Vallone Fornelli, Crivi di Mangiacaniglia: naufrago fra rocce e cieli

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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Vi sono luoghi che non mi abbandonano mai. Neanche di notte, quando, inquieto, sogno. Vi sono luoghi che sono nella mia psiche come latenze sepolte. Uno di questi è la valle di un fiume, nel nord della Calabria, dove mi condusse, per la prima volta, un uomo che sussurrava ai lupi e alle aquile. Voleva che salvassi quella valle, dall’idea malsana di costruirvi una strada asfaltata e captare le acque del fiume. Ero, allora, a capo di una importante associazione ambientalista calabrese. Dopo tante tribolazioni riuscimmo a scongiurare il pericolo. Due cose mi colpirono quella prima volta, un ottobre dei primi anni ’80. Il suono dell’acqua e la corona di rupi e strapiombi che avvolgeva la testata valliva. Tanto inusuale fu quella visione che essa si installò nella parte più profonda di me come un relitto inconscio: la valle dell’Argentino era vera ma nello stesso tempo trasfigurata. Ricordi affiorano dentro me mentre, uscendo dall’ombra della foresta, rivedo la valle proprio dall’apice della corona di rupi che m’impressionò quella prima volta. In un punto che i miei piedi non avevano mai toccato. Grandi pini loricati incorniciano gli strapiombi dei Crivi di Mangiacaniglia bassi, sui meandri vellutati delle gole del fiume Argentino ed un lontano petalo azzurro di mare. Il silenzio è rotto solo dal soffio del vento e dal cinguettare degli uccelli. Dinanzi e intorno a noi montagne a perdita d’occhio. Sopra di noi rupi e ancora rupi. Sotto di noi abissi senza fondo. A sinistra l’orlo di altri strapiombi che porta al Corno Mozzo. A destra i crivi alti che salgono verso il valico di Vallone Deo Gratias. Naufrago, fra le rocce e il cielo: e il naufragar m’è dolce, come direbbe Giacomo Leopardi. Siamo partiti presto da Piano di Novacco stamane. Abbiamo valicato Serra di Novacco e siamo scesi a Pietra Campanara, il pinnacolo di roccia che la vegetazione ha ormai nascosto alla vista e sotto il quale, Pietro (questo il nome di chi mi fece conoscere la valle) trovò i due cuccioli di lupo che poi vissero dapprima in casa di Marta a Franco e poi in un recinto all’Unical. Abbiamo ricamato i sali scendi nell’antica faggeta e siamo giunti al Vallone Fornelli alto. Da dove occorre risalire verso Monte Palanuda, per l’itinerario consueto. È lì che si materializza improvvisamente nella mia psiche l’erranza di oggi. Ricordo, tanti anni fa, un traverso nel bosco che ci portò a passare la notte sotto Corno Mozzo per poi, il giorno dopo, calare con un ripido sentiero nell’Argentino e raggiungere Orsomarso. Voglio ritrovare quel sentiero smarrito, incontrare quel luogo che non mi ha mai abbandonato. Consulto le carte. Non ho mai imparato ad usare il Gps. Il mio modo di orientarmi in queste giungle infide è un misto di istinto, ricordi vaghi, segni topografici. Non mi va di farmi condurre da un aggeggio che parla con un satellite anziché con i muschi sui tronchi. Vago diagonalmente nel bosco a sinistra. Qui, davvero, non viene nessuno da decenni. Mentre penso di abbandonare e ritirarmi, scorgo un segno, poco più in basso. È un largo sentiero. Lo seguo in salita verso destra. L’ansia sana dell’esplorare, dello scoprire, mi assale, mentre ansimo a bocca socchiusa, scavalco l’intrico di alberi abbattuti dalle tempeste e, finalmente, ritrovo chi mi ha atteso. Sospeso su un aereo trespolo di roccia potrei essere un capriolo o un falco pellegrino. E invece sono solo un uomo che ricorda: lo stupore di quelle visioni inaudite e lo smarrimento per ciò che l’avidità umana avrebbe voluto fare alla valle, laggiù. E mi sovviene Leopardi dallo Zibaldone: “Quanto più esalto e predico la natura, tanto più Dio. Stimando perfetta l’opera della natura, stimo perfetta quella di Dio; condanno la presunzione dell’uomo di perfezionar egli l’opera del creatore; asserisco che qualunque alterazione fatta all’opera tal quale è uscita dalle mani di Dio non può essere che corruzione”.

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