Sondaggi, ballottaggi e… migranti nel Mar Mediterraneo

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà

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I risultati dei ballottaggi confermano tendenze e previsioni dell’8 giugno scorso: l’affluenza alle urne in continua diminuzione; l’avanzata del centrodestra a traino leghista; la conquista di città importanti (Avellino ed Imola) da parte dei 5 Stelle, ma cedono Ragusa; ulteriore emorragia di consensi del Pd che perde le “roccaforti rosse” (Massa, Pisa, Siena). Certamente con la vicenda Aquarius e delle altre Ong Salvini si è messo in sintonia con la “pancia” della maggioranza degli Italiani. Da qui le vittorie non solo al Nord. Nell’area di centrosinistra critiche di Emma Bonino a Renzi e a Salvini: “[Ieri]Renzi scambiò i soccorsi per la flessibilità, [oggi] Salvini per i voti”. Mentre in primis bisogna salvare i migranti, secondo lei. Tale dichiarazione, al passato e al presente, mi ha rimandato ad un articolo e mi ha dato l’occasione del solito ripasso. La critica a Renzi della parlamentare radicale si rifà a fatti dell’anno scorso poco conosciuti. Li avevo già letti in Mediterranei, il numero di giugno 2017 di Limes, curato da Fabrizio Maronta, redattore e responsabile delle relazioni internazionali della suddetta rivista di geopolitica. Molto probabilmente Emma Bonino ha fatto riferimento all’articolo “La storia non detta del piano Renzi per l’Africa” di Maronta. Lo stesso giornalista venne intervistato da Radio Radicale l’11 luglio dell’anno passato, un mese dopo l’uscita del volume.

Chi intervistava ammetteva di non conoscere gli avvenimenti. Infatti scarso rilievo fu dato dai commentatori e dagli altri media al numero della rivista. Navigando in Internet ho scovato soltanto un’intervista de il Giornale, di qualche settimana prima, al senatore Mario Mauro, l’ex ministro della difesa del Governo Letta che confermava “il patto segreto” di Renzi con l’Unione Europea. A detta del senatore, Bonino fu tra i pochi politici a parlarne: flessibilità sui conti pubblici in cambio dell’accoglienza. I migranti recuperati sarebbero stati accolti sul suolo italiano. Firmato Renzi-Alfano, capo del Governo e ministro degli Interni. Prima non era così: “Sia Frontex plus, sia Triton- spiega(va) l’ex ministro- sono [erano] accordi caratterizzati dall’impegno di una parte dei Paesi europei a offrire assetti per il salvataggio in mare senza farsi carico dei migranti”. Ho trovato solo questi due documenti successivi (due interviste) all’articolo di Fabrizio Maronta. Per quanto riguarda l’indagine di Limes, il giornalista ha fatto esercizio d’analisi approfondita partendo dagli anni ’90, dalla convenzione di Dublino, in vigore nel 1997 quando furono stabiliti i criteri per le domande d’asilo e su cui fu elaborato il regolamento del 2013 di cui riporto il passaggio sostanziale: “[l’identificazione di un richiedente asilo] spetta al primo Stato membro in cui il migrante mette piede”. Ribadisco quanto affermato in precedenza in altri pezzi online e cartacei: negli ultimi anni il mondo è cambiato, specialmente a livello internazionale e nel Mar Mediterraneo. Il regolamento di Dublino è anacronistico. Era già nato vecchio “perché tarato su una prassi consolidatasi durante la guerra fredda con gli esuli degli Stati comunisti [o da altri Paesi in cui c’era la guerra civile] che approdavano oltre cortina: numeri infinitesimi rispetto ad oggi e situazioni quasi mai controverse, in quanto dall’Est non si fuggiva per motivi economici, ma politici”.

