Se non parlo di politica è perché amo i fiori e le gocce di rugiada

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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francesco_bevilacqua_.jpgSe non parlo di politica non è perché non ho nulla da dire. Non è perché non ho idee. Non è perché non ho a cuore il bene comune. Non è perché non voglio impegnarmi. E’, piuttosto, perché le parole mi muoiono in bocca. E’ perché mi stupisco amaramente dinanzi a quel che sento, che vedo e che leggo. E’ perché, da sempre – caparbiamente, senza alcun tentennamento – ho rifiutato ogni proposta di candidatura, ogni incarico amministrativo. Ed ho scelto un’altra politica. Che è quella del fare quel che so fare: il padre di famiglia, l’avvocato, lo scrittore, il volontario “ambientalista” (uso la parola con qualche perplessità, perché la giudico abusata e fraintesa), il divulgatore e, da ultimo, lo sciamano culturale. Che è colui che, ad esempio, va in piccoli paesi dove vive gente colpita da un grave complesso di inferiorità – come intuirono Carlo Levi, Pierpaolo Pasolini e Giuseppe Berto - quanto sono, invece, belli, eminenti, attraenti, quegli stessi luoghi, quelle stesse culture. Che è colui che, sempre a mo’ d’esempio, trasporta gente inurbata, virtuale, catatonica, in luoghi reali, curativi, lenitivi, riattivanti le normali funzioni vitali dell’organismo umano. Che è colui che, ancora a mo’ d’esempio, media tra amministratori della cosa pubblica che versano in uno stato di “ebetudine stuporosa”, come direbbe Ernesto De Martino, e gente comune demotivata, disillusa, apatica. Questa politica mi va di farla, l’altra no. Di questa politica mi va di occuparmi, dell’altra no. Se non parlo di politica è perché sono troppo preso a interrogarmi sul senso della vita.

Se non comprendiamo il senso della vita (o almeno non proviamo a comprenderlo), è difficile che viviamo la vita degnamente. E “degnamente” significa per me: senza ambizione di successo, senza presunzione, senza insolenza. Ma con umiltà, invece, con compassione, con gratitudine. Tutto difficile, ovviamente. Sbaglio spesso! Ma ci provo. La metafora ideale – e concreta – di ciò è il camminare. Perché camminando lentamente si fa attenzione ai particolari: un fiore, uno sguardo, un dolore, uno scorcio, un volto, l’erba, l’acqua, una goccia di rugiada. Quella stessa goccia di rugiada per ammirare la quale Henry David Thoreau disse ad un libro di Shakespeare di attendere in un angolo. Solo le campagne, le montagne, i luoghi lontani dalle città e dal trambusto mi consentono il cammino-ricerca che mi piace. Quasi tutto il resto mi è estraneo. Ecco perché non parlo di politica. Ecco perché mi è facile non intervenire nelle polemiche, nei commenti, nelle critiche. E poi, talvolta, i fatti della politica superano così rapidamente ogni previsione, ogni ipotesi, ogni ragionevole pensiero, ogni "fondo", ogni "peggio", che rimango basito. E la voglia di star zitto diviene un vero e proprio impedimento psicologico. Ecco perché non parlo di politica. Amo troppo i fiori e le gocce di rugiada.

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