La marcia del marcio di Lamezia

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida

Iuffrida_matita.jpgLa crisi di identità attraversa tutti, la società nella sua interezza, la politica, la giustizia. Anche la stampa soffre di crisi di identità. Se non c'è un valore, una weltanschauung comune bisogna prenderne atto. Né la confusione può giovare alla forte necessità di chiarezza e certezza. Comunque, in questo momento, che la stampa viva una crisi interiore di valori condivisi non è importante quanto il problema della grave condizione della giustizia amministrativa, penale e civile. La Corte dei conti della Calabria in questi ultimissimi giorni ha gridato il dolore dell'illegalità diffusa che attraversa molte istituzioni pubbliche, ma i fatti di Lamezia dimostrano che c'è anche una resa dei conti tra le diverse Corti: una sorta di faida istituzionale che non fa capire dove sta la verità, che non aiuta il cittadino normale a seguire la strada maestra della legalità. Così come i recenti fatti del Commissariato di Vibo Valentia, che metterebbero in luce i rapporti tra alti funzionari della polizia di Stato con la potente cosca dei Mancuso, la direbbero lunga sulla garanzia che lo Stato può offrire agli onesti, ai deboli, ai pavidi, ai timorati, più volte invocati dalle Procure della Repubblica a collaborare con la giustizia. Quale giustizia? Nemmeno il “Rapporto Svimez 2013 sull’economia del Mezzogiorno” dà spazio a speranze: “Le grandi organizzazioni criminali italiane continuano a mantenere intatte la loro vitalità grazie fondamentalmente al controllo esercitato sul territorio, alla capacità di intrecciare rapporti collusivi con settori dell’economia legale e istituzionale e alla capacità di mescolarsi con la società civile e con il mondo imprenditoriale [...] In questo senso, stanno dilagando sempre più forme di capitalismo criminale, conseguenza del fatto che i confini tra sfera legale e illegale appaiono sempre più labili, anche grazie all’appoggio di un’ampia schiera di professionisti e amministratori pubblici e privati collusi. In questo modo accade che imprenditori collusi si infiltrino in associazioni antiracket per recuperare un’immagine nuova”. Il quadro complessivo è dunque disarmante per un cittadino confuso tra onestà e disonestà mentre è armante per la tentazione al crimine comune; molti, ancora forse per poco, non sanno dove volgere sguardo e attenzione. Rimane ancora qualche flebile speranza nell'azione della Direzione investigativa antimafia, che fortunatamente non si occupa di chi non si ferma al semaforo rosso o parcheggia in seconda fila per il diritto alla sopravvivenza lungo un solo minuto e rischia, peraltro a causa delle gravi inottemperanze alle leggi da parte degli stessi enti locali che nessuno condanna. I conti, i bilanci dell'attività della Dia fortunatamente non si fanno sommando i ladri di polli per diritto di sopravvivenza. Recentemente ho richiamato alla memoria l'anno domini 2002, con riguardo a una nota vicenda edilizia di Lamezia rispetto alla quale la magistratura amministrativa ha evidenziato le proprie gravi responsabilità grazie anche alla complicità di chi ha omesso di perseguire (o far perseguire) reati fiscali e urbanistici connessi. Nel calendario della giustizia fallita, un altro anno importante è il 2006, quando un sistema perverso porta con cassoni di tir pieni di mattoni per il consolidamento della casa della 'ndrangheta di Lamezia in cui società di costruzioni portano a compimento, partendo proprio dal 2002 e attraversando comodamente tutta la stagione nefasta della Commissione straordinaria, in cui atti, date e dati si intrecciano, si aggrovigliano con un'inaspettata linearità e continuità. La carica del numero magico 601.2006 si avviluppa come un tralcio di vite al sostegno morto della raccomandazione prefettizia 61.03.S.D.S. del 2003, inascoltata dalla Commissione Straordinaria, nonostante fosse stata “invitata” a non agevolare i successi personali di esponenti contigui ad organizzazioni criminali. I dati parlano di importanti sedi di istituzioni pubbliche realizzate da questi elementi vicini alla 'ndrangheta locale, nell'indifferenza totale di magistrati e cittadini, in un gioco perverso da democrazia malata. E accade anche che ci si prodiga, senza pudore e con la maschera dello “sviluppo”, per agevolare costruzioni prima non ritenute ammissibili e successivamente miracolosamente possibili; e poi, contraddittoriamente, assistere alla demolizione dimostrativa di fabbricati appartenenti a famiglie col blasone del “locale”. Misteri ingloriosi del “fare” con grande accelerazione e del disfare lento, meridiano, che mettono in chiaro le contraddizioni di quella che, a fatica, chiamiamo ancora giustizia o sviluppo. Fatto sta che intrecci tra colletti bianchi e atti sono alla luce del sole come “pitte” di fichidindia appese alle ornie delle finestre delle case addossate l'une alle altre a San Teodoro a fare bella mostra di sé e di quest'inverno senza fine che c'è da troppo, lungo tempo. Ma nessuno osa toccarle per paura di pungersi e rimanerne contagiato. Figuriamoci se ci si trova davanti alle bocche mozze e ancora fumanti delle canne di una lupara. Il leitmotiv, che mette d'accordo malagiustizia e politica, è uno: “meglio evitare” le sputafuoco e promuovere lo sviluppo – ma è poi vero? –, senza badare a cosa si fa e a chi lo fa. Sì, perché in urbanistica sarebbe importante non solo cosa si fa ma anche chi lo fa. Per risolvere gli enigmi di Lamezia basterebbe rispondere ad una semplice domanda? Chi ha messo con la massima velocità possibile un mattone sull'altro in base a quegli atti? L'articolo inapplicato fa coppia. Non è solo il 41-bis, ma anche un comma: l'1-bis, la cui inapplicazione ha reso vittime il territorio e i cittadini a vantaggio di pochi con il gioco delle carte e dei piani (c'è e non c'è, come il classico gioco napoletano con quelle carte da bari professionisti). C'è alla bisogna, non c'è specularmente per un altro bisogno. Giovanni Giolitti diceva che in questa strana democrazia “le leggi si applicano per i nemici e si interpretano per gli amici”. Il gioco delle tre carte è questo. Ma è proprio difficile individuare questi amici? È forse credibile la politica indifferente? Tempistica, cronologia, personaggi non certamente in cerca d'autore, colletti bianchi, omogeneità, ma anche disomogeneità, aiuterebbero anche un orbo senza aiuto dei Ris di Parma. Un filo sottile ma resistente che tiene insieme un mondo che ci stringe alla gola, fino a soffocarci. Le canne della lupara sono ancora fumanti, in mano. Grazie a questo filo di fumo caldo Lamezia ancora marcia trionfalmente nel marcio, nonostante resista la schiera di cantori di una Lamezia buona, virtuosa, santa. O santissima?

© RIPRODUZIONE RISERVATA