Mafiosità: due pesi e due misure

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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Scusate se ogni tanto non vi parlo di cammini e viaggi e paesaggi e natura e cultura. Ma c’è una cosa che mi rode. Non leggo abitualmente i giornali. Non vedo abitualmente i telegiornali. Perché non voglio aggiungere ansie a quelle che già ho di mio (sono convinto che la proprietà dei telegiornali sia delle case farmaceutiche che producono ansiolitici ed antidepressivi). E perché, francamente, di cronaca e di politica non mi importa quasi nulla. Ma ormai la pervasività delle notizie è tale che anche uno come me, che non fa alcun caso alla cronaca, alla fine viene a sapere quel che succede. Bene, la notizia del funerale dei Casamonica a Roma mi è giunta in questo modo indiretto, attraverso il web. Ho riflettuto in questi giorni. Ed ho pensato che quanto successo a Roma (e quanto scritto dai vari commentatori) è esemplare di come funzionino i pregiudizi mediatici sul Sud mafioso e sulla Calabria ‘ndranghetista in particolare.

Se una cosa simile fosse accaduta, mettiamo, a Lamezia Terme, gli stessi giornalisti calabresi (per non dire quelli che stanno nelle redazioni dei grandi giornali italiani) avrebbero scritto che tutta la gente di Lamezia è omertosa, che la società civile non reagisce, che c’è una zona grigia, che la città è collusa. Avrebbero, insomma sciorinato il miglior campionario dei luoghi comuni mediatici cui ci siamo abituati negli ultimi anni. Ad uso del giornalismo spettacolo che impera ormai indisturbato dappertutto. Ma è accaduto a Roma, nella capitale d’Italia. Che è anche il simbolo – per quanto molto precario – di un intero popolo. E seppure si sia trattato di un fatto eclatante e paradossale, nessuno si è sognato di usare quei luoghi comuni per Roma e per i romani. Eppure abbiamo visto quanto malaffare, quanta criminalità organizzata c’è anche al centro e al nord Italia.

O quanta ce n’è negli Stati Uniti, in Russia, in Giappone e via discorrendo. Stranamente però, l’unico popolo integralmente autenticamente, irredimibilmente mafioso, siamo noi calabresi. Per l’opinione pubblica nazionale (prodotta dai media) quaggiù non c’è gente che lavora con passione, che si batte con coraggio contro il malaffare e la mafia, che crea occasioni di rinascita, che aiuta gli altri, che si riappropria della memoria, che difende il paesaggio, i beni culturali, il territorio, la cultura. No, qui siamo tutti collusi. Per una sorta di responsabilità oggettiva, razziale, geografica, storica e chi più ne ha ne metta. Anche se è da un po’ che non facciamo un bel funerale pacchiano e spettacolare ad un nostro boss. Con tanto rammarico per i nostri giornalisti. E per gli opinionisti di Roma e Milano. Ho scritto questo commento sulla mia pagina di Facebook e l’ho corredato con una foto delle rovine di Brancaleone vecchio in Aspromonte. Si tratta di un luogo meraviglioso, incastonato in un paesaggio unico. A Brancaleone fu al confino Cesare Pavese e su quel periodo il grande narratore e poeta italiano scrisse un bellissimo romanzo "Il Carcere". Pavese, in una lettera alla sorella, parlava della gente di Brancaleone come dotata di un senso della convivialità che era greco. Ovviamente di un luogo come questo, di una storia come questa, e di mille altri luoghi e storie belle, identitarie, autentiche come queste nessun giornalista titolato vi parlerà mai. Perché in Calabria, per i media, il buono e il bello non esiste: non fa notizia, non fa vendere copie dei giornali. E pian piano ce ne stiamo convincendo anche noi calabresi. Ben ci sta.  

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