “cattivo” o LDL. Ma il vino contiene circa 400 componenti diversi, fra cui 6 tipi di zuccheri, 12 di alcol, 14 di acidi organici, 22 oligoelementi, 17 sostanze coloranti. La sua acidità è simile a quella dei succhi gastrici –cioè un pH di 3-3,4 - necessaria per la digestione ottimale delle proteine. Il vino aumenta anche la secrezione della saliva e dei succhi gastrici. Bere vino mangiando, quindi, sostiene Calabrese, non è una moda ma è un’esigenza, non solo gastronomica. L’uomo ha inventato il vino, non solo per gustarlo ma per “degustarne” tutti gli aspetti positivi: che sono tanti, se inseriti in un giusto regime alimentare.

Orbene, con cosa brindare alla scienza del grande nutrizionista e alla salute di tutti noi? La scelta a questo è obbligata e non può che ricadere su un rosso ricco di polifenoli e resveratrolo. Propongo, quindi, di stappare una bottiglia del rosso Igt Val di Neto “Zingamaro” della cantina Pizzuta del Principe di Clara Ranieri e di suo marito, Albino Bianchi. Greco nero in purezza, profondo rosso alla vista, con bei riflessi violacei, lo Zingamaro colpisce il naso con un mix straordinario di profumi fruttati ( ribes nero, amarene e ciliegie mature), note speziate e sentori di liquirizia. E’ un calice gradevolissimo, corposo e concentrato da accompagnare con un pecorino stagionato. E’ l’unico rosso calabrese che compare sulla carta dei vini del celeberrimo ristorante di Gianfranco Vissani a Baschi ed è davvero una gran bella soddisfazione per don Albino Bianchi, farmacista-gentiluomo-vignaiolo, che a Strongoli ha dato nuova vita e nuovi impulsi alla sua bella azienda: ulivi e vigne sugli ultimi declivi che guardano alla foce del Neto.

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Domenica 22 Gennaio 2012 20:25

Come brindare con calici low-cost

Gianfranco_Manfredi

DI GIANFRANCO MANFREDI

Chi l’ha detto che per bere un Signor Vino bisogna spendere cifre inebrianti? E chi è che reputa che l'unico indicatore per capire la qualità del vino, alla fin fine, sia solo il prezzo. Sono in tanti, forse in troppi, a pensarla così. E in tanti praticano –  a loro spese – questo modo di pensare. Ho visto coi miei occhi persone scegliere il vino al ristorante limitandosi a scorrere la colonna dei prezzi. Per far bella figura, per far colpo e impressionare i commensali, si può finire con l’ordinare una bottiglia di Romanée-Conti Echezeaux Grand Cru, Cote de Nuits dell’85 (sui novecento euro) per accompagnare un medaglione di aragosta cotta al vapore, e finendo così col commettere un duplice delitto, ammazzando contemporaneamente sia il nobilissimo pinot noir francese sia il soave crostaceo…

Ci sono, invece, bottiglie che costano cifre modiche –  sui dieci euro, anche 7-8 – , e hanno un contenuto pregiato. Ci sono ottimi vini, insomma, il cui prezzo non dà capogiro.

Intendiamoci: il solo costo del vino rappresenta in genere un quinto del prezzo finale, e il resto è rappresentato da tasse, costi di gestione, sughero e vetro e soprattutto (un terzo del costo totale) i margini di guadagno fino al negozio. Un approfondimento dell’esperto Davide Paolini pubblicato sul Sole 24 ore ha stimato che su 3,6 miliardi di bottiglie bevute ogni anno, 2,9 miliardi di orientino nella fascia medio-bassa di prezzo compresa tra i 2 e i 10 euro.

La prima regola da seguire è quella di partire dal vitigno gradito, dalla zona di produzione: solamente a quel punto si mettono a confronto prezzi, marchi ed etichette. La seconda regola proposta da Paolini sul Sole 24 Ore è: per avere un prodotto di qualità superiore bisogna non scendere sotto un prezzo minimo, che si potrebbe collocare ai 3 euro. Sotto questa cifra ci sono prodotti dignitosissimi, ma sono difficili da individuare tra i vini più scadenti.

Negli scaffali di enoteche, negozi e supermercati la scelta dei vini è cresciuta in termini esponenziali. Ormai non ci sono più territori Doc (Denominazione di origine controllata) e pure Docg (Denominazione controllata e garantita) con poche etichette. Dunque è possibile scegliere tenendo presente che molte cantine importanti – anche le più rinomate –  hanno, nella loro offerta, vini di prezzo interessante che, prodotti in larga scala, servono spesso per sostenere i rossi o i bianchi d'immagine che trainano il marchio aziendale.

Comunque è sempre importante leggere con attenzione l'etichetta, la provenienza, le sigle (Igt, Doc, Docg), rendersi conto se il vino è imbottigliato all'origine dal l'azienda che lo mette sul mercato. Infine si ricordi che fra gli outsider, magari fino agli 8 o 9 euro, si può nascondere quello pronto a salire nella hit parade della critica, aspetto che successivamente farà alzare il prezzo. Di conseguenza chi riesce a individuare questa etichetta paga meno e ha la soddisfazione di aver scoperto la chicca. Cosa che non succede acquistando vini già affermati, ma che fanno piangere il portafogli.

Il viaggio nella Calabria low cost del vino parte dal nord-ovest cosentino e precisamente da Montalto Uffugo in località Cariglialto: a 320 metri c'è un vigneto biologico dove nasce il Donn’Eleonò Igt  Valle del Carti, che ha un prezzo finale al pubblico di 9 euro. Sa di lampone e ribes questo magnifico rosato prodotto da Lidia Matera nella sua azienda Terre Nobili. Lo ottiene da uve Magliocco e Nerello in quote paritarie col metodo tradizionale del salasso di uve rosse.

Spostiamoci più a est e arriviamo a Cirò Marina per un calice di Cirò. Una performance eccezionale di rapporto qualità-prezzo è firmata dall’azienda Librandi col suo Cirò rosso Doc che arriva sugli scaffali a 7-8 euro. Un prezzo ottimo per un rosso doc rotondo e di spessore con netta impronta di ciliegia e note speziate di cardamomo.

Scendendo un po’ più a sud troviamo a Strongoli l’azienda Dattilo di Roberto Ceraudo che produce, tra l’altro, il Petelia Igt che ha un prezzo al pubblico di 9 euro. E’ un blend di greco bianco, mantonico e chardonnay, per un bianco a regola d’arte, fresco, floreale e fruttato con piacevoli note esotiche di papaya e mela verde.

Concludiamo nel Lametino (la testata, del resto, l’impone…) il nostro percorso fra i vini di qualità al prezzo accessibile.

