Ebbro di resine, in Aspromonte

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

francesco-bevilacqua-foto-blog-nuova.jpgProfumo di resina. Intenso. Come un balsamo. L’antica pece dei romani trasuda dai pini. S’addensa in piccole gocce, che scivolano come collane d’ambra. Riconoscerei questo luogo anche solo per l’aroma! Aroma d’Aspromonte. E’ lui che desidero oggi. Le mie erranze sono ispirate da una sorta di libido topografica, da un erotismo dei luoghi. Durante la settimana non ho tempo per riflettere, fantasticare, programmare. Sono completamente assorbito dal lavoro, dalla famiglia, dai doveri, dall’intelligenza razionale. Ma in un angolo recondito dell’encefalo – forse l’ippotalamo o l’amigdala – cresce il lavorio trepido, incubico dell’intelligenza emotiva. Che non dipende dal “me” cosciente. Noi non dominiamo il desiderio. Piuttosto è il desiderio che ci domina. E guai se così non fosse. Jacques Lacan diceva che il desiderio è una potenza, una trascendenza che oltrepassa il soggetto e che la colpa ci invade quando il desiderio viene tradito. Ecco, io, oggi, non sono invaso dalla colpa proprio in quanto inalo il trasudo aromatico dei pini d’Aspromonte. Il sentiero scende da Cerasia sui primi rivi della Butramo. Che formano una piccola pozza di smeraldo. E poi le grandi querce. A frotte, come famiglie di giganti. Caliamo nel ventre del Ferraina. Umido, ombroso, freddo. Dopo Canovai, l’uscita nella luce ci espone, d’improvviso, all’arsura dirupata dell’Aspromonte orientale. Dalla densa foresta di faggi e pini, al bosco rado di querce di queste pendici abrupte. Ed ai paesaggi sconfinati, andini, fatti di gole detritiche e di costoni franosi che si inseguono, all’infinito. Al profumo di resina si sostituisce il sentore del timo. Abissi si spalancano sotto di noi. Il sentiero pencola ripidamente fra le rocce. Sino alla nicchia d’argento brunito dove scorre l’umore della terra. Che erompe di pietra in pietra. Sino al grande occhio del drago, liquido, scuro e profondo. Che osserva e scruta. Sto in silenzio, come dinanzi a un dio: non si profana un altare con parole vane! E in silenzio risalgo l’abisso. A Canovai ci separiamo.

Due dei nostri tornano per la via dell’andata. Ci attenderanno in un punto del percorso. Gli altri deviamo, invece, per Croce di Dio Sia Lodato, con l’intento di raggiungere poi, il punto concordato, da un’altra via. Attraversiamo un paesaggio di rupi maculate di licheni e di alberi mostruosi. Pian piano, il mio silenzio diviene meditabondo. E’ il sentiero stesso che si fa pensiero, come direbbe Nietzsche. Sale dentro me l’ansia. Come avvertissi un pericolo. Giunti al valico per la cima cala la nebbia. E’ il segno che la mia psiche attendeva, quasi junghianamente. Come ho fatto a mandare i miei due amici da soli per la via? E se si perdessero? Chi li ritroverebbe in questo labirinto di gole e foreste? Ho ignorato una delle mie regole auree: quando si è in gruppo bisogna adeguarsi alle esigenze degli ultimi. Ordino di tornare indietro. Gli altri protestano, insistono, provano a rassicurarmi. Ma resto irremovibile. Penso all’errore. E alle sue conseguenze. Ritornando per la stessa strada avremo maggiori possibilità di incontrare i due: potrebbero esser tornati indietro; potrebbero essersi fermati. Percorro all’indietro la stradina, primo della fila, staccando gli altri, immerso nella mia ansia. Passo sotto un gigantesco pino … Accade qualcosa mai successa in trentotto anni di peregrinazioni pedestri. Odo un tonfo sordo alle mie spalle. Un grosso ramo si è staccato dal pino ed è precipitato in terra ad appena un metro da me. Sono così immerso nella mia ansia attiva che proseguo senza valutare l’imponderabile rischio che ho corso: oggi, qualcuno non ha inteso farmi pagare la colpa del mio desiderio! Ma gli altri, più indietro, hanno visto, attoniti. Tornando sui nostri passi e percorrendo all’inverso la via dell’andata, ci accorgiamo che vi sono davvero dei punti infidi. L’ansia per gli amici cresce. Finché, nel luogo concordato, udiamo le loro voci. Confessano di aver preso effettivamente una diramazione sbagliata. E di essersi accorti dell’errore solo perché si sono trovati dinanzi dei tronchi abbattuti dalle tempeste che non ricordavano di aver superato all’andata. Per festeggiare lo scampato pericolo, porto tutti su una fantastica rupe poco discosta dalla via, da cui, in un’altra occasione, scorgemmo un capriolo furtivo nel bosco. Dinanzi a noi la stretta forra della Butramo dipana i suoi infiniti meandri: un altro drago, i cui occhi scrutano le menti, indecifrabili, dei viandanti. Il vento scuote le fronde dei faggi che iniziano a incanutire. Filamenti di nubi respirano nell’aria, sino a sfiorarci. Il profumo di resina torna a salire nelle nari. Guardo la foresta e il cielo. Respiro. Sorrido. Piango. Appena sazio d’Aspromonte. Appena ebbro di resine.    

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