Maronta ha messo a fuoco il cambio di situazione: ai richiedenti asilo si sono aggiunti i migranti economici; nell’Europa dei 27 (Il Regno Unito non farà più parte dell’UE) “si avverte l’esigenza di rivedere la normativa sull’asilo i cui oneri risultano fortemente sbilanciati sugli Stati di primo approdo”. Il problema migratorio è stato trattato finora come un affare nazionale, riguardante soprattutto gli Stati che si affacciano sul Mare Nostrum. Sulla gestione delle frontiere esterne ha operato positivamente la polizia di Frontex. Nel 2004 si creò: “Una presenza concreta nel Canale di Sicilia con la missione Nautilus che, dal 2006 ad oggi [06-2017], ha impegnato uomini e mezzi di Italia, Malta, Francia, Grecia, Germania, Portogallo e Spagna. Al contrario, per ciò che concerne il ricollocamento si è attuato poco o niente: ad ottobre dello scorso anno “meno di 15 mila persone ricollocate da Grecia e Italia nel resto dell’Ue sulle 70 mila previste”. Dal 2015 si è verificato un aumento dei flussi migratori a causa dell’instabilità mediorientale e per la crisi dello Stato libico dopo il regime di Gheddafi. Se prima gli sbarchi in media erano di 20-30 mila all’anno, dopo sono arrivati a 180 mila; nella prima metà del 2017 si contavano 50 mila sbarchi con migliaia di vittime. Già dal 2015 era necessario riformare il regolamento di Dublino in questi termini: “le procedure di accoglienza, identificazione, valutazione, ripartizione o eventuale espulsione”, dovevano essere stabilite a livello di Comunità europea. Inoltre il clima era cambiato in Europa: crisi economica e finanziaria, populismo diffuso, paura per eventuali arrivi di terroristi dall’Africa, nuovi Paesi entrati nell’Ue refrattari all’accoglienza. Il cosiddetto gruppo di Visegrad, Cechia (Repubblica Ceca), Slovacchia, Polonia, Ungheria, a cui si dovrebbe aggiungere l’Austria. Beneficiano dei Fondi europei, ma non fanno pratica di solidarietà. L’Ungheria ha introdotto ultimamente in Costituzione il divieto di accoglienza dei migranti economici. Aggiungo la progressiva chiusura dei confini francesi e svizzeri. Almeno in un’occasione la gendarmeria transalpina è entrata in territorio italiano per respingere i migranti. Poi la temporanea sospensione del trattato di Schengen ha fatto il resto e l’Italia è rimasta sola. Si è data da fare per creare un sistema di identificazione con tanti limiti, ma la richiesta “di dar seguito ai ricollocamenti è stata respinta al mittente”.

In tale situazione di stallo si è inserito, tra il 2015 e il 2016, il piano Renzi per ottenere flessibilità. Come ha scritto Maronta, tale idea “avrebbe consentito di prelevare i migranti fin dentro le acque territoriali libiche e trasferirli in Tunisia, in base al principio del porto sicuro più vicino”. Attraverso l’assistenza finanziaria europea,Tunisi avrebbe organizzato l’identificazione e i rimpatri direttamente dal Paese africano. Così ha scritto il giornalista di Limes: “Preventivamente sondata in via informale, Tunisi si era mostrata potenzialmente disponibile”. In tal modo si sarebbe evitato il ricatto delle organizzazioni criminali per mettere in mare natanti stracolmi di migranti in modo da costringere l’Europa a salvarli. La Tunisia, al contrario della Turchia, non avrebbe retto in tempi lunghi. Tutto si sarebbe dovuto fare nel breve termine, magari nella stagione invernale “per rendere vane le disperate partenze e con esse il ruolo dei trafficanti”.  Così facendo sarebbero diminuiti gli approdi sulle coste italiane e, nel contempo, L’Italia e l’Ue avrebbero intrapreso collaborazione concreta con Tripoli, Tobruk e le tribù a Sud della Libia. Secondo Fabrizio Maronta, Renzi era intenzionato a presentare il piano al Consiglio europeo, ma la sconfitta referendaria e le dimissioni del primo ministro hanno vanificato un’occasione di gestione del flusso migratorio che avrebbe potuto convincere i Paesi europei a coadiuvarci. Gentiloni non ha dato seguito. Poi il tanto criticato piano Minniti “che ha puntato i suoi sforzi sulla Libia, Niger e Paesi di transito migratorio”. Gli sbarchi sono diminuiti, ma per gli organismi internazionali i costi umani sono stati pesanti. Adesso è l’ora di Salvini.  Vietato l’approdo sulle coste italiane alle navi delle Ong. Solo la Guardia costiera è deputata a farlo e quella libica li riporta indietro. Sono volati gli stracci tra Francia e Italia. Si è cercato di rimediare. L’Italia vuole una revisione del trattato di Dublino e niente bozze. Si cerca di ricomporre quel che rimane dell’Ue. Per i centri di identificazione si è tornato a parlare di Tunisia ed Egitto, con l’aggiunta del Kosovo e dell’Albania.

Ci vorrebbero miliardi come è stato fatto per la Turchia in modo da bloccare la rotta balcanica, ma i due Paesi africani non danno completa affidabilità. Per adesso pare che la politica mediatica vinca su quella degli accordi concreti che tutt’al più saranno bilaterali. Dopo la missione a Tripoli di Salvini con scarsi risultati, solo impegno di Tripoli in cambio di aiuti; il ministro pensa a centri di identificazione e smistamento in Niger e nel Ciad. Al mini vertice formale di Bruxelles, il primo ministro Conte ha presentato la proposta italiana all’Ue per il superamento del regolamento di Dublino: “Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa”. Giudicata dallo stesso Macron “coerente con le discussioni portate al tavolo”. Questa volta niente di segreto.  Se ne riparlerà a fine mese.  Speriamo che non sia mediatico … solo per i voti. Vedremo.

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