Le Cantine Lento hanno in produzione il bianco Contessa Emburga, un bianco elegante che si trova anche a meno di 10 euro: giallo paglierino brillante, ha profumi intensi di frutti esotici, è un sauvignon meridionale, equilibrato ed armonico, con un gradevole finale di albicocca.

Cantina in costante crescita, quella dei fratelli Statti hanno diversi vini low-cost ma quello che raggiunge il topo della qualità-prezzo è senz’altro il rosso Gaglioppo Igt (7 euro), vale a dire l’antico vitigno calabrese riproposto con tecniche moderne per un vino elegante e non palestrato che, alla giusta temperatura, è un rosso “estivo” e “da pesce”.

Chiudiamo questa piccola rassegna con l’ultimo nato del vigneto-Calabria: si chiama Annibale ed è un rosso giovane e promettente che produce Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia (nell’area del Lametino che costeggia il Savuto). Proviene da uve magliocco dolce (80 per cento) col resto di sangiovese. Il vigneto di Chirillo è stato impiantato a sesti stretti su una collina dalla notevole pendenza e gode di ottima esposizione. Il risultato è davvero interessante e merita attenzione. Rosso rubino con unghia violacea, richiama frutti rossi  ma in primis spicca un netto sentore di more di rovo, poi qualche accenno di menta. Semplice e lineare in bocca, è ancora un po’ pungente per freschezza. Al pubblico arriva a poco più di sei euro, sette al massimo. E’ facile prevedere che scenderà a meraviglia, l’Annibale, nei calici delle prossime feste…

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Lamezia “capitale” del vino grazie a una serata eccezionale, densa di iniziative e appuntamenti. Un brindisi di gala, nel cuore della città, per le eccellenze enologiche calabresi, ma non solo. Venerdì 2 dicembre dalle ore 18.00 nella suggestiva cornice dei saloni di Palazzo Nicotera di Nicastro un assordante tintinnio di calici fragranti per festeggiare la Guida Duemilavini 2012 edita da Bibenda, la pubblicazione ufficiale dell’Associazione Italiana Sommelier considerata la “bibbia” nazionale dei vini. Per la prima volta è stata presentata in Calabria quest’opera e per l’occasione è intervenuto all’evento  l’editore di Bibenda, Franco Maria Ricci, presidente dell’WSA-Worldwide Sommelier Association, l’ONU della Sommelièrie della quale fanno parte 20 Paesi del Mondo, tra Europa, Asia e Americhe.

La manifestazione è stata promossa dall’AIS-Calabria, l’associazione regionale dei sommelier, da sempre impegnata nella valorizzazione della vitivinicoltura del territorio calabrese ed ha trovato il sostegno convinto dell’Amministrazione comunale di Lamezia, fortemente voluto dal sindaco, Gianni Speranza. Un appuntamento d’alto livello, insomma: negli eleganti saloni del prestigioso edificio del centro storico lametino (Palazzo Nicotera, riportato alla bellezza originaria dopo anni di restauro) la presentazione della Guida di Bibenda affiancata dai banchi di assaggio delle etichette calabresi che hanno ricevuto il riconoscimento dei 5 e 4 Grappoli col coinvolgimento di tutte le aziende locali recensite nella guida Duemilavini 2012, allo scopo di evidenziare tutte le produzioni vitivinicole calabresi di qualità.

Ma cos’è Duemilavini 2012? Si tratta di un volume-guida ai vini d’Italia, rivolto a professionisti e comunicatori, per il popolo del vino curioso e appassionato, per coloro che desiderano consultare un testo semplice e professionale al tempo stesso. Giunta alla dodicesima edizione, fornisce anche preziose indicazioni del vino per ogni giorno e il suo abbinamento con il cibo. Duemilavini presenta ogni le Azienda coi suoi vini. Per aiutare i neofiti e per una chiara comprensione dei termini e del metodo utilizzato, le pagine introduttive sono dedicate alla spiegazione della tecnica della degustazione e dell’abbinamento cibo-vino. All’inizio di ogni regione vengono indicate, inoltre, le Doc e le Docg, i prodotti Dop e Igp del territorio.
I numeri della guida 2012 sono davvero notevoli: 1.800 pagine per la recensione di 1.685 Aziende, oltre 20.000 vini degustati, circa 900 finalisti e 437 quelli premiati con i 5 Grappoli, il punteggio dell’eccellenza, per 395 Aziende. Ma non basta: oltre alla descrizione di tutti i vini degustati, per i vini premiati con i 5 Grappoli c’è anche la pubblicazione dell’etichetta.
Particolarmente dettagliate le schede delle aziende. C’è una pagina intera per ciascuna, completata da quelle informazioni ritenute utili, necessarie e/o interessanti. Quindi, dall’indirizzo a come arrivarci, dal nome del proprietario a quello di “chi fa il vino”, dagli ettari vitati al numero di bottiglie, oltre alle descrizioni dell’azienda stessa e dei vini degustati, con le relative informazioni tecniche e gli abbinamenti. Infine, l’elenco di tutti i vini prodotti.
Per ogni vino descritto, inoltre, vengono fornite numerose informazioni: Tipologia, Uve, Gradazione alcolica, Prezzo, Numero di bottiglie prodotte, note sulla Vendemmia,

sulla Vinificazione, sul Potenziale di conservazione in cantina e l’Abbinamento specifico. 
I campioni analizzati vengono descritti utilizzando il metodo di degustazione di scuola A.I.S. e valutati in Grappoli, corrispondenti fasce di punteggio da 2 a 5: - 2 Grappoli = da 74 a 79 Centesimi = Vini di medio livello e piacevole fattura; - 3 Grappoli = da 80 a 84 Centesimi = Vini di buon livello e particolare finezza; - 4 Grappoli = da 85 a 90 Centesimi = Vini di grande livello e spiccato pregio; - 5 Grappoli = da 91 a 100 Centesimi = Vini eccellenti.
La soglia dell’eccellenza per DUEMILAVINI si colloca a 91 centesimi. Ed è per questo che anche i vini valutati 4 Grappoli rappresentano, nella loro fascia da 85 a 90 centesimi, una grandissima qualità. I vini premiati per aver raggiunto il traguardo dei 5 Grappoli sono facilmente individuabili nell’opera: le loro prestigiose etichette vengono pubblicate nella pagina dedicata a ciascuna azienda.
Direttore della pubblicazione è Franco M. Ricci, Presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Roma, Presidente Worldwide Sommelier Association e Direttore di BIBENDA, la patinata rivista di cultura del vino. La realizzazione di DUEMILAVINI è curata da Paola Simonetti, con una squadra composta da 40 collaboratori, tutti Sommelier.

Ma la data del 2 dicembre 2011 a Lamezia rimane memorabile per il mondo del vino calabrese anche per un altro appuntamento. Nella Sala Comunale dell’ex-municipio di Sambiase, in piazza Diaz, è partita la quarta edizione del Concorso enologico nazionale “Vini del Mediterraneo” promosso dall’Ente Fiera lametino. E’ una iniziativa dedicata al compianto notaio Fortunato Galati, gentiluomo e appassionato cultore di enologia. Autentico pioniere della valorizzazione dei vini del Sud già in anni in cui il vino non era “di moda”, che con tenacia e impegno disinteressato ha animato l´iniziativa del concorso nell´ambito della Fiera Agricola.

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Sabato 26 Novembre 2011 12:31

Novelli calici, fruttati e fragranti

Gianfranco_Manfredi

DI GIANFRANCO MANFREDI

All’inizio era il Beaujolais. Bisogna rendere onore al merito dei cugini francesi per l’invenzione del metodo di produzione moderno che ha permesso  di ottenere subito poco dopo la vendemmia vini rossi freschi, fragranti e fruttati. E fu subito successo - straordinario, internazionale - il Beaujolais Nouveau. Poi il fenomeno italico del Novello – abbastanza in declino, a dire il vero, da qualche anno a questa parte. Passato un minuto dalla mezzanotte di sabato 5 novembre – prescrive la legge - sarà possibile stappare. Quindi, lo start in negozi, ristoranti, enoteche, ma anche nelle numerose sagre sul territorio, è fissato per legge. Ma, come dicevo poc’anzi, il fenomeno è in calo: lo conferma la Coldiretti che per la produzione 2011 stima un decremento del 30 per cento rispetto all’annata precedente, da addebitare principalmente alla diminuzione fatta registrare dalla vendemmia, ma anche a un minore appeal di questo tipo di prodotto rispetto ai fasti passati. Indubbiamente la moda del novello non è più forte come qualche anno fa e molti produttori consacrano a questo fenomeno un quantitativo minore di uve.

Non dimentichiamo, però, che il novello è anche una delle poche primizie legate a una data precisa e grazie alla quale è possibile assaggiare il primo vino della vendemmia. Un test, insomma. Una volta veniva spillato dalle botti tra la fine di ottobre ed i primi giorni di novembre per controllare lo stato di maturazione del vino prodotto. Quest’anno i prezzi dovrebbero sostanzialmente restare immutati, con una media di 5 euro a bottiglia. Il metodo di vinificazione è profondamente diverso da quello tradizionale: le uve del novello, infatti, non vengono pigiate e successivamente fermentate, ma viene invece effettuata la fermentazione direttamente con gli acini interi in modo che solo una piccola parte degli zuccheri presenti si trasformi in alcool, conferendo al vino il caratteristico gusto amabile e fruttato.

Mentre ancora si celebra l’anniversario dell’Unità d’Italia, col novello 2011 si brinda a questa ricorrenza attraverso un prodotto di gusto tutto italiano. Saranno, del resto, i sapori e i prodotti più tipici dell’autunno ad esaltare il vino novello con abbinamenti che uniscono tutti i sapori del territorio. Castagne sugli scudi, ovviamente, ma anche altre eccellenze gastronomiche locali, proposte come tradizione vuole o, perché no?, reinterpretate secondo la fantasia di chef e produttori. Senza costi di affinamento, con tappi quasi sempre in silicone  e l’allettante prospettiva dei primi incassi già a qualche settimana dalla vendemmia, i novelli rappresentano un ottimo affare per i produttori e in genere un acquisto a buon mercato per i consumatori.

A differenza dei ‘primeurs’ d’oltralpe che sono a base di una sola varietà d’uva, il novello italiano e quello meridionale e calabrese in particolare si produce con varietà diverse e molte autoctone, valorizzando, così, il patrimonio varietale tipico che costituisce una ricchezza peculiare. Ma quanto arriva a costare una bottiglia di novello? I prezzi quest’anno oscillano fra i quattro e gli otto euro, ovviamente a seconda degli esercizi commerciali. Per i novelli sono indispensabili uve selezionate, sane e mature. Attenti ai trucchi, però. Ci sono produttori con pochi scrupoli che arrivano a mischiare considerevoli quantitativi di vino vecchio - anche l’ 80 per cento - a quello prodotto con macerazione carbonica. E’ un’attività di  “riciclaggio” non nociva ma poco onesta che rischia di guastare la festa.

Ma non stiamo troppo a discettare, perchè innanzitutto il novello è un rito, una festa, un evento collettivo. Conquista soprattutto i palati femminili e dei giovani, guadagnando quota anche nel difficile comparto della ristorazione più popolare. Certo gli esperti raffinati storcono il naso. “I novelli”, eccepiscono, “che vini sono?”. “Spinti, artificiosi, sono solo vaghi e giovanissimi parenti poveri dei veri, grandi nettari d’uva...”. E qualcuno, più colto, sfodera una classica, fulminante battuta di Luigi Verdelli: “Anche per quello che riguarda i vini  - disse un volta il grande “Gino”-  non sono... pedofilo”.

Ma allora? Davvero solo un “vinello” per palati senza pretese? Tutt’altro: il novello, si conferma, come sostenevo prima, un prezioso test della vendemmia: non perdona i difetti della “frutta” d’origine e dice molto sulla qualità dell’annata. Fresco e giovanissimo, calice allegro e immediato - si raccomanda di servirlo a non più di 14° - , non deve avere struttura nè caratteri vocati alla conservazione. Avrà vita breve, infatti, e la sua esistenza, destinata per legge all’ “espace d’un matin” (quattro-cinque mesi al massimo, la conservazione consigliata, vendita interdetta a primavera) esalta tutte le qualità della giovinezza.

In genere è rosso rubino, più o meno carico, spiccatamente fruttato al naso con sentori di frutti rossi (di solito prevalgono la marasca e il lampone), fine, dal gusto avvolgente e vellutato, non ha asperità. Ma è proprio inutile stare ad approfondire: il novello è fatto per festeggiare dopo la vendemmia, per brindare in compagnia e magari a fare a gara tra amici a chi lo scova per primo. Piacevolezza, leggerezza e freschezza sono le sue chance, piacciono quanto più riescono a mantenere e restituire nel bicchiere tutti gli aromi primari del frutto. Sentori di mora, note di ciliegie, profumi di lamponi, ribes e fragole. Dai calici s’alza un tripudio di effluvi fruttati, insomma. Semplici semplici.

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Un menu inebriante per un baedeker serio e rigoroso anche se un po’ ostinatamente di originale personalità: duemilatrecento aziende e diecimila vini recensiti. Parlo dell’edizione 2012 della Guida dei Vini d’Italia dell’Espresso che è appena uscita nelle librerie e nelle edicole. Come districarsi tra bianchi, rossi, rosati, bollicine e passiti dalla Val d’Aosta ad Agrigento? Cosa scegliere davanti a carte dei vini monumentali, a volte sterminate, di certi ristoranti, anche delle nostre parti? Anche quest’anno arriva in aiuto di esperti e semplici consumatori quella che rimane una delle migliori guide enologiche “scritte” – cioè raccontata, non limitata a scarne schede con indirizzo, voti e simboletti – del panorama editoriale italiano. Vuole essere una piccola enciclopedia del buon bere, per muoversi con destrezza tra i vini recensiti  e approfondire la conoscenza sulla conservazione e sul servizio del vino e la terminologia tecnica, grazie a un sintetico glossario. Quindi un volume di consultazione per enoappassionati con una certa “cultura”, ma anche un manuale di studio per chi muove i primi passi nel mondo del vino, pronto ad apprendere sempre più.

Novità? I soliti noti, verrebbe da rispondere. Come ogni anno, al vertice delle valutazioni, saldamente in sella rimangono le regioni leader, col Piemonte e la Toscana nettamente in testa. La due regioni occupano –nientepopòdimenochè – oltre 210 pagine della Guida: basti pensare che alla Calabria ne toccano ancora un volta appena 9, al Lazio 14. La fanno da padroni, insomma, Baroli, Barbera, brunelli, Supertuscan e Chianti.Un testa a testa tra Piemonte e Toscana, insomma, è quello che si trovano di fronte i patiti di classifiche. Conferma il suo primato in numero di eccellenze (46) infatti la terra del Barolo, seguito a 45 vini eccellenti dalla patria del Brunello. E con un abile scatto arriva a 32 eccellenze - e terzo gradino del podio - il Trentino insieme all'Alto Adige.

Anche quest’anno al Sud pochissime novità. Ne esce un quadro non certo esaltante del vigneto-Calabria. Senza molte stelle; a parte le “due stelle” all’azienda Librandi e il riconoscimento di una stella ciascuno a Ippolito, Stelitano, Roberto Ceraudo e Caparra e Siciliani. Quest’ultima cantina ha fatto l’en plein in Calabria con un vino, il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Volvito 2008 che ha avuto 18,5/20 di valutazione e il Cirò Rosso Classico 2010 con voto 17,5/20 e il premio speciale della menzione per il rapporto qualità-prezzo. Poi nella classifica regionale c’è una pattuglia di vini da 17/20. La apre il rosso Armacìa  2009 della cantina Enopolis-Costa Viola , uno straordinario Igt realizzato magistralmente da Franco Tramontana delle Cantine Criserà di Catona di Reggio Calabria,  usando, come meritano, le uve coltivate negli acrobatici terrazzamenti della costiera tra Bagnara e Villa San Giovanni. A pari merito il Savuto Rosso superiore 2008 della Cantina Antiche Vigne di Rogliano, il Lacrima Nera 2008 dei Feudi di Saseverino di Saracena (CS), il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Colli del mancuso 2008 delle Cantine Ippolito, il Greco di Bianco 2009 della Cantina Stelitano di Casignana e il Moscato Passito dell’azienda Viola di Saracena.

E il lametino? Come ha valutato l’Espresso i vini delle aziende di casa nostra? Le note, purtroppo, anche quest’anno non sono squillanti. Nessuno nostro vino ottiene valutazioni superstellate e neppure si brilla nel rapporto qualità-prezzo – secondo la guida diretta da Enzo Vizzari e curata dai due esperti Ernesto Gentili e Fabio Rizzari. Saltate o ignorate completamente altre aziende (persino la quotatissima azienda Odoardi di Nocera Terinese non è stata presa in considerazione) l’attenzione dell’Espresso si è concentrata sulle cantine Lento e Statti. I migliori vini lametini, per l’Espresso, sono il bianco “Greco” 2010 dei fratelli Statti e il rosso Federico II 2008 delle Cantine Lento. Entrambi conquistano una valutazione di 15/20. Seguono (con 14.5/20) il Contessa Emburga 2010 e il Rosso Dragone 2010 (entrambi di Lento) e l’Arvino 2009, il Lamezia Bianco 2010 (entrambi delle Cantine Statti).

I giudizi? Scarsi di voti, i valutatori dell’Espresso non sono prodighi neanche di complimenti per la nostra enologia. Se all’azienda di Salvatore Lento riconoscono che “ può contare su una buona materia prima e su un’aggiornata tecnica di cantina”, per le Cantine Statti scrivono: “ I vini hanno taglio moderno e valorizzano doti di pulizia aromatica e freschezza di frutto”. Che dire? Io mi limito a citare in conclusione un’avvertenza che compare nell’introduzione della Guida, quella che esplicita un’ autodefinizione: “Uno strumento, appunto. Non un serbatoio di verità assolute”.

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Sembra facile mettere insieme cinque aziende... Se poi sono cinque aziende del sud è davvero difficile. E se poi sono cinque aziende calabresi, l’impresa diventa assai dura. Durissima, poi, se si tratta di cinque aziende vitivinicole, un settore in cui le individualità imprenditoriali sono esaltate. In molti casi esasperate. Un’impresa resa ancora più ardua, quando si vogliono mettere insieme imprenditori di aree geografiche, dimensioni e strutture aziendali assai differenti.

La “mission impossible”, però, una volta tanto è riuscita. Euvite è nata. L’associazione che riunisce aziende calabresi in rappresentanza di cinque diversi terroir regionali è stata varata ed è già al lavoro. Ha avviato un nuovo percorso per l’ulteriore valorizzazione qualitativa e di immagine dei vini calabresi. Su iniziativa delle Cantine Librandi, indiscusso marchio leader della produzione regionale, al progetto Euvite hanno aderito le aziende Statti di Lamezia Terme, Serracavallo di Cosenza, Malaspina di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) e Poderi Marini di San Demetrio Corone (Cosenza).

Obiettivi? Più d’uno. Innanzitutto far conoscere  e apprezzare i vini di Calabria, quelli meno conosciuti d’Italia. Poi dare voce forte alla necessità di divulgare la conoscenza del patrimonio viti-enologico calabrese, che si esprime attraverso le vigne, i vini e le professionalità del territorio. In quest’ottica Euvite annuncia già importanti appuntamenti. Anche a carattere internazionale, in novembre e nella prossima primavera.

Euvite - dice Nicodemo Librandi, tra i più tenaci sostenitori dell’iniziativa - nasce dalla consapevolezza che i vini, i vitigni, le tradizioni viticole e i territori calabresi stessi, con le loro particolarità, non sono ancora adeguatamente conosciuti dal grande pubblico appassionato di vini autentici”. “Per questo motivo - spiega l’imprenditore cirotano - abbiamo avviato un vero e proprio cantiere permanente che prevede incontri con esponenti della comunità scientifica, giornalistica e commerciale che ruota intorno al mondo del vino nazionale e internazionale. Lo scopo è di metterne le professionalità e le conoscenze al servizio della vitivinicoltura calabrese per stimolarne la crescita, ma anche e soprattutto per renderne note le peculiarità al più ampio numero possibile di consumatori del vino di qualità”.

Il nuovo soggetto associativo è stato tenuto a battesimo giusto tre settimane fa a Cirò Marina, centro nevralgico e cuore pulsante del vigneto-Calabria. Sabato 17 settembre, sarà, infatti, una data da ricordare nella storia dell’enologia regionale.

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Si è svolto, infatti, a Cirò Marina il primo evento sulla viticoltura e l’enologia calabrese sul tema ‘Vini, vigne e vignaioli calabresi’ promosso da Euvite. L’evento si è rivelato un duplice appuntamento: nella bella cornice di Borgo Saverona, una degustazione guidata dai sommelier Ais dei vini associati (una bella batteria di 10 vini, 5 bianchi e 5 rossi) e il tradizionale simposio, dedicato quest’anno all’analisi sensoriale dell’uva e dei vini. Moderato dal professor Mario Fregoni, il dibattito ha visto come relatori Antonio Zaffina, Daniel Schuster, Gian Paolo Bracceschi, Maria Rosaria Romano, Antonio Fusco, Donato Lanati e Dora Marchi. Del simposio segnalo con particolare apprezzamento, gli interventi di Antonio Zaffina, che ha illustrato criticamente lo stato dell’arte enologica calabrese, aggiornando il quadro normativo; di Maria Rosaria Romano che ha approfondito criteri e metodologie dell’analisi sensoriale del vino; e di Antonio Fusco che ha affrontato il dibattutissimo tema dell’abbinamento cibo-vino, dedicando particolare attenzione al tema – particolarmente sentito in Calabria – dei vini da bere coi cibi piccanti, infuocati da peperoncino.

In mattinata la manifestazione era stata dedicata a un tour guidato delle zone storiche della Doc Cirò (in particolare nello splendido e stupefacente vigneto sul mare di Francesco Porti) insieme al comitato scientifico che ha deciso a quale vignaiolo conferire il tradizionale "Premio al viticoltore d’Eccellenza del Cirò".

E infine, come salutare la neonata associazione? Da queste pagine non posso certo dimenticare in quest’occasione il primo calice di spumante metodo classico lametino, il prestigioso Ferdinando 1938. L’etichetta (originale per la dentellatura) è l’affettuoso omaggio filiale di Alberto e Antonio Statti al loro papà e al suo anno di nascita. L’assaggio è gradevole quanto la veste della bottiglia. E’ a base di uve mantonico in purezza ed è un calice di grande finezza ed eleganza. Di fine e persistente perlage, rivela un’inconfondibile burrosità accanto a profumi floreali (acacia) e spiccati sentori di frutta secca (mandorle) e fresca.

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Sembra incredibile, ma negli ultimi tempi circola nel mondo del vino il nome e il saggio di uno studioso lametino che nella sua opera non parla di grappoli né di vitigni e tantomeno di calici, colori, profumi e persistenza del nettare di bacco. Svelo subito l’arcano e vi dico che si tratta di Francesco Bevilacqua e del suo saggio “Genius Loci, il dio dei luoghi perduti” edito l’anno scorso da Rubbettino. Ebbene, le considerazioni e le riflessioni di Francesco Bevilacqua stanno facendo discutere opinionisti e blogger, sommelier e commentatori di enologia.

La circostanza è stupefacente, perché Bevilacqua nel suo libro non pronuncia neppure una volta la parola vino e non accenna minimamente all’enologia. [C’è anche un’altra coincidenza singolarissima, a dire il vero,  perché Bevilacqua (nomina sunt omina, o, se volete, al singolare nomen omen, ovvero “il nome è un presagio”, “un destino”) è quasi completamente astemio (ma questa – direbbe qualcuno – è tutta un’altra storia di cui magari parleremo un’altra volta…).]

Dico subito intanto, a scanso di equivoci, che il saggio Genius loci di Francesco Bevilacqua non solo è un libro godibilissimo, che affronta con serietà e rigore il significato e le origini di questa strana e affascinante locuzione, ma è anche occasione di un approfondimento sull’anima dei luoghi e sui personaggi – reali, immaginari, letterari –  che la sanno cogliere. Aggiungo che le riflessioni di Francesco Bevilacqua sul tema diventano spesso considerazioni filosofiche, e non raramente sfiorano la poesia.

Sembra strano, perciò, che chi si occupa di vini discuta di questo libro. A ben riflettere, però, poi così strano non è…

Prendiamo, ad esempio, Angelo Peretti, che nel suo blog “La stanza dell’angelo” scrive:

“Questo è un librino che tutti coloro che fanno vino - e se nessuno se ne ha a male, anche quelli che ne scrivono e ne bevono, ma soprattutto, insisto, quelli che lo fanno - dovrebbero leggere.”

“Genius Loci – spiega - è una locuzione usata dagli architetti e dai paesaggisti… Ma credo sarebbe interessante trasferirla al mondo del vino, come evoluzione del concetto francese di terroir. Quella del terroir … è un'idea che fonde in un unicum inscindibile elementi naturalistici, come la terra, la vigna, il clima, con aspetti antropologici, come la storia e il sentire di una comunità, oppure lo stesso orgoglio del produttore, il suo sentimento. Il concetto di Genius Loci va più in là.”

Ecco, ci siamo. Il nesso terroir-Genius Loci si delinea e, in qualche modo, è il nostro Bevilacqua a indicarlo. Per gli antichi romani, il Genius Loci identificava la divinità dei luoghi, le ninfe, o gli elfi, se vogliamo, che abitavano i luoghi d’acque e di boschi. Avevano, gli antichi, un'idea sacra dei luoghi, una concezione che come tale investiva ogni aspetto del rapporto fra l'uomo e la terra. In proposito, osserva Angelo Peretti “Oggi siamo nell'epoca della desacralizzazione, e da qui nasce l'aggressione al territorio, la violenza dei luoghi. Che si trasfonde, dico io, anche ai vini, che dai luoghi, ineluttabilmente, provengono: vini che troppo spesso non hanno più anima, ed è ovvio che sia così, se non c'è rispetto dell'anima stessa dei luoghi.”

Attenzione, però: la sacralità dei luoghi non deve essere intesa in senso strettamente religioso. “Anche se è oggettivamente arduo – scrive Peretti - attribuire una visione laica ad un concetto che nasce nell'ambito del sacro. Ma, come dice Bevilacqua, il dare un significato laico all'idea di Genius Loci ‘non implica negare nel contempo l'idea della sacralità dei luoghi, posto che il contrario di laicità non è sacralità ma confessionalità. Ma dov’è che si legano e s’interconnettono il Genius Loci e il vino? La risposta non può che trovarsi nel concetto di paesaggio. Scrive in proposito Bevilacqua: "Abbiamo già visto come il concetto di paesaggio - che qui useremo come sinonimo di luogo - non può avere un mero significato spaziale. Un paesaggio, un luogo, sono il coacervo di più elementi materiali ed immateriali: uno spazio fisico e geografico omogeneo (una valle, una montagna, un monumento o un insieme di monumenti di roccia, una cascata, un bosco, una spiaggia, una scogliera, un borgo, ecc); il suo contenuto ecologico (piante, animali, ecc); l'addensarsi in esso di una storia di natura e cultura scandita da segni impressi nei secoli dai fenomeni naturali e dagli eventi umani; un immaginario collettivo che di quel luogo si è prodotto; infine la percezione sensoriale dell'osservatore che in quello specifico momento lo guarda, lo visita, lo attraversa".

Ecco, Angelo Peretti definisce questa di Bevilacqua “ una descrizione perfetta non solo del paesaggio, ma anche di quello che i francesi chiamano terroir, ed anzi, lo supera, proponendo l'applicazione del sacrale concetto del Genius Loci”. Conclude il blogger: “Ed è quanto vorrei trovare nel mio bicchiere quando stappo una bottiglia che sia figlia di un luogo e di chi è parte del luogo. Vorrei trovarci dentro la sacralità del luogo e della gente di quel luogo. Perché la vigna è un segno impresso in un paesaggio. E il vino ne dovrebbe essere sintesi sensoriale, attraverso la quale chi ne beve ha percezione dell'anima del luogo - naturale ed umano - che quel vino ha generato.” Come concludere questa rubrica, stavolta particolarmente ricca di riferimenti colti? Non mi resta che prendere in prestito un brano del commentario di Servio all’Eneide (3,95): “ nullus locus sine Genio” (nessun luogo è senza un Genio).

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Il vino in tutte le stagioni, ma soprattutto d’estate, unisce le persone, favorisce le chiacchierate più sincere, accompagna gli incontri d’amicizia e d’amore. Bere vino quando fa caldo? Si, certo. Calici appannati per dissolvere il torpore di quest’afosa estate lametina e  calabrese. Perché i bicchieri di vino possono essere leggeri e allegri, stuzzicanti, seducenti. Attenzione, però: ricordiamo sempre che il vino è un piacere oltre che l’ideale accompagnamento del cibo, e non un bibita dissetante. Se avete sete, allora – e ce n’è tanta in questi giorni e in queste serate –,  c’è …l’acqua (in tutte le sue infinite declinazioni, minerale, gassata, naturalmente frizzante, oligominerale, ecc…) e le altre bevande.

Ma andiamo ai nostri calici estivi. In genere è convinzione generalizzata che d’estate si debbano preferire i vini bianchi, non fosse altro perché vengono serviti  freschi. I rosati sono un’eccellente alternativa, tolgono d’impaccio e possono essere serviti a basse temperature anch’essi. Per i bianchi, questa è stagione ideale per scegliere vini cosiddetti “beverini”, con buone acidità, basse o medie gradazioni alcoliche, profumati e fruttati. Agosto è anche il periodo giusto per le bollicine, che sono una splendida soluzione anche a tutto pasto (assumendo un pasto a base di pesce, ma non solo) e garantiscono una migliore digestione. Poi c’è il capitolo rossi estivi, spinoso e dibattuto. Per loro consiglio di azzardare un notevole abbassamento della temperatura di servizio (anche nel secchiello col ghiaccio, coraggiosamente, senza esagerare). Personalmente trovo piacevolissimo berli  più  freschi, purchè siano vini giovani e poco tannici. Oggi si parla addirittura di rossi da pesce, per i quali raccomando  che non siano stati sottoposti ad affinamenti in legno

Al pesce col rosso ha risposto “si” la sommellerie moderna che negli ultimi anni ha sdoganato ormai questo concetto da tempo, purchè si scelgano, come vi detto in precedenza, vini giovani  e a bassa tannicità. Visto che, tra l’altro, con la bella stagione inevitabilmente capita più spesso di pranzare fuori, ho pensato a un piccola, breve “carta dei vini” . Mi sono ispirato ai colori e ai profumi delle tavole in questo periodo, ai piatti freschi e leggeri, spesso di mare che ci accompagneranno per qualche mese. Sarà l’occasione per stappare qualche buona bottiglia, scegliendo i vini che meglio interpretano l’estate. Ecco la lista di quelli che attualmente considero miei preferiti, alla (ri)scoperta del nostro territorio. Perciò ho pensato anche alle indicazioni delle tavole “giuste”, possibilmente locali sulle rive del mare, per pranzi e cene  pied dans l'eau, come dicono i francesi.

E andiamo subito ai calici.

-Il Rosaneti ’09 è lo spumante rosè  Metodo Classico (gaglioppo 100%) dei Librandi di Cirò Marina (KR). E’ color cipria tenue, con nuance ramate. Ancora vinoso, sprigiona un delicato bouquet di frutti rossi con prevalenza di ciliegia. Pungoli freschi in bocca è piacevolissimo: ha polpa, sapidità e finissima grana. Ambientatelo sulla terrazza del Vecchio Porto a Cannitello di Villa San Giovanni,  al crepuscolo, per un aperitivo con gli amici. Tempura e cruditè: superbe. Il Rosaneti , burroso, di spessore e sorridente, scivola come il sole dietro la linea di Punta Faro all’orizzonte.

-Grisara ’10: una scoperta recente. Lo produce sulle colline di Strongoli (KR), Roberto Ceraudo nell’azienda Dattilo. Si tratta di un bianco moderno e interessante ottenuto da uve pecorello. Ha un bel colore paglierino tenue. E’ asciutto ma, insieme, morbido e avvolgente e al naso rivela profumi che ricordano i campi delle colline joniche e un mix di frutta tropicale. Porto assolato, pranzo in un’elegante veranda: Vibo Marina, all’Approdo di Pino e Concetta Lopreiato. Godetevi questo calice insieme a un trionfo di frutti di mare sulla collina di ghiaccio tritato e a filetti di pesce castagna con crema di cipolla tropeana. Il Grisara di Ceraudo sottolinea le portate con un percorso tra sentori floreali e una vivace freschezza, piacevole come un filo di brezza marina.

-Santa Chiara ‘10 della cantina Terre Nobili di Lidia Matera. E’ un magnifico bianco a base di uve greco bianco con un bouquet intenso, floreale e fruttato, che fa sospettare qualche traccia di uva sauvignon. Per questo calice consiglio un vero locale pied dans l'eau , il Sabbia d’Oro di Belvedere Marittimo-Diamante. Il ristorante è proprio sul bagnasciuga e ha un menù di pesce: dal crudo al cotto. Lo strepitoso Santa Chiara, un bianco d’alto livello che non delude mai, va giù che è un piacere. Tra pennellate agrumate e minerali, accompagna con brio taglierini di giusto spessore conditi con seppioline, fiori di zucca, rana pescatrice, aglio e (poco) peperoncino svelando le sue note salmastre con garbo ed eleganza.

-Gaglioppo ’09 (è un Igt Calabria) delle Cantine Statti ha un bel rosso rubino vivo e si sta affermando anche come vino per l’estate. Grazie ai profumi freschi, si presenta ottimamente  sulle tavole agostane seguendo un trend molto in voga negli Stati Uniti, servito freddo. Da sorseggiare al Marechiaro, ristorante sempre di gran voga sul litorale lametino. Il Gaglioppo esplode in un profluvio di sentori fruttati (ciliegia, soprattutto) che anticipano l’evidente struttura, adatta a sostenere piatti di mare elaborati come i formidabili  paccheri alla cernia di scoglio, macchiati appena di pomodoro e le fritture di moscardini-spillo che propone Paolo Sauro.

-Lamezia Greco Doc ’10 delle Cantine Lento, l’unica azienda che attualmente produce e imbottiglia questo bianco. Giallo paglierino, è il calice ideale che esprime “in abito bianco” il territorio con la sua vocazione e le sue antiche radici. La mia “dritta”? Salite al fresco fino a un lembo di paesaggio fra i più bucolici della Presila: alla Rosa nel Bicchiere, il rustico di Soveria Mannelli recuperato con rara sensibilità dai titolari della casa editrice Rubbettino. Qui sorseggiate il Lamezia Greco col soave filetto di trota al pane aromatico. Rivela subito al naso una bella macedonia di frutta (albicocca, mela e agrumi). Di bella consistenza, freschezza e armonia al palato, ripropone anche in finale la sua spiccata fruttosità.

-Riticella ’10, il bianco giallo paglierino con riflessi dorati della cantina I Greco di Cariati (CS), un taglio originale di una greco bianco (70% ) e malvasia vendemmia tardiva (30%), un calice fragrante con aroma di agrume e fiori su fondo vanigliato. La degustazione ideale? Nel dehors dell’Aragosta a Nocera Terinese Marina, dove non mancano mai i prelibati taglierini con filetti di triglia in agrodolce con pinoli e uvetta. Fresco e sapido allo stesso tempo, ricco, morbido e pieno al gusto, il Riticella accentua la lunga persistenza gusto-olfattiva del piatto-bandiera di Giovanni Bazzarelli. Non solo mare, nell’agosto calabrese, ma anche fresche serate in Sila. Dopo una splendida cena alla Tavernetta di Pietro Lecce, in quel di Camigliatello (CS), insieme ai biscotti secchi, ancora tiepidi, dal forno e agli eccezionali cioccolati della casa, ci vuole un calice-sugello.

-Il raro Cannìci ’09 delle Cantina Malaspina di Melito Porto Salvo (RC) è di colore rosso assai fitto. Stupefacente, un’invenzione felice destinata a sicuro successo anche per la veste elegante voluta per questa bottiglia. Rosso dal rubino impenetrabile con intensi profumi di frutti di bosco (ribes nero, more di rovo e fichi neri), sentori speziati (cardamomo) e note cacao di grande persistenza. Profumi  e un’avvolgente dolcezza per chiudere la giornata. Sotto le stelle i riflessi dorati ci ricordano e, a guardar bene, sul prato si vedono ancora le lucciole.

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Gianfranco_Manfredi di GIANFRANCO MANFREDI

Come valorizzare una terra del vino? Come far riverberare su un territorio l’immagine positiva di produzioni vinicole d’eccellenza? Come veicolare, insomma, al traino del vino un look accattivante anche dal punto di vista turistico?

Non c’è bisogno di spingersi fino alla californiana Napa Valley o in Borgogna oppure in Alsazia per scoprire le formule capaci di rispondere a questi interrogativi. Di recente ne ho potuto constatare un caso davvero esemplare in quel di Menfi, in provincia di Agrigento, partecipando all’evento Inycon (l’antichissimo nome di Menfi, quando era abitato dai sicani). Sono stati – dal 24 al 26 giugno – tre giorni piacevoli e interessanti di incontri, degustazioni e spettacoli all’insegna del vino di qualità. Sotto i riflettori, però, non solo il nettare di Bacco, vero protagonista del territorio, ma anche le bellezze naturali, la cultura, le tradizioni, la gastronomia del distretto delle Terre Sicane.

Giunta alla 16\esima edizione, promossa dal Comune di Menfi in collaborazione con la cantina Settesoli, la manifestazione è stata, in sostanza, un week-end alla scoperta di Menfi e dintorni, vissuto tra degustazioni di vino sotto le stelle, mostre, momenti di approfondimento, wine tasting e tour per conoscere vigneti, cantine e le altre perle del territorio. Obiettivo dell’evento è stato quello di valorizzare il territorio della cittadina dal punto di vista vitivinicolo, turistico e imprenditoriale, promuovendo la Strada del Vino Terre Sicane e le cantine del comprensorio che vanta quattro Doc, 7 mila ettari di terreno vitato e il 40 per cento dell’export di tutta la produzione vinicola dell’isola.

Quattordici le aziende vitivinicole partecipanti (tra le quali il colosso Settesoli) che hanno fatto degustare le loro migliori produzioni durante i wine tasting condotti da Fede&Tinto, di Rai Radio2, e Marco Sabellico, del ''Gambero rosso'', con il contributo della giornalista tedesca Veronika Crecelius. Michele Botta, sindaco di Menfi, è gongolante: “Negli ultimi anni – spiega, snocciolando cifre e dati  –  il settore del turismo nella nostra città è cresciuto notevolmente, fino a registrare una decuplicazione delle presenze”. Botta non esita ad attribuire alle edizioni di Inycon il merito del successo. “Stiamo lavorando per fare crescere la manifestazione  – aggiunge – per una sua ulteriore valorizzazione e qualificazione nel panorama nazionale oltre che per attirare sempre maggiori flussi turistici. Il nostro territorio è accogliente, vanta un litorale incontaminato e un mare premiato ogni anno per la pulizia delle acque e i servizi in spiaggia”.

Negli ultimi due anni, Inycon ha decisamente una marcia in più. Dallo scorso anno l’evento si avvale, infatti, della collaborazione dell’agenzia Feedback di Palermo, volta al rilancio della rassegna attraverso lo sviluppo di un nuovo format per una maggiore internazionalizzazione della manifestazione. (Chi ancora non sa cosa sia Feedback, farà bene a documentarsi su questa agenzia, che s’avvale di un team giovane e dinamico, una fucina di idee creative ed efficaci che, diretta da Marcello Orlando Canzio, tanto per citare due esempi, ha già fatto la fortuna di San Vito Lo Capo col “Cous Cous Fest” e, in Sardegna, ha riposizionato per due edizioni il “Girotonno” di Carloforte). Vorrei, perciò, proporvi un brindisi felice a Inycon, alla Feedback ed alla valorizzazione dei territori del Sud. Non posso, allora , che scegliere tra i bianchi (con queste temperature…) più legati alla nostra realtà locale. Verso, allora, nel calice, da una bottiglia di  Lamezia Bianco DOC 2010  delle Cantine Statti, una delle più classiche espressione del territorio e della tradizione locale. Risultato, paritario, di uve greco bianco e malvasia, ha un bel colore

paglierino brillante con riflessi verdognoli. Al naso prevalgono i sentori floreali, un bouquet di fiori bianchi di campo; in bocca è sapido e fresco. Felice Cardamone, il sommelier che è il punto di riferimento dell’AIS lametina, raccomanda di servirlo a 8-9 gradi di temperatura. Sposa bene coi formaggi freschi, ma in questa stagione torrida preferitelo con una leggera  cucina di pesce. (In enoteca a 5-6 euro)

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inyconLametino

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Mercoledì 06 Luglio 2011 11:47

Proclamata a Lamezia la super sommelier 2011

DI GIANFRANCO MANFREDI

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Bruna, elegante, professionale, competente. E per di più affabile e simpatica. E’ la migliore sommelier della Calabria. E’ stata proclamata domenica scorsa a Lamezia Terme al termine del Congresso regionale dell’Associazione Italiana Sommeliers-AIS. Si chiama Giovanna Pizzi, ha trent’anni e fa la farmacista a Reggio Calabria che è la sua città. L’ambito trofeo le è stato assegnato nei saloni delle Cantine Statti, al termine di un concorso che, vi assicuro, si è rivelato serrato e combattuto. Un esame-concorso che ha avuto due fasi: la prova scritta e quella pratica che è stata pubblica e spettacolare, una simulazione di servizio al tavolo, con la proposta e la scelta dei vini per due commensali e un test di cultura enogastronomica con domande insidiose e perfino “killer”, su vitigni, DOC, uvaggi, tagli e abbinamenti.

Un vero e proprio percorso a ostacoli, insomma, con un finale al cardiopalma. Giovanna Pizzi, farmacista e sommelier, si è aggiudicata il primato e gli ambiti trofei del vincitore. A lei sono andati  un prezioso “taste-vin” d’argento, opera del maestro Gerardo Sacco e una doppia magnum di “Mantonico” Statti, in cassetta di legno. Premiati con trofei prtehgiati anche gli altri finalisti al concorso “Miglior sommelier 2011”, Antonio Macheda di Fossato (Reggio Calabria) e il lametino Felice Cardamone che si sono aggiudicati, rispettivamente, una magnum di “Magno Megonio” Librandi e una di “Terraccia” Serracavallo. Dal primo pomeriggio a tarda sera di domenica 12 giugno, oltre cento sommelier hanno partecipato al congresso dell’AIS, un’assemblea che è valsa oltre che ad assolvere i doveri statutari dell’associazione a fare il punto sullo “stato dell’arte” dell’enogastronomia regionale.

“La ricorrenza del primo decennale dell’AIS-Calabria – ha sottolineato il presidente regionale dell’associazione, Gennaro Convertini – sancisce il successo ormai consolidato della più giovane sezione territoriale regionale d’Italia.”  “La circostanza – ha aggiunto la sommelier professionista Maria Rosaria Romano, responsabile della didattica e dei corsi, oltre che delegata per la provincia cosentina – è lusinghiera: conferma l’affidabilità e la credibilità dei sommeliers calabresi e premia un’organizzazione dinamica e vivace che conta attualmente nella regione 510 iscritti, centinaia di sommelier che hanno completato il percorso formativo ed ha in svolgimento tredici corsi in tutta la regione con 200 aspiranti sommelier”.

L’appuntamento congressuale è stato contrassegnato dalla cerimonia di consegna degli attestati a 30 nuovi sommelier ed ha messo in campo l’intera squadra al vertice dell’organizzazione. Ad affiancare Convertini, sette punti di riferimento territoriali, la delegata di Cosenza, Maria Rosaria Romano, di Reggio Calabria, Francesco Saccà, della Locride, Pier Francesco Multari,  di Lamezia Terme, Felice Cardamone e gli incaricati di Vibo Valentia, Elena Ichino, di Crotone, Francesco Bonesse e di Catanzaro, Giancarlo Rafele, nonché il responsabile regionale “sommellerie”, sommelier, Alfonso Verta e il responsabile della comunicazione, il giornalista-sommelier Gianfranco Manfredi, ovverosia chi scrive la noterella che state leggendo. Ma il meeting è stato anche occasione per un’approfondita degustazione di cinque interpretazioni del vitigno mantonico, ideata e realizzata da Girolamo Grisafi e curata impeccabilmente nel servizio da William Greco e per discutere delle ultime novità sul fronte enogastronomico locale.

Da pochi giorni, del resto, all’Associazione dei Sommeliers si è affiancata – una sorta di “spin-off” dell’AIS –  la sezione calabrese dell' ONAF, l’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Formaggi. Giusto tre giorni fa a Cosenza, i primi 28 assaggiatori ufficiali hanno ricevuto ufficialmente l'investitura dal presidente nazionale Carlo Adami  e dal vicepresidente Maria Sarnataro presso la sede regionale dell'AIS. Nella stessa occasione è stato nominato il delegato provinciale Antonio Fusco ed il comitato direttivo composto dai signori Guseppe Salvatore Grossociponte, Vincenzo Avolio, Giuseppe De Tursi, Giancarlo Rafele e Gianfranco Iannuzzo. Con quale calice brindare alla vittoria di Giovanna Pizzi e ai successi dell’AIS-Calabria?

Vi propongo un rosso lametino finora del tutto “inedito”. L’ho assaggiato nella degustazione curata da Girolamo Grisafi, autentico talent-scout delle produzioni di nicchia. Si chiama Annibale ed è un rosso giovane e molto promettente che produce il dottor Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia. Proviene da uve magliocco dolce con una piccola percentuale di sangiovese. Mi dicono che il vigneto di Chirillo, collinare, ha notevole pendenza e gode di ottima esposizione. Il risultato di questa vendemmia 2010 è interessante e il lavoro di Chirillo merita senz’altro ulteriori approfondimenti. Rosso rubino con unghia violacea, Annibale richiama frutta rossa polposa ma in primis spicca un netto sentore di more, poi qualche accenno di menta. Semplice e lineare in bocca, è ancora un po’ pungente per freschezza. Ve lo raccomando per accompagnare un arrosto di capretto o, ben rinfrescato, per un tagliere di salumi e insaccati locali, aromatici e piccanti.

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premiazione-Concorso-2011-1Antonio Statti e Giovanna Pizzi